Scrivere:tutti

I miei tempi sono in disordine. Vorrei fare mille cose al giorno. Dovrei farne almeno dieci. Alla fine ne faccio un paio e mi lasciano esausta. Ma questo blog ho intenzione di riprenderlo e curarlo con più costanza e quindi qualche giorno fa mi aggiravo per l’Arion di viale Eritrea alla ricerca di qualche spunto interessante. In verità cercavo un libercolo del quale vi parlerò a breve (tempi di consegna poste italiane permettendo) ma uscendo ho distrattamente afferrato una di quelle riviste che stanno impilate all’ingresso. Leggere:tutti si chiama. Il sottotitolo recita Mensile del libro e della lettura.

 

Interessante ho pensato. In copertina poi campeggiava la scritta: Focus giovani scrittori. Come farsi pubblicare. Wow che strumento prezioso! Sì, un prezioso specchietto per allodole! Partiamo dall’assunto che se in un giornaletto di 90 pagine più della metà sono occupate da sedicenti consigli di scrittura allora forse piuttosto che Leggere:tutti la testata dovrebbe chiamarsi Scrivere:tutti. E scusatemi tanto ma a me questa suona come una minaccia bella buona, perché non tutti siamo fatti per scrivere, perché la scrittura è un dono che si può ammaestrare ma non imparare, perché quando passi le giornate con gli occhi e la penna sui lavori di gente che nella vita farebbe bene a fare altro, un invito così esplicito all’attivismo scrittorio ti sembra un insulto alla tua professione.

E poi, diciamocelo chiaro. Cosa dicono questi consigli? Assolutamente nulla! Pagine e pagine di parole che si arrotolano su se stesse senza svelare alcun segreto, senza arrivare mai a un punto, senza aggiungere nulla di nuovo all’esperienza di chi alla scrittura è già un minimo avvezzo. E chi invece non lo è? Ecco, probabilmente sarà invogliato a mettere nero su bianco la sua assolutamente anonima storia personale e a dare il suo contributo allo stallo totale in cui versa l’editoria italiana. Tanto se lo dice Moccia…

Sì perché il primo articolo del fantomatico dossier Come farsi pubblicare esce proprio dalla sua mirabolante penna. Con la naturalezza di chi ha costruito il proprio successo su storie senza spessore ci svela che il punto di partenza della narrazione è la vita quotidiana, la nostra esperienza: Tutto entra nelle storie. Sarà poi vero? Quel TUTTO a me fa paura, e non che io sia facilmente impressionabile, ma la pseudo-auto-biografia della pensionata di Pordenone che ha fatto per tutta la vita l’impiegata alle poste a mio avviso è un malloppo di duecento pagine che risparmierei alla narrativa italiana.

A questa seguono tutta una serie di altre ovvietà: emozioniamoci mentre scriviamo (oh quanta retorica!), impariamo le regole della scrittura (e se tu ci dicessi anche quali sono non sarebbe male), sveliamo senza spiegare troppo (e qui ci può stare), scriviamo in maniera semplice, di ciò che conosciamo, con pazienza impegno e bla bla bla. Davvero consigli preziosi… ma c’era bisogno della firma di Moccia in calce o sarebbe bastato un bel cubitale “usate il buonsenso”?

Voltiamo pagina e passiamo all’articolo La costruzione di un libro. Stavolta a parlare è Alberto Rollo, direttore letterario della Feltrinelli. In un’intervista di due pagine ci racconta della sua carriera, di qualche caso letterario (Coe o Pennac più qualche altro) dei quintali di manoscritti che arrivano in casa editrice e di quanto sia difficile selezionare un testo buono e metterlo sul mercato. Sì, ma allora com’è che si costruisce un romanzo? Questo al di là del titolo resta un mistero.

Segue un bell’articolo sulle scuole di scrittura tanto per ribadire che non bisogna preoccuparsi se non si è capaci perché alla fine sborsando qualche migliaio di euro il mestiere c’è chi ve lo insegna. Che le scuole citate siano alcune e altre no, non so perché ma mi puzza un po’ di marchetta e politically uncorrect. Ma in Italia questo non ci fa nemmeno troppa impressione.

