Palestra n.4 – Gnam!

Eh sì, abbiamo giocato con le luci adesso giochiamo con i sapori. Vi va di cucinare per me? O almeno di farmi assaggiare (metaforicamente parlando) una delle vostre creazioni, narrative ma non solo. Stavolta la palestra vi chiede di giocare coi sapori, che si tratti di una cena di Gala o di un tramezzino al tonno, di un frutto appena raccolto dall’albero o una medicina nauseabonda poco importa, importa quello che riuscirete a farmi assaporare. Le immagini che riuscirete a creare per arricchire la narrazione, immagini sensoriali ovviamente. Premio bonus a chi riesce a saziarmi senza farmi ingrassare :D.

E adesso bando alle ciance. Vi posto il regolamento così ve lo ripassate.

Regolamento

Da oggi e fino al 1o Luglio (ce la prendiamo comoda che è estate per tutti) potete postare qui le vostre palestre, come se fossero dei commenti. La lunghezza dovrà essere compresa tra 500 e 2000caratteri. Entro il 25 Luglio sarà proclamato il Vincitore che si conquisterà un posto d’onore nella categoria “Autori coi muscoli” che conterrà una presentazione e una breve intervista.

E ora vi saluto con la mia crostata di ciliegie sperando che vi piaccia!

Le è sempre piaciuto sporcarsi le mani. E i vestiti.

Non usa mai il grembiule. Poco importa se la farina si posa sulla canotta disegnando arabeschi immacolati. Non ci fa caso mentre continua ad affondare le mani nella pasta morbida che odora di burro e merende d’estate.

Tonde ciliegie rotolano sul piano del tavolo. Ne afferra una con le punte delle dita – appiccicose – la trattiene un attimo tra le labbra indecisa se stringerla tra i denti o lasciarla scivolare contro il palato. Indugia nella sua piccola trasgressione tenendo gli occhi chiusi e la bocca serrata su quel cuore amaranto.

È proprio vero che l’attesa amplifica il piacere. Anche in quella tentazione minima. Anche in quella lieve deviazione dal programma che si era fatta. Una crostata. E invece le ciliegie spariscono una dietro l’altra a regalarle peccati zuccherini. La buccia croccante scroscia tra i denti in una pioggia polposa che la ristora dall’afa.

«Mamma è pronta la merenda?» dice la bimba saltellando allegramente nella luce di giugno.

Lei cade giù da una nuvola – zucchero filato e succo di frutta – atterrando sul cimitero di noccioli che la sua gola ha seminato sul tavolo. Per un attimo l’imbarazzo le fa abbassare gli occhi, la fa sentire piccola piccola. Beccata con le mani nella marmellata. Lei, l’adulta, sotto gli occhi interrogativi di uno scricciolo. Ma la bimba ha già rivolto altrove la sua attenzione. Anche a lei piace sporcarsi le mani.  Con le dita veloci e paffute affonda nell’impasto, e lo tira e lo stringe e lo stende. «Vedrai mamma, saranno dei buonissimi biscotti».

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22 risposte a “Palestra n.4 – Gnam!

