Palestra n.3 – Giochi di luce

Bentornati amici!

Come avrete intuito dal titolo nella nuova palestra si parla di luci e ombre. Ho scritto più di una volta dell’importanza di saper usare questi elementi per arricchire la nostra scrittura, mettere in evidenza certi particolari, nasconderne altri o lasciarli intuire appena. Ecco, oggi vi chiedo di illuminare qualcosa per farlo “parlare”, giocare un po’ coi suoi riflessi per trasformarli in emozioni. Che sia un raggio di luce che illumina qualcosa, un prisma che apre ai vostri occhi tutti i colori dell’arcobaleno, una luce magica dal potere misterioso, il riflesso del sole sulle ali di una fatina. Insomma ormai dovreste sapere come funziona. Liberate la vostra fantasia e Illuminatemi d’immenso!

p.s. Leggete bene il regolamento perché ho introdotto delle piccole modifiche (sul numero di caratteri per esempio) per consentire anche alla poesia di partecipare senza problemi.

Regolamento

Da oggi e fino al 10 Maggio, potete postare qui le vostre palestre, come se fossero dei commenti. La lunghezza dovrà essere compresa tra 500 e 2000 caratteri. Entro il 15 Maggio sarà proclamato il Vincitore che si conquisterà un posto d’onore nella nuova categoria “Autori coi muscoli” che conterrà una presentazione e una breve intervista.

E ora vi saluto con il mio “gioco di luci” sperando che vi piaccia!

Gioco di bambini

Filtrava in sottili stiletti dalle serrande abbassate, attraversando la stanza da parte a parte. E la polvere che io e Andrea alzavamo correndo diventava una nuvola impazzita tinta di rosso dal fuoco del tramonto. Fiamme che si agitavano senza bruciare. Fiamme fatte di aria e ombre. Fiamme che esistevano solo nelle nostre menti di bambini, in quella stanza in penombra, in quel tempo ormai lontano nei ricordi. E poi arrivavano i cuscini. Branditi nell’aria per spegnere quei fuochi dirompenti che ci avvolgevano senza farci male. Era il nostro passatempo preferito ma durava pochi minuti, giusto il tempo del tramonto. Poi il sole spariva dietro l’orizzonte portando via con sé i nostri giochi e le nostre risa. Dalle strette fessure della serranda entrava la notte che col suo pallido bagliore trasformava le fiamme in argento.

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35 risposte a “Palestra n.3 – Giochi di luce

  1. Annegherò nell’oro.

    Dovrà essere un pomeriggio. O meglio, spero che sia un pomeriggio. Il pomeriggio di un giorno d’autunno, quando il respiro dell’estate ancora riscalda le giornate, dalle mie parti. E regala ai pomeriggi bagni d’oro, e ai tramonti oro fuso, e tepore, non caldo, non freddo. Non voglio molte persone accanto, solo mi piacerebbe che chi ci sarà, l’avrà fatto per sua libera scelta, non per pietà ma per compagnia. Allora, spero di essere in grado di decidere e capire, e che chi mi sarà vicino allora possa fare in modo che il mio desiderio sia trasformato in realtà. Non voglio che accada di notte, mentre sto dormendo; voglio avere gli occhi aperti, e capire cosa sta succedendo, o almeno spero che sia ancora in grado di capire cosa sta succedendo. Il giorno che morirò, desidero annegare nell’oro.

  2. Ascolto in silenzio ciò che lo sguardo limite al pensiero dà, nel tepore dell’aurora splende l’ultima remora assurda e vanitosa, gomitolo condensato e mai più svelato, cogli come da fascio cromatico il mio sussulto che tiepido diviene, plasmato dall’ultimo fiato, un tuo sussurro adombrato.
    D’altronde l’immagine è solo il ricordo che si impone reale dal vero e dal ditirambico accordo che già freme nelle mani del destino, come pioggia, ardore del mattino.
    L’armatura dei tuoi concetti sprigiona aneddoti mai detti, leggende tra braccia capienti, epoche sorprendenti che scisse adagi a tempo sul tuo foglio macchiato.
    E quando dal vento riascolterò te immobile e fissa come prima luce, capirò in un momento che a nulla vale il verbo proclamato e lucido se non ad ancorare ciò che in filigrana ho già intuito da tempo, il tuo corpo svanito lascia emanare come dall’anello sgariante sul tuo dito il frammento d’etereo che denso ti rende la mia speranza eterna, l’ultima naufraga gotica tra le leziosità di un autunno in catene, il candore perverso che mai morrà se continui soffusa dal pianto ad inclinare con fervore obliquo il tuo maestoso occhio sinistro.