Quindi saltiamo a piè pari al capolavoro di questo numero, l’articolo che più di tutti ha destato la mia bramosia, il roboante Consigli pratici per aspiranti autori: la parola agli editor. Ora, così come ogni giovane scrittore in attesa della fama ricerca avido i pareri di chi prima di lui ce l’ha fatta a sfondare e a entrare a pieno titolo nel business dell’ars scrittoria, così io che muovo i primi passi nell’editing ho vagliato con sguardo attento e l’acquolina agli occhi quei quattro paragrafi redatti da altrettanti editor già noti (più o meno). Li ho divorati con estrema attenzione e un pizzico di invidia, pensando cose del tipo “chissà come deve essere bello e stimolante lavorare in una casa editrice”, “chissà quali preziose esperienze e consigli possono uscire dalla bocca di un editor affermato”. Finito di leggere mi sono sentita l’allodola più stupida di tutte, il pesce tonto e ingordo che abbocca a un amo fuori misura.

C’è chi dice che un libro per essere pubblicato deve essere un bel libro (mavà?), chi si sofferma sull’eccessivo affollamento di manoscritti o, ancora, chi parla di criteri di scelta basati su idea, stile e correttezza strutturale, senza chiarire in alcun modo a cosa facciano riferimento questi fantomatici principi. Insomma (citando uno dei sapienti) un manoscritto viene proposto al direttore editoriale solo se le sue immagini appartengono all’autore un po’ come certe tonalità di giallo appartengono a Van Gogh. Questo è davvero illuminante.

Con un po’ di rammarico devo ammettere che, alla fine della lettura, nulla di nuovo era stato aggiunto alla mia conoscenza di tecniche, settore, stili, modi di fare e modi di essere dello scrittore o di chi per lui. Forse, mi son detta, aver studiato per due anni tutto lo studiabile sull’argomento mi ha resa cieca a quei consigli di base che, per chi sta iniziando, invece qualcosa vogliono dire. E allora ho provato a impormi una tabula rasa momentanea e a rileggere il tutto, evidenziando (in senso letterale con una penna in mano) quelli che OGGETTIVAMENTE erano degli spunti utili ed efficaci. Alla penna non ho tolto neanche il tappo. E però a voler essere sincera, un insegnamento si può trarre da questa pressoché sterile analisi. Qual è?

Scrivere troppo dicendo troppo poco è un errore assolutamente da evitare.

 

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10 risposte a “Scrivere:tutti

  1. A me sai perché quella rivista non è piaciuta sin da quando ho letto il suo nome? L’ho vista alla fiera del libro a Roma e non l’ho presa.

    Perché contiene un errore di punteggiatura: “Leggere:tutti” si scrive “Leggere: tutti”.

    Oltre al fatto che quel titolo è davvero brutto e non ha nessun significato.

  2. Credo (lo riscrivo: credo), che l’unico consiglio che si possa dare a chi vuole scrivere, è imparare a osservare. Senza questo, non si arriva da nessuna parte. La grammatica si studia e assimila. Se si è ignoranti, la lettura aiuta a diventare almeno interessanti. Quando manca l’occhio, non si scrive; si assemblano frasi senza denti.
    Ma forse sbaglio.

    • Osservare è un buon punto di partenza. Ma osservare non è il punto di arrivo.
      Non basta saper vedere per scrivere, bisogna saper vedere anche senza usare gli occhi. Saper vedere fuori, dentro, intorno, altrove. Usando ogni senso come se fosse vista. E forse questo ancora non basta…

  3. Carissima,
    risponderò al tuo bellissimo feuilleton dal mio BLOG.
    Ti premetto che mi è piaciuto lo stile ironico ma anche di grande “delusione”sulle aspettativedi noi “piccoli crescono”, costretti sui nostri insignificanti BLOG per dire quello che abbiamo dentro.
    Salvo

    • Il tuo blog potrebbe offendersi a sentirsi definire “insignificante”! Sarà che io il mio l’ho sempre visto come un nido, un posto dove dire quello che voglio, un luogo raccolto da cui dare espressione alle mie idee (e mai e poi mai potrei convincermi che queste sono insignificanti!). Solo da poco è diventato “una finestra” e sempre più mi convinco che non serve parlare a un milione di persone per sentirsi nel giusto.
      Aspetto la tua risposta 😉

  4. Ironico post che fotografa tanto il paragnostismo di queste iniziative quanto l’aria fritta venduta da tanti, troppi autori che mai e poi MAI svelano davvero i loro segreti. We should know, right Laura?

    Complimenti a te e anche a me, che ho resistito alla tentazione di definire il tuo post con l’abusatissimo e logoro “brillante”.

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