  1. MIA DILETTA, DOLCE CARLOTTA, MIO IMMOBILE AMORE
    di Marco Rossi Lecce (Redlec)

    «Succhia il miele mia diletta, schiudi le labbra…ecco così. Ora sono diventate lucide e hanno il colore dell’ambra. Carlotta dolce Carlotta apri le labbra, succhia ancora è una crema di cioccolata al latte, deliziosa vero? Liquida e delicata, squisita, no? Ti sei sporcata sul mento, aspetta che ti pulisco. Ecco così non hai più niente. Apri ancora la bocca…questo è un candito all’arancia, ricoperto di glassa di zucchero, senti che buono? Per finire ti ho portato del marzapane, dei fruttini, assaggia questo piccolo fico, senti che squisitezza, vero? Ora ti faccio bere…orzata con poca acqua e ghiaccio, così è più dolce, ecco brava. La guardo, Carlotta è immobile sul letto, i suoi occhi attenti seguono ogni mio movimento percettibile. Per oggi basta mangiare, troppi zuccheri. Prendo il lenzuolo e lo piego in fondo al letto» “La mia diletta è nuda come Dio l’ha fatta. Il suo bel corpo supino è disteso. Gli occhi neri e profondi brillano, sono l’unica cosa che si muove nel suo corpo. C’è un lampo di contentezza e di gioia nello sguardo. Prendo la spugna e il catino con l’acqua fredda” «Ecco ora ti rinfresco. Fa caldo vero? Prima sulla fronte, piacevole no? Poi sul viso, sei leggermente sudata mia diletta, ecco ora va bene. Poi il collo e le spalle. Ora sposto le braccia, così ti lavo sotto le ascelle, va bene così, non ti faccio il solletico, no, vero? Oh…ma quanto sono belli questi seni, guarda amore, appena passo la spugna i tuoi capezzoli si inturgidiscono, mia diletta hai delle mammelle perfette, entrano esattamente in due coppe di Champagne. E ora laviamo tutto il resto del corpo, anche i piedi. Le tue caviglie sono sottili ed eleganti. Mia diletta hai due piedi bellissimi, sono stretti e lunghi. Lo smalto rosso è dipinto ad arte sulle unghie ben curate, sono splendidi, posso baciarli? Si? Ecco che gioia, profumano sanno di fresco e di sapone, vorrei morderli, mangiarli! Ora ti giro, ti devo lavare la schiena, aspetta…ecco…così, ti volto. Anche da dietro sei molto bella, hai le spalle larghe e la vita stretta, i fianchi sono generosi e ovali, le natiche piene e sode, un po’ a mandolino…mi piaci moltissimo. Ora ti passo la spugna sulla pelle dell’inguine, la sento…è morbida, delicata e liscia. Ti sento respirare più profondamente…ti stai eccitando…vero? Aspetta…ora viene il bello. Ti rimetto supina, così ecco va bene. Ti carezzo i capelli, sono appena umidi di sudore, hanno un buon profumo di grano maturo, ci passo le dita a pettine. A proposito, sei sazia di dolci, ho indovinato i sapori?» “Carlotta abbassa una volta le palpebre, è il suo modo di dire si.” «Ora vuoi che ti baci? “Carlotta abbassa di nuovo le palpebre.” Vuoi che ti baci dappertutto, in ogni piega della pelle e del corpo? Vuoi che ti baci i seni e che te li succhi, amore? Sento il tuo respiro accelerare, le tue narici fremono lievemente, così va bene mia diletta. Sei già umida per me? Senti il mio alito caldo nelle orecchie, senti il mio corpo appiccicato al tuo? Ti amo sai dolce immobile amore, ti amo più di prima. Fra poco ti coprirò il ventre con mille baci, con le guance e il mento accarezzerò la tua morbida pelle all’interno delle cosce. Ti bacerò fino a saziarti, fino a quando sentirai l’amore. Lo sai che me ne accorgo, vero? Al massimo del piacere smetti di respirare per qualche secondo, chiudi gli occhi e apri la bocca in un grido immanente e silenzioso. La tua pelle rabbrividisce e freme appena su tutto il corpo. Quando l’onda di piacere è passata fai un lungo sospiro e tiri un fiato profondo. Poi in genere mi guardi, le tue iridi nere scintillano di mille bagliori, hai uno sguardo beato, complice ed estasiato. Ti sento, ora sei pronta, hai chiuso gli occhi è il segnale che aspettavo, ora ti bacio mio diletto amore»

    “Carlotta, spero che tu non ti accorga delle mie lacrime, mi colano copiose dagli occhi e si mischiano ai tuoi umori profumati, si spargono sulla tua pelle. Oh mia diletta, ogni volta che ti bacio e ti accarezzo ti vedo correre a piedi nudi, veloce e felice nella sabbia bagnata, baciata dal sole e sfiorata dal vento. Ti vedo nell’acqua, nuotare e sfuggirmi, giocare con me fra mille gocce e mille schizzi rilucenti. Spero che tu non senta i miei singhiozzi disperati. Maledetto millenario e cupo scoglio, invisibile, puntuto e nascosto dalla schiuma bianca della risacca e dallo sciabordio delle onde del mare. Il tuo tuffo, carpiato e perfetto, il tuo corpo sospeso magicamente per un attimo nell’aria, il tonfo nell’acqua…e poi il tuo ultimo disperato grido di dolore e di sorpresa. Povero amore, ora qui immobile e muta, per sempre”

    Marco Rossi Lecce (Redlec) Ottobre 2007 Roma

    Sull’amore “laterale e ai margini ”, da una storia realmente accaduta e di cui sono a conoscenza.