  3. Posso partecipare come ospite fuori concorso? 😀

    L’alba

    Non è come la immagini. Il sole che inonda la valle, spargendo oro sui campi, riempendo l’aria di un respiro nuovo. Niente affatto. È solo una palla di luce che ti acceca, non la puoi guardare o ti ritrovi a fissare cerchi azzurri finché la vista non rimette a fuoco il mondo. Scivola fuori tra i monti, come schiuma da una bottiglia appena stappata, prepotente. Ma allo stesso tempo bugiarda. Promette che sarà un giorno migliore. Ma nei suoi raggi non c’è traccia della tua storia, dei tuoi ricordi, delle emozioni che ti animano. Non conosce la tua sofferenza. È solo luce, non arriva a illuminare le ombre che si annidano in quel tuo cuore logoro.
    Fermati ora, non agitarti, non strisciare nell’ambra che ti avvolge, godi di questi attimi.
    Gli ultimi.
    Il fumo che esala dalla tua pelle profuma di carne alla brace. Non sarebbe male, dopotutto, se potessi fermare questo momento, isolarti nel mare di cerchi azzurri che ti inondano.
    Cucinarti.
    Ma, sai, la carne di vampiro non fa per me.

    • Abbiamo scritto di vampiri nello stesso momento (ero ferma a scrivere e e solo quando ho potuto leggere la tua risposta).
      Inquietante.

      O forse solo scontato.
      Spero sia la prima!

    • Fuori concorso? E perché? Credo di avere l’obiettività e l’esperienza necessaria a giudicare quello che scrivi senza preconcetti o favoritismi. Non sarebbe neanche la prima volta. 😛

  4. «Non uscire a giocare, il sole fa male.»
    la mamma ripete del sole autunnale.
    La bimba, imbronciata, osserva la palla
    appena baciata dalla luce gialla.

    Il sangue zampilla dal cuore reciso
    nel calice, colmo, già brilla un avviso.
    Ma il pericolo, è ovvio, sta sempre in agguato:
    le lame di sole corteggiano il prato.

    La porta dischiusa ammicca impietosa
    pagliuzze dorate mai trovano posa;
    il bagliore, soffuso, caldo, crudele
    attrae la bambina come ape al miele.

    La palla diabolica sogghigna e cade,
    rotola sulle ombre, la conduce all’Ade:
    la bimba ora corre, insegue il destino
    col suo fiammeggiante e sadico piano.

    Il sole l’acceca, la bimba s’arresta
    la pelle divampa in brillante tempesta.
    Il grido risuona, la madre si volta
    il mare di luce la lascia sconvolta.

    Chiama, implora, protegge anche gli occhi
    la propria bambina cerca di sottecchi.
    Nel cuore di madre sol rabbia e tormento
    e ceneri, tante, ormai sparse nel vento.

    ___
    Lurko il blog da un po’ ma sono troppo vergognosa a volte, però non so come questo esercizio mi ha smosso qualcosa ed era giusto giocare.
    Complimenti per le iniziative e benritrovato medicineman, se sei chi penso io (sono la talebana dalla penna rossa 😛 amo questo titolo così tanto che ormai è il mio ufficiale!)

    L’ispirazione per la forma del testo viene da “Erlkönig” di Goethe.

  5. Una poesia fuori concorso per forza, però mi piaceva condividerla.
    Un saluto alla magica blogger e ai suoi “palestranti”.