  2. Il racconto è ispirato a una storia vera. Anni fa frequentavo villa Borghese, avevo un bellissimo cane, Nerone. Ci conoscevamo un po’ tutti. C’era una signora, molto elegante e molto per bene. Era una volontaria non so bene di quale associazione, mi sembra di disabili. Parlando del più e del meno, mi chiese se ero single. Gli risposi di sì, che ero separato da tempo e in attesa di divorzio. Mi disse se poteva parlarmi francamente di sesso. Le risposi di sì. Mi raccontò che fra le persone malate che lei seguiva c’era una ragazza molto giovane e molto bella che aveva avuto un incidente in motorino ed era completamente paralizzata e viveva praticamente a letto, e non parlava. Guardava la televisione e leggeva se aveva qualcuno che le girava le pagine. L’unico desiderio che aveva era fare l’amore, con chiunque le fosse piaciuto. La signora mi disse che secondo lei le sarei piaciuto molto, anche se ero molto più grande. Mi propose di incontrarla almeno una volta e poi se le fossi piaciuto ci avrei potuto fare l’amore. Mi disse ancora che era bellissima e parlava con gli occhi ed era molto golosa. Non accettai e mi sento ancora in colpa.

  3. Ciao Laura!
    Questa è la mia prima palestra. Forse sono fuori tema, sono una vera esordiente. E in cucina sono proprio impedita… Comunque… mi metto alla prova!

    Politically Uncorrect

    Desidero ardentemente fare almeno un tiro. Meglio due o tre. Ma immobilizzata a letto, con tutte quelle flebo… impossibile evadere dalla corsia e raggiungere un luogo aperto dove sfuggire al controllo dei medici, dei familiari. L’aroma forte della bramata sigaretta si sparge nella mia bocca disidratata e impastata, il desiderio di aspirare profondamente mi divora. Guardo la porta, spio i movimenti del corridoio, e penso che fuori di quella camera orribilmente sporca tutti possono liberamente concedersi una sigaretta, magari dopo aver bevuto un caffè. Anche i medici e i familiari.
    Il bacio più bello della mia vita sapeva di fumo e caffè.
    Inspira, espira. Ginnastica interiore che mi permette di tenere sotto controllo la tensione nervosa, l’ansia per il futuro. Ingoio a vuoto. Merito un premio per avere affrontato tutto da sola: anestesia, intervento chirurgico d’urgenza, tremore, indifferenza dei sanitari per il mio pudore, incertezza della nostra sorte. Troppi pensieri urgono e mi comprimono, sono incapace di metterli in ordine. Ho assolutamente bisogno di una sigaretta. Chiudo gli occhi.
    Inspira, espira. L’odore anche solo pensato mi ricorda le nausee di pochi giorni fa. Retrogusto amaro. Un sedativo mentale. Acre fragranza che si espande nella bocca, impregna il palato e la lingua, brucia la gola, gonfia i polmoni. Sapore che sporca le dita. Voglio immergermi in una nuvola di fumo grigio dentro la quale nessuno mi veda e dalla quale io non possa vedere più nulla.
    Inspiro il fumo dal gusto amaro che mi riempie e mi svuoto espirando tutto il mio veleno.

  4. Non so… ma in entrambi i racconti non mi pare ben centrato il tema. Ben scritti entrambi ma poco si gusta e molto si narra.
    Opinione opinabilissima.
    alvo