    Scie

    Graffi
    nella porpora
    Cicatrici
    sull’anima
    Svolazzi
    chimerici

    Come scie
    di aerei
    al tramonto

    Un minuto
    e poi solo cielo

  6. Dio su Dio su Dio
    ©Salvo Andrea Figura

    “Due luci soltanto”, gli era stato detto, e lui s’era attenuto a quella disposizione. Che due luci fossero, e tali sarebbero state. Due luci e tre colori: rosso, giallo e blu e con quelli doveva arrangiarsi. “Prendere o lasciare”. E lui aveva preso. Che altro fare? Il suo amore per quelli, era infinito, doveva aiutarli e avrebbe potuto.
    Come adattare le due luci? Ne sarebbe occorsa una per far chiara la notte e l’altra per scaldare i cuori della gente..
    Iniziò le prove. Prese i tre colori e iniziò a guardarli coi suoi occhi sapienti. Li mischiò due a due e ottenne sei combinazioni. Gialli-arancio si sposavano coi blu-egeo, rossi e blu insieme scaldavano e raffreddavano il cuore. Nel momento in cui li fuse insieme ottenne un colore nuovo, mai visto, diafano, freddo ma brillante, arroventato ma gelido. Lo chiamò bianco ma non sapeva cosa farci. Lo applicò a una sfera piena di buchi, come un groviera, l’appese e decise di farne dono a due innamorati. Non soddisfatto prese gli altri tre colori e con furia e precisione riottenne quel bianco, stavolta caldo, a volte tiepido, ma bello, luminoso. Lo spalmò su un’altra sfera e subito la vide circondata dagli aquiloni di milioni di bambini, da strani veicoli senza uomo. La vide osservata da miliardi di lenti e infine, dopo che quella luce aveva attraversato una goccia d’acqua, vide formarsi un arco di colori. Come per magia da tre erano diventati sette.
    Lo chiamò arcobaleno; lo donò alla pace.
    salvo

  7. Un gioco senza regole.
    “Papà, cos’è questo?” – con una semplice domanda, mio figlio è riuscito a togliere la maschera che da anni sta coprendo il mio volto. Il suo sguardo, come un soffio di vento autunnale, colpisce lo strato di polvere che si è accumulata sul mio cuore colmo di tristezza. Uno sfacciato raggio di sole illumina le nostre immagini riflesse nello specchio che mi aiuta a ritardare, ancora per qualche secondo, l’impatto con la realtà: osservo i tasti del mio primo sassofono, ormai senza colori. Ricordo le mie mani muoversi liberamente su quello strumento, capace di trasformare ogni sensazione in qualcosa di immobile nel tempo. Era bello quando, in pochi minuti, riuscivo ad incastrare le note su quel pentagramma come fossero pezzi complementari di un puzzle. Era tutto diverso quando c’erano storie da vivere e emozioni che si adagiano sulla pelle fino ad arrivare all’anima. Oggi, quei tasti sono storie mai raccontate a mio figlio che ha bisogno di essere protetto dal ricordo di una madre che è scappata. Oggi, quei tasti sono solo bassorilievi di un’opera d’arte che non riesco ad interpretare.
    “E’ un gioco, ma papà non ricorda le regole.” – ancora una volta, evito di sporcare le favole che ha inventato, immaginando che la madre sia una dottoressa che aiuta i bambini malati del Terzo Mondo. Avvicino il suo corpo al mio e lascio che la mia spalla possa essere la culla perfetta per la sua testa, allontanando ogni punto di domanda che tornerà a dipingere, con colori spenti, le nostre vite.

  8. Tesoro

    Mi affaccio sull’uscio della veranda, lei dondola pigramente al caldo settembrino. Non si è accorta di me, forse dorme.
    Il sole arrogante del giorno che passa inonda di luce il suo corpo, mostrando impietoso i segni del tempo. Linee profonde solcano la fronte, fendono le guance e poi scendono e avvolgono il collo: preziosi ornamenti. Una peluria dorata si esalta sulle gote.
    I capelli un po’ radi, che il sole colora di grano maturo, cadono informi sulle spalle, adagiandosi sul vestito azzurro a fiori, il suo preferito.
    D’un tratto prende a parlare, non stava dormendo; mi chiama tesoro e allunga la mano. La prendo tra le mie, l’accarezzo. La pelle è arida, riluce al rosso del tramonto. Mi siedo con lei e dondolo anch’io: chiudiamo gli occhi. Vorrei fermare il tempo, per lei, per me.
    Ma il tempo corre, il sole all’orizzonte è ormai un ricordo. Quando mi desto stringo ancora la sua mano, adesso è spenta e morbida. Osservo il suo volto addolcito dalla penombra della sera, i capelli tornati argentei, le labbra appena serrate in un timido sorriso.
    Le magie d’una luce fioca incorniciano i resti di una bellezza antica.
    Arriva l’infermiera, è ora di cena. Lei si alza a fatica, le gambe, un tempo avide di passi, ora stentano. La donna in divisa piega il braccio, lei si appende, mi chiama di nuovo tesoro. Sorrido e la guardo andare via oltre la porta, lenta, come i suoi pensieri nel buio della mente.
    Ciao mamma, rispondo o forse lo penso, non so.
    Rimango sulla veranda, continuo a seguirla, immobile, confuso tra le ombre della sera. Dopo un pò è solo una macchia azzurra nella luce inerte della clinica.