  5. STASERA CHE E’QUASI ESTATE

    Basta scrivere, voglio uscire, ho un impreciso desiderio di dolcezza.
    Prendo le chiavi dello scooter, indosso un jeans stinto e una t-shirt ottimista con Snoopy alla macchina da scrivere “era una notte buia e tempestosa…” e via a tagliare la notte, in cerca di un approdo.
    Passo dal Foro Italico, pervaso di profumo di mare, e delle pietanze preparate coi suoi frutti, che si spande in strada dalle porte aperte delle trattorie
    Migro nella notte materna , tiepida e amniotica, voglia di rientrare a casa uguale a zero, sento il sapore della libertà sulle labbra, tra il cuore e la maglietta che svolazza.
    Le piccole ruote scorrono con poco attrito sull’asfalto, producendo un leggero miagolio, e vago leggero e senza ansie attraverso le tende grigie dei quartieri, rallentando ed accelerando in sincrono col fluire delle onde semaforiche e del poco traffico della notte.
    Mi dirigo, e la raggiungo presto, verso piazza Croci, dove so di trovare uno dei dispensatori di orgiastiche dolcezze naturali che la mia terra sa impudicamente offrire al viandante notturno. Isso la Vespa sul cavalletto, a perpendicolo col marciapiedi, mi avvicino al banchetto multicolore dove chili di spinosa segreta dolcezza fanno mostra di sé, chiedo nel codice del venditore, prima con lo sguardo e poi a voce: “ quattro”.
    Veloce l’uomo magro e vestito di scuro pianta l’affilatissimo coltello nelle bucce carnose, e con movimento sinuoso di polso e di lama ne denuda l’oscena polpa, fresca ed invitante, nei suoi colori tipici, rossa, arancio, ghiaccio.
    Mangiare un ficodindia è un esercizio di voluttà assoluta, medievale nel rito e paradisiaco nel soddisfacimento dei sensi: si deve circuire la spinosa pulzella, accoltellarla a tradimento, scuoiarla del vello pungente e infido, osservare con cupidigia la intima polpa lucente e tinta dei colori del tramonto, infine piantare i denti nel frutto succoso, in una esperienza multisensoriale che coinvolge anche l’olfatto, oltre che la vista ed il gusto.
    Soddisfatto, offro le mie banconote a questo lenone ortofrutticolo, adesso amico, asciugo le mani sulle cosce, i pantaloni di ruvida tela genovese non ne soffriranno, rimonto sulla fidata auriga motorizzata e sfilo verso un’altra destinazione, nella notte ormai dolce. Prossima tappa, cornetto all’alba.

  6. Lo strappo produce un suono come di carta, ma più denso. Sotto i denti la carne è molle e dura allo stesso tempo, e mentre tiro stringendo con i canini, a poco a poco il tessuto si allunga, dilatandosi e viene via. Il liquido dolciastro mi scorre sotto la lingua, mentre assaporo il succo del brano che tengo stretto fra le mani. Poi, mentre dilanio un altro lembo di quella carne cruda e sanguinolenta, avverto il solletico nel palato, come se fosse troppo acre o poco cotta. Ma non è cotta, la mia mente deve abituarsi a questo stato di cose. Affondo i denti, ancora, e strappo.
    Mi sento osservato.
    Giro lo sguardo verso la testa reclinata a fissarmi. Gli occhi sono vitrei, morti, infossato in un cartoccio di capelli incrostati.
    – Non sarai la prima né l’ultima – le dico, leccandomi le labbra sporche di sangue.
    Sopra di me, il cielo sta schiarendo. L’alba è vicina.
    – Scusa tanto – dico alla ragazza sgozzata, per poi rituffarmi, affamato, sul suo collo.

  7. L’amante
    La tavola è imbandita come nelle occasioni importanti. La tovaglia bianca, quella ricamata a mano, il servizio buono, le posate col manico dorato.
    Perché anche l’occhio vuole la sua parte.
    Non ricordo bene se ricorre qualche anniversario, ma non ha importanza, la mente si lascia distrarre volentieri.

    Verso lo champagne nel flute: le bollicine dorate sgorgano come una magia. Rimetto la bottiglia nel freddo e le attenzioni sono solo per lei. E’ davanti a me, procace e irriverente nella sua nudità. Sa del suo fascino e se ne sta lasciva, incurante del mio sguardo voluttuoso.
    Con gesto misurato e fermo l’avvicino a me, e subito gli occhi si colmano del piacere che verrà.
    Spremo appena lo spicchio di limone, due gocce bagnano il suo corpo vellutato, senza esagerare. La sollevo leggermente, avvicino le labbra e prima che si posino su di essa il profumo del mare già invade le narici, s’insinua verso il palato e lo prepara ad accogliere l’agognato ospite.

    La bocca socchiusa sfiora leggera il corpo turgido e scivoloso. Poi lo circonda, lo stringe in un abbraccio audace. Lei finge di resistere per un po’, fa parte del gioco, finché un morso delicato recide gli indugi e il sapore salmastro irrompe prepotente. Con una nota sgradevole, quasi fastidiosa, eppure allettante.
    Come un amore improvviso, un lampo di passione, bramato e temuto, pericoloso ma irrinunciabile. Un attimo, solo un brivido di piacere che il pensiero cerca di trattenere in gola. Ma lei, amante esperta, si divincola, sfugge alle esortazioni tardive e veloce scivola oltre le porte peccaminose, lungo il vortice che è già rimpianto, regalando un ultimo sussulto di godimento.
    Flebile sospiro.

    Sollevo il calice, bevo un sorso, il sapore fruttato sulle labbra attenua l’acredine marina. Le bollicine danzano gioiose sul palato, invitano al sorriso, annusano l’amplesso consumato e si lanciano sulle tracce dell’amante perduta. Apice sublime di piacere.
    Nulla riesce a sedurre le mie papille come un’ostrica.

  8. Buon appetito Mr. Parkinson
    “Inizierà lentamente a non percepire più gli odori. Profumi,essenze,aromi, piano piano svaniranno dal suo naso ma soprattutto dal suo cervello. Ricorda i gelsomini all’imbrunire? Ricorda quei respiri profondi per suggere, come fosse diventata un’ape, tutto il nettare profumato che emanavano? Bene, si porterà via pure quelli. Si chiamano “parosmìe” e precedono di poco la perdita del gusto”.
    Il neurologo descriveva alla Signora Zita ciò che sarebbe accaduto via via che il suo “Morbo di Parkinson” avrebbe progredito dentro il suo corpo e il suo cervello. Come un mostro alieno, come un parassita, come un ladro abilissimo, le avrebbe portato via le cose più belle: i sapori del presente, ma anche i ricordi di essi.
    “ Il sapore della mentuccia selvatica quando spira da maestrale e quello delle nèpite e delle stoppie, dove pascolano indolenti le lumachine di Luglio. Sì, proprio quelle che lei gustava con l’olio e l’origano in quella vecchia trattoria del suo paese. Anche quei sapori svaniranno, signora Zita, e per nulla al mondo potrà mai più riavere. Così, mentre lei perderà olfatto e gusto, Mister Parkinson ‘mangerà’ i suoi neuroni. Si abbufferà di loro e del ricordo dei dolcini di Pasqua. Quei dolci, fragranti di forno, caldi ancora nelle teglie di alluminio, spolverati di zucchero a velo, vaniglia e cannella.
    Un solo gusto percepirà alla fine del gioco del Signor Parkinson, ma sarà lei a scoprirlo; non le anticipo nulla, adesso”.

    Un giorno di Ottobre la Signora Zita tornò mesta a casa. Aprì l’acqua calda nella vasca da bagno, si spogliò e si immerse nel tepore liquido. Il profumo della lavanda che vi aveva sciolto l’avvolse tutta, ma lei non lo percepiva. Tranciò di netto le vene dei polsi, leccò il suo sangue e di quello percepì il gusto dolce e caldo, come i biscotti di Pasqua caldi di forno. Si addormentò nel calore di quell’acqua amniotica e sognò, sognò d’essere un cavaliere medievale che con la spada recideva la testa al drago Parkinson. Sognò; per sempre.