  9. Sotto i riflettori

    Trema il mio cuore come la luce dell’unica lampadina che rischiara il camerino; il suo fascio giallastro illumina i miei poveri abiti di scena, appesi al gancio di ferro sulla porta, e il mio copione, ripetuto fino allo sfinimento tanto che le sue pagine una volta bianche, oggi sono ingiallite dal mio stesso sudore e sembrano sporche.
    Ho versato lacrime e sangue su questa coreografia, e non è un modo di dire. Mentre fascio i piedi lacerati dalle piaghe prima di indossare le punte sulla loro nudità, ripeto ancora una volta la sequenza delle scene: un ritmo serrato, un susseguirsi di monologhi e passi di danza.
    Oggi c’è la prima; fuori piove e la notte coperta di nuvole sembra più buia, non che mi importi molto del tempo, ma la pioggia è sempre un deterrente a muoversi di casa. Probabilmente non ci sarà nessuno e questa ansia che mi attanaglia, rendendo irrespirabile l’aria del camerino mentre mi strizzo in un corsetto rosso fuoco, unico elemento decorativo sopra al tutu, è del tutto immotivata.
    Pochi ritocchi al trucco, davanti al vecchio specchio mal illuminato, e sono pronta ad andare in scena. Non c’è nessuno che mi viene a chiamare, come nelle grandi produzioni hollywoodiane, solo Corrado e Marta sono con me, i tre dell’Ave Maria, lui si occuperà di aprire le quinte, lei penserà alle luci.
    Prendo posizione nella polverosa penombra del palcoscenico. Il sipario si apre facendo calare un silenzio irreale su tutti. Alzo lo sguardo curioso sul pubblico e, a dispetto delle mie previsioni, almeno le prime file sono gremite di spettatori. Così il mio cuore ricomincia a tremare, ma solo finché i riflettori non mi inondano di luce, accecandomi.
    Sotto i riflettori non c’è più la polvere del palcoscenico, i tendoni sgualciti, la scenografica povera e un’unica luce sfiatata ad illuminare il mio camerino. Sotto i riflettori ci sarò io e sarò la musica e il movimento, la voce e il silenzio, lo spazio e il tempo, l’ombra e la luce.
    Si va in scena.

  10. L’albero della pace

    Mi dirigo a passo spedito verso il mio albero. Ormai è un’abitudine a cui non posso rinunciare: passeggiata al parco con sosta all’albero “della pace”. Ho scovato questo albero in un angolo quasi nascosto del parco, dove non passa mai nessuno, una specie di miracolo a Milano. Stendo il plaid sulle foglie gialle ormai secche che lo circondano. Mi piace il rumore delle foglie che si rompono dolcemente sotto i piedi. La luce filtra appena tra le grosse foglie della “mia” quercia. Respiro profondo, odore di legno. Socchiudo gli occhi per un momento, giusto un attimo per staccarmi dal mondo. Una leggera brezza mi attraversa i vestiti, il viso e i capelli. Vengo invasa da una scarica di luce improvvisa.
    Apro gli occhi giusto in tempo per assistere alla guerra tra foglie e sole. Le foglie spostate dal vento cercano di tornare alla loro posizione naturale, provano in tutti i modi a mantenere l’ombra sul mio viso. La luce non si arrende: si divincola, scappa, si sposta insieme al sole, riesce sempre a trovare un varco per accecarmi. Mi sembra quasi di sentire le sue risa di scherno…
    Le foglie non desistono, lottano come delle guerriere sul campo di battaglia con tutte le loro forze. Con le loro punte simili a lance provano a trafiggere i fasci di luce che non danno tregua.
    Il vento scompare improvvisamente così come è arrivato. La guerra è alle fasi finali. La luce del sole concede una tregua, forse a causa della ferite subite, e le foglie stanche riprendono lentamente la loro posizione iniziale. Sanno che dovranno riposarsi il più possibile perché un nuovo attacco è alle porte.
    Respiro profondo, odore di legno. Spalanco gli occhi…sono in ritardo…il tempo per l’albero “della pace” anche oggi è terminato.

  11. Il mio mondo
    La mia fantasia inizia a raccontare di draghi vestiti di rosso fuoco, di guerrieri abbigliati di verde speranza di fatine alonate di pace. Vorrei materializzare i colori di queste anime. Rosso fuoco, il fuoco lo conosco perché scotta, il verde speranza, la speranza e’ quella che ho tutti i giorni per affrontare la vita. Alone di pace, e’ quella che più vorrei conoscere.
    Nel mio mondo posso solo rintracciare i materiali, le mie dita sono i miei occhi. I giochi di luce non fanno parte del mio reale, ma solo della mia fantasia.
    Sono non vedente

  12. Il Futuro

    Mi sorprendo aprendo gli occhi. A volte ritrovandomi nel futuro che è oggi, guardando la tecnologia che mi trovo, e pensando: il futuro, davvero arriva. Quello per cui si combatte vince di sicuro. Il primo problema resta sempre arrivare a rimanere anche noi corporalmente per vederlo.
    Tutto è finito cosi comincia la teoria di una vita migliore e quindi impacchettabile e consumabile perché noi siamo finiti e compiuti disegni e teorie che impressionano il nostro giorno, come, disegni primitivi che hanno dato l’inizio e che sono traccia di questa teoria che porta al futuro come una porta che elimina il tempo, e, apre la mente all’attimo senza percezione di dolore.
    Non davvero succede il bene ma come un sogno si realizza l’immagine del tuo sogno: senza tempo si apre la storia senza invidie o mali di sorta. Trovare un linguaggio comune è la base del discorso che si manifesta nelle realtà in parte pelose: il ricordo di avere avuto degli antenati.
    L’arte non è sofferenza parte dalla liberazione a dopo perché soffrire il fastidio.
    Il tuo futuro da vivere, che deve arrivare, e che farai, che ti vogliono togliere, cioè ti richiedono fare morire; tu al posto loro quante guerre poi pace, non esiste un cronometro per capire da quanto, è stato, e, non sarà, non è mai, per loro non avere è ancora, morte.
    I problemi sono linee di morte. Parole che non si possono dire sono la morte del pensiero, posti dove ti fanno stare, e, non puoi dirlo perché tanto nessuno ti crederà, vedi che di colpo, guardi chi è il male. Il dove nessuno può dire di essere stato, lì è il male.
    Non esistono posti, dove si è stato, che non si possono dire in ambito legale, così la legge vincerà, e noi, se ci saremo.
    La fine è l’inizio? G.

  13. Gli occhi delle donne

    Le lacrime che scendono sul viso di una donna sono come cristalli di neve, formati da prismi dai mille riflessi. Dolore, amore, gioia, emozioni forti che il cuore non riesce più a trattenere e decide tristemente di lasciare andare. Ma ancora più preziose sono quelle che rimangono racchiuse in esso e che sprigionano dagli occhi bagliori di sentimenti che soltanto un’anima accorta può cogliere e goderne per la passionalità che portano con sé. E così come possono essere ricchi di riflessi, tutti da cogliere, quegli stessi occhi possono diventare talmente ermetici da risultare come chiusi, finestre sopra le quali cala un nero tendaggio dove, di solito, si nasconde un dolore talmente profondo da far chiudere il cuore anche di chi li guarda.