  9. Cor cardo e co l’arsura non c’è verso,
    de nun sentisse perso:
    -Mo’ che me magno?
    Te viene ‘n guizzo e te ricordi de quel “cantuccio” de pane de du giorni.
    La coccia dura come er sasso, ma la mollica pare bona,
    che si c’enfili ‘n dito tra li buchi nun li smovi
    Sarebbe bono solo da grattà, pe diventà la panatura della prossima frittura.
    Ma ora è tempo de magnà e tocca fa ‘na cosa pe nun accende er gas e mette su la pila.
    Te viene in mente, che si lo bagni sotto l’acqua
    l’aspetto vigoroso jè poi levà…
    Aperta l’acqua fredda, che solo a toccala te porta giovamento
    la fetta de pane ce ficchi sotto, c’è vò ‘n momento solo,
    e quello che pareva da butta, mò s’ariprende.
    Distesa sopra a ‘n piatto la fetta ammorbidita
    pare d’avè retto l’offesa subita
    schiumeggia la mollica e se sfalda la crosta
    pare voglia accettà la proposta
    de fa da letto al pommidoro…
    Nel frigo se ne stava, lo piji tra le mani
    e lo rigiri, ancora nun se fatto mollo menomale!
    Nun c’ha na ruga ne na grinza
    rosso da fa vergogna, er succo. pizzica le mani appena cor cortello fai er deciso taglio in due.
    Morbido de cuore, pare avè capito…
    Na strofinata sopra er pane e come un matrimonio,
    te pare che quel legame non possa esse più sciorto.
    So pezzi grossolani, ‘n po’ scomposti er succo è scivolato in ogni buco, la buccia s’è sfardata
    ancora ‘n artro tocco e pure st’opera sarà completata!
    Un filo d’olio, oro liquido dal corpo appiccicoso e denso, scenne regolare e tutto quello che se trova sotto, comincia a brillà.
    Er sale è la sapienza, dicono, me pare proprio vero!
    ‘Na piogerella fina de cristalli er gioco è fatto.
    C’hai messo er colore, er sapore, nun te vorrà scordà de daje odore?
    Te sei piantato sur balcone, na piantina,
    e dopo tanta cura, te serve de staccà ‘na sola fojolina,
    la passi sotto l’acqua je dai ‘na sgrullatina nel suo verde acceso la completi dei colori che je mancheno.
    Er rosso er bianco er verde, te pare na bandiera
    Er gusto semplice d’Italia.
    La vita nun sarebbe tanto bella si nun avessero ‘nventato La Panzanella!

    • Da questo momento in poi le correzioni le faccio io! Ma solo se suggerite dall’autore come è stato fatto in alcuni post di questa palestra e se riguardano piccoli refusi e non questioni strutturali!

  10. Sto fissando da un po’ un foglio di carta ancora ostinatamente bianco, perché ho troppe idee per la testa e non riesco a trovare le parole giuste per esprimerle.
    Un odore sottile sgradevole, pungente mi fa correre in cucina: la macchinetta del caffé borbotta ostinatamente sul fornello del gas.
    Come al solito me ne sono dimenticata!
    Spengo il fornello mentre il manico si trasforma in gocce di plastica che piovono sulla mia stufa lucida bianca.
    La puzza di plastica nell’aria è terribile: apro la finestra ma non serve a molto.
    L’odore di plastica sta già riempiendo la cucina, impregna le tendine, la tovaglia, le presine, i tovaglioli, i coprisedia: mi secca la gola e mi appanna la vista.
    Sollevo il coperchio della macchinetta con una forchetta: metà del caffé è gia evaporato e quel che resta è un liquido denso, nero, bollente.
    Prendo un cucchiaino e vado a pescare qualche goccia nella macchinetta per annusare meglio: l’odore è forte, bruciato, penetrante.
    Ne lascio cadere qualche goccia sulla punta della lingua, così, giusto per sapere che sapore ha: l’amaro si impadronisce totalmente di tutta la lingua, fino alla gola.
    La mia lingua non sembra più capace di sentire altri sapori.
    Solo amaro.
    Niente a che vedere con il sapore delicato e fresco del caffé alla menta che ieri sera stavo sorseggiando sotto i portici.
    Eravamo seduti ad un tavolinetto davanti al bar e il tuo caffé fumante sapeva di vaniglia, un odore così dolciastro da essere nauseante.
    Nauseante proprio come tutte le tue parole melense articolate in bugie zuccherose e scuse farcite di sorrisi.
    Ieri ho ingoiate tutte le tue parole, le ho respirate, si sono impadronite della mia lingua e della mia gola: mi hanno intossicata con la loro dolcezza patologica.
    Oggi preferisco l’amara realtà del mio caffé bruciacchiato!