  14. Giochi di luce da Δέκα ώρες
    L’aria stava mutando, la luna stava calando ormai, e fuori, e dentro di me, qualcosa si addensava. Spalancando bene gli occhi mi accorsi che la bella luce che prima sovrastava la campagna era stata risucchiata da un nuovo grumo di nubi, quelle che poco prima avrei giurato fossero parte di quelle montagne che, da paesaggio, bloccavano un istante tetro e profondo. Sembrava essere ormai lontano anni luce da quel paesaggio di pochi attimi prima: splendidi pomelli d’oro e di platino aprivano le porte del cielo, e da una luce insinuante, non ancora presente, lasciavano che questa schiarisse il blu notte più intenso nel azzurro cielo di mille favole. Mi trovavo in una delle tante casupole – graziate con questo nome – di una campagna immensa: felice nell’aurora di una giornata rovente e altrettanto cara negli splendidi tramonti, ma ruggente nelle notti più buie, quasi agghiacciante e tremenda nelle torride ore di punta, mi ricordava spesso il traffico: la mia malattia e la mia nostalgia.

    • Complimenti Gioacchino. Una lirica veramente avvolgente. Ricordi di tramonti d’infanzia, a scuole finite e campagne dorate. Bravo davvero.

  15. ( DILUVIO )

    Attraversando montagne
    impervie
    sono giunto a metà del
    cammino.

    Lunghe salite faticose ho
    percorso nell’andare …..
    diluvi impenetrabili ho
    sfidato nel cercare …..
    a volte il sole mi
    sorrideva a tratti.

    Nessuna lacrima è scesa
    tra le mie rughe,
    il ricordo è più forte.

    I lunghi capelli bianchi
    raccontano di guerre e
    dolori …..
    se solo gli occhi potessero
    parlare !

    Ci sono momenti che
    abbandonerei dietro l’angolo
    per un attimo di tregua,
    ma il passato …..
    è un bisbiglio di tempo che
    accarezzando
    i petali delle ultime rose di
    stagione
    si inerpica vorace nella mia
    mente imbrunita
    aspettando di ritornare.

    Come se non avesse già
    racchiuso capricci.

    Sento giungere un tuono
    non molto lontano,
    mi attardo ad ascoltare il
    vento,
    esso mi parla con inusuale
    gentilezza,
    non è proprio il suo verso
    acerbo e sfuggente.

    Forse è soltanto una timida
    pioggia passeggera alla ricerca
    della sua nube materna,
    mi sorprende questa calma
    apparente,
    tutto sembra legato da una
    soffice bugia.

    Mi fermo un istante …..
    sperando
    di scorgere una luce di
    speranza, ahimè
    nero, ghiacciato, ostile,
    il buio peggiore mai
    incontrato.

    Deluso da emozioni
    timorose di eterni echi,
    mi inerpico incurante in
    un labirinto oscuro sperando
    di cogliere il bagliore
    candido dei fiocchi
    invernali.

    Non guardo indietro,
    è inutile rattristarsi,
    solo il perdono può alleviare
    il cammino.

    Questo andare ……..
    per non tornare nel vuoto
    effimero che opprime il già frivolo
    essere.

    Questo cercare ……..
    per assaporare una libertà
    dell’animo sconosciuta ai più.

    Questo sperare ……..
    per non morire un giorno
    e scoprire, rassegnato la
    delusione della mia “ombra”.

    ………………………. per giungere,
    ………………………. un domani,
    al confine del tempo …………
    …………… senza dimenticare!

  16. Fuori, l’Apocalisse.

    Iniziò con un bagliore, a seguire una spruzzatina di rosa. Leggera, leggera, cosparsa con fragili dita d’angelo. Al tenue rosa si aggiunse quell’intenso rosso che ricordava i tramonti nei campi, quei campi lontani. La più piccola delle due ancora dormiva, sembrava. La più grande, si alzò dal letto per schiacciare il visino contro il vetro. Sbirciava dalle fessure della tapparella. Decine di puntini rossi le rivestivano il viso, la trapassavano e andavano a sbattere nella parete alle sue spalle, come ogni tramonto. La porta si spalancò e nella stanza irruppero i loro genitori. Gli spiragli rossastri di quel tramonto illuminarono i loro visi, mostrando rughe di terrore e di incredulità.
    La più grande delle due ancora vagava con lo sguardo da una fessura all’altra, ammirando quel gioco di colori che vagava tra le fiamme dell’inferno, quell sussultare sconnesso, il turbinio di polveri. Suo padre imprecava, forse sottovoce, forse urlando. Lei non poteva sentirlo, le grida della terra sovrastavano qualsiasi suono. E quella luce, si trasformava in colori che lei non aveva mai visto. Non ascoltò suo padre che le intimava di allontanarsi dalla finestra, non ascoltò le grida della sua sorellina che cercavano una spiegazione al suo brusco risveglio. Se ne restava con il naso schiacciato contro il vetro, le mani premute sul davanzale. Lasciava che la luce perforasse la tapparella e danzasse nella sua stanza, proprio come quel giocattolo che suo padre le aveva comprato molti anni prima. Una scatola ruotante dove si accendeva una candela e tantissime forme venivano proiettate sulle pareti. C’erano fatine, folletti, alberelli e unicorni. Proprio come quel momento, le luci danzavano da una parete all’altra, fra le grida, le sirene e i tuoni. La bambina, ed i suoi cari, vennero sballottati insieme ad esse, in un turbinio di colori.

    Quel remoto palazzo vacillò precariamente, poi si piegò di lato e affondò, crivellato da una pioggia di stelle.

  17. Come il giorno e la notte

    Ce ne andiamo per le vie fiorite della città, mentre gli uccelli sui palazzi ci intonano il loro inno alla vita. Lo ascoltiamo inebriati poi, proprio lì, tra il cuore e il sole, qualcosa si chiarisce nell´anima.
    Nell´aria galleggia ora una musica anni ottanta, e quel profumo di birra con limone che ti piace tanto. Mi porgi un gelato alla crema, ma il gusto che voglio è quello sulle tue labbra alla vaniglia.
    Ti prego, misceliamo i colori di questo cielo riflesso, e dipingiamo l´amore su questo marciapiede di periferia. Le nostre lingue come un pennello, tracciano un graffito proibito sul muro che ci separava e ora finalmente crolla.
    Si, e´ molto caldo nella mia stanza, ma almeno siamo lontani dalla strada indiscreta, ti dico, mentre i vestiti cadono liberi uno dopo l´altro. Le labbra socchiuse in un’espressione color amaranto, si aprono e si chiudono in un movimento lento.
    Osserviamo dal letto sprazzi di sole penetrare dalle fessure di una persiana rotta, e disegnarti sul corpo nudo un vestito di luce color argento. Poi accosto la finestra, e l’oscurità maliziosa ti spoglia nuovamente, piano piano. Mi trascini in un gioco di ombre, mentre lampi di piacere ci accecano la vista.
    Noi siamo come il giorno e la notte che s’incontrano al tramonto, in un riverbero di luce sulla superfice di un mare sempre agitato.

  18. Ti ricordi di me? Ero proprio lì quando ho fatto emergere il viso di tuo nonno dall’oscurità di quella cucina dalle marmitte rosse. Ti ricordi? Eravate tutti e due davanti al grande camino su quelle vecchie sedie di legno e di paglia e lui ti indicava con la mano indurita dal lavoro dei campi dei piccoli punti bianchi sulla legna che ardeva: “quando vedi questi puntini bianchi sulla legna che arde fa la neve” diceva. E te le ricordi le rughe? Ti ricordi come scivolavo tra le grinze della fronte e tra le pieghe delle mani? Allora, imprimevo dagherrotipi nella mente e scrivevo i tuoi sogni nell’oscurità del tempo. E ti ricordi di me? Ero proprio lì a illuminare il suo mento dal basso spuntando dal fuoco di una candela mentre tuo padre leggeva da quel libricino rosso qualcosa di musicale che ricordava una “donzelletta”. Ė vero. Non puoi ricordartelo; eri così piccolo. Se dovessi avere ancora bisogno di me, puoi trovarmi nelle vetrofanie delle chiese, nelle polaroid sbiadite dal tempo, nello scintillio di un coltello, negli occhi di un bimbo.
    Adesso che sei qui, nel silenzio, sotto questa lampada che accende la polvere, ti apro un piccolo varco nell’infinito del nero. Vedrai… Staremo bene insieme.