  11. Sapore

    Sapore di sale è nelle radio nostalgia, sapore di nostalgia è nelle onde del mio cuore. E il dj passa tutto il repertorio.

    Questo scorcio di fine primavera sa già di piena estate, ed io sono ancora impreparato, come un libro ancora da capire.

    Più tardi, farò una passeggiata, magari, prenderò un gelato.

    Apro l’armadio, reparto estate 2010 o giù di lì. Panni piegati bene, altri da stirare, li sistemo in un armadio diverso.

    Le loro pieghe mi rimandano ad altro. Questi li ho comprati con lei. Questi li ho messi in quell’occasione con lei. Questi, con questi mi prendeva sempre in giro, lei. Tutto sa di lei. Questa canotta sa ancora del sale dell’estate scorsa. Sorrido.

    A 40 gradi su di un’isola oceanica dovrei stare.

    E avrei dovuto fare shopping. Vestiti nuovi, niente ricordi. Solo il presente.

    Guardo la sfilata di vestiti rimasti sul mio letto. Metterò questi. Quelli che mi parlano di meno di lei. Anzi, no. Metterò questi. Quelli che mi dicono di più. Sì, proprio quelli. Metterò quella canotta che sa di sale. Che sa di lei.

    E ci andrò a mangiare il cono gelato più grande del mondo. Sceglierò sei, sette, otto gusti più la panna. Dirò al gelataio di non preoccuparsi del conto. Di fare porzioni giganti. Sì, più panna amico, gli dirò.

    Passeggerò per le vie con il sorriso di un bimbo, guarderò le stelle, aspetterò qualche istante, e poi sognando, mangerò il mio gelato. Sognando di sporcarmi.

    Fragola, vaniglia, caffè, melone, zuppa inglese e un’alta marea di altri gusti. Come sono buoni. Come sanno d’estate. Di questa estate.

    Cerco di afferrare le gocce dispettose che vanno verso la mia mano. Ma poi le lascio andare.

    Continuo a passeggiare. Isole a forma di dita punteggiano la mia canotta, un arcipelago di sapori la invade per poi sprigionarsi da essa.

    La mia canotta non sa più di sale, di lei, di ieri. Ha il sapore forte di arancia, di fragola, frutti di bosco, di cioccolata, di mille gusti. Ha il sapore del presente. Il sapore di una sera da dimenticare. A 40 gradi.

  12. Lasagne

    Le labbra sono ancora serrate mentre le narici per ovvie necessità sono spalancate e anticipano la venuta di qualcosa di paradisiaco. Gli occhi ingordi vedono e attendono che le mani attraverso arnesi adeguati avvicino a tranci la pietanza che sta dinnanzi: Lasagne. Strati su strati su ancora altri strati bagnati da pomodoro e besciamella formano la Lasagna fumante nella sua essenza, nella sua anima, nel suo esistere. Arriva il momento: la forchetta taglia, inforca e porta al centro dei sensi, al centro del piacere; stiamo parlando della bocca. Finalmente si mastica e gli strati sotto il tagliare dei denti si decompongono fino a formare un gusto unico, indescrivibile…Si sente il pomodoro insieme alla besciamella e in parte anche il formaggio filamentoso sciolto dentro il forno. Il dente penetra gli strati senza pietà e il calore invade fino ad infuocare tutto il palato…pazzia. Si vorrebbe che quel momento non finisse mai ma i sapori con irrimediabile puntualità ci abbandonano…Siamo pronti a inforcare un altro pezzetto ma il primo boccone, ricordatevelo, rimane unico e indimenticabile…

  13. Non so se sia un complimento o una freccia velenosa. Quel punto esclamativo mi lascia nel dubbio. Non credo finora di aver avuto atteggiamenti antipatici. Se è successo me ne scuso davvero, non è nelle mie corde suscitare antipatia. Se è un complimento. lp gradisco di cuore.
    Salvo

  14. Lungi da me un’idea “sì nefasta”. Replicavo solamente a Stella che il suo commento non l’avevo capito e, anzi, mi scusavo qualora avessi dato adito a dei malintesi. Sono un gentiluomo d’altri tempi ma so leggere tra le righe di un complimento o di una facezia. Tutto qui.
    Un caro abbraccio.
    Salvo

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