  19. con la presente vorrei partecipare a palestra n.3 – giochi di luci – per la verità non sapendo dove postare, l’ho già inserita pochi minuti fa su facebook…ma su Laura che scrive (dicendo che volevo partecipare alla palestra).
    Adesso la riscrivo qui:

    Lamento di un bimbo non accettato

    – Per tutti
    sono un bimbo d’amore

    tranne che per la mia mamma.

    Per tutti sono
    un grido, un dolore

    tranne che per il mio papà.

    Perché mi trovo nel buio cosmico
    ad aspettare…?

    C’è qualcuno…che mi ama
    che mi riporti in vita

    a cercare la Luce…?

    Poi non disturberò
    più nessuno… –

    La sua eco si disperse
    nel vento…

  20. Laura, un primo commento a caldo su tutti i racconti che ti sono giunti.
    Devo dire che hai davvero un bel BLOG, molto raffinato, seguito… insomma bello.
    Salvo

  21. La sosta
    Tre ore. Tre ore di un assolato pomeriggio estivo da trascorrere sotto la pensilina arrugginita di una vecchia stazione, in attesa della coincidenza.
    Il viaggio era stato un vero inferno. Nel treno sovraffollato, l’aria era divenuta ben presto torrida e irrespirabile. Colto da un’improvvisa smania di movimento, Manfred si caricò lo zaino in spalla e varcò il cancello.
    Subito si trovò immerso in una luce calda e avvolgente, ben lontana da quella fredda e tersa del suo paese. Faceva caldo, ma una brezza leggera che odorava di mare rendeva sopportabile la temperatura.
    L’atmosfera era quella sonnolenta del primo pomeriggio. Traffico lento. Serrande abbassate. Qualche raro passante frettoloso.
    Il sole pomeridiano illuminava la pietra del luogo donandole intense sfumature d’ocra.
    Antichi palazzi si aprivano nell’ombra dei vicoli. I grandi portali, scolpiti con rara maestria, avevano la leggerezza di una trina. Archi, loggiati, scalinate. Tutto era impreziosito da raffinati ghirigori, capitelli, grifoni.
    Il giovane proseguì col naso per aria, in un silenzio assoluto, quasi mistico, osservando e rimirando finchè la sua mente non fu in grado di assimilare altro. Soltanto allora decise di riposarsi un po’ sedendo sui gradini di una chiesa.
    In cima alla scalinata occhieggiava una porticina socchiusa, e lui non resistette all’impulso di entrare.
    Percepì subito il brusco abbassamento della temperatura insieme al greve profumo di fiori sfatti, poi, quando la vista si fu adattata alla penombra, rabbrividì. Un teschio lo fissava con le sue orbite vuote come rimproverandolo della sua intrusione. Dopo il primo, Manfred ne vide un altro e un altro ancora.
    Lesse il nome della chiesa: Purgatorio.
    Sorrise. Per lo meno non era finito di nuovo all’inferno.

  22. L’alba tinteggia di rosso il mio risveglio, i colori del mio sguardo si mescolano con il tuo sorriso.
    Apertura d’amore verso orizzonti liquidi.
    Nei nostri abbracci attimi di eternità rimangono sospesi in una danza arcaica.
    Richiami di silenzi nascosti.
    Richiami di derive magnetiche.
    Noi.
    La nostra passione consuma la luce della nostra anima risucchiata dalle ombre delle paure, dei tormenti.
    In un gioco eterno dondoliamo con i nostri corpi spezzando il velo dei tradimenti.
    Viviamo l’ebbrezza dorata dei nostri amori riflessi,
    Come lune sull’acqua ci aggrappiamo a fili di affetto.
    Simulacri di abbandoni nell’oscurità dei nostri abissi, striati d’argenteo candore,
    Rovistiamo nella luminosità del nostro ardore, regalandoci intimità che ci liberano dal torpore.
    Mille colori riempiono i nostri incontri clandestini
    Evanescenti i nostri destini,
    Vivi nei bagliori dei nostri cuori
    Seppelliti dalla crudele realtà che ingoia a sazietà
    Viltà e Illusioni
    di un sipario che copre per sempre le nostre unioni.

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