Palestra n. 5 – Lettera a uno sconosciuto

Quanto sono strane le lettere.
Quando tu ricevi una mia lettera io sono già altrove.
Quando io ne leggo una tua, mi trovo di fatto in un tuo momento passato.
Sono con te in un tempo in cui ormai non sei più.
(David Grossman, Che tu sia per me il coltello)

Bentrovati amici!

Ho esordito con una citazione perchè l’idea di questa palestra mi è venuta proprio leggendo quel libro. Ora non starò di certo qui a farvi una bella recensione del suddetto ma mi limiterò a dirvi che è un romanzo epistolare e tutta la vicenda inizia appunto da una lettera a uno sconosciuto. Lì ovviamente si va avanti per pagine e pagine fino a farne un intero libro a noi invece non interessa che una lettera. Una sola. Vi concedo anche di conoscerlo il destinatario (nel titolo ho messo sconosciuto perché mi pareva molto figo :D) ma cercate di non scadere nelle solite lettere d’amore dal fronte alla fidanzata o alla mamma.

Sono proprio curiosa divedere come ve la caverete a scrivere in seconda persona! Sembra quasi un giochetto ma è una modalità che molti autori trovano difficoltosa. Io sono stata per buona parte della mia vita una mittente compulsiva. Da ragazzina avevo decine di “amici di penna” e tutti i miei amori adolescenziali erano, più o meno consapevolmente, destinatari delle mie missive. Ne sarò ancora capace? Beh come sempre ci ho provato quindi subito appresso al regolamento troverete il mio pezzo.

Regolamento

Da oggi e fino al 30 settembre (ce la prendiamo comoda che è estate per tutti) potete postare qui le vostre palestre, come se fossero dei commenti. Non ci sono limiti di genere, tono o stile (a parte la civile decenza). La lunghezza dovrà essere compresa tra 500 e 2000 caratteri. Entro il 10  Ottobre sarà proclamato il Vincitore che si conquisterà un posto d’onore nella categoria “Autori coi muscoli” che conterrà una presentazione e una breve intervista.

L’abito verde smeraldo gioca con la luce candida dei neon della metropolitana.

Sì, ti osservo, e un po’ me ne vergogno, ma sarebbe impossibile non notarti a quest’ora, in questo posto. Non sono l’unica a farlo e tu tieni gli occhi bassi perché lo sai. Nel fiume grigio dei lavoratori in ritardo una principessa dei boschi è miele per gli occhi.

Eppure loro di certo non vedono quello che vedo io. La smagliatura sulle calze è una ferita molto più profonda di quello che sembra. Quante ore hai passato in un hotel di periferia a soffocare i gemiti sul cuscino e conficcare le unghie nel materasso? Tra le lenzuola hai disegnato graffi profondi. Graffi che la sua pelle non potrebbe mai far entrare in casa dove lo aspettano una rispettabile moglie e bimbi riccioluti. Ha anche un cane vero? Uno di quei batuffoli di pelo che non fanno altro che abbaiare ai vicini.

A te invece non riserva che quel vuoto al ventre. Cerchi di riempirlo stringendo più che puoi la borsetta di strass. Eppure lo ami. Eppure ieri hai indossato quel vestito e ti sei sentita per un attimo la sua regina mentre lottando con l’eyeliner disegnavi per lui il tuo sguardo migliore.

Adesso nell’alone disfatto di quel trucco ci sono solo rovine. E io mi ci rifletto dentro perché “quel” gioco è stato il “mio” gioco. Per troppo tempo.

Credimi se ti scrivo che oggi potrei stringerti le mani e dirti che no, amica mia, non è questo l’amore: una deformazione del dolore, uno stillicidio di lacrime soffocate. No, niente di tutto ciò.

Quindi va’ a casa e lava il tuo viso, e poi i capelli, e il corpo. Liberati dallo sporco che i suoi baci ti hanno incollato addosso. Poi voltati l’anima e lava anche l’interno perché di lui non ci sia più traccia. E quando domani, o il giorno appresso, o quello dopo ancora, passerai di nuovo da queste parti non abbassare gli occhi: fissa chi ti guarda. Senza paura, senza timore. Perché non sarai più tristezza sotto i riflettori, ma una donna che ha imparato a rispettare se stessa.

Annunci

100 risposte a “Palestra n. 5 – Lettera a uno sconosciuto

  1. Mi hai ordinato di scriverti tutti i giorni, obbedisco. Forse, è l’unica cosa che so fare per te senza commettere fallo. Sono ormai alla cinquantaduesima lettera. No, non le ho numerate, ho contato i giorni. Ho contato gli errori, le percosse e le punizioni.
    Ho sbagliato ogni giorno con te. Anche oggi, due volte, e tu mi hai inflitto la pena più difficile da sopportare: l’indifferenza.
    Come il falco gira attorno al suo piccolo topo in una spirale di traiettorie sempre più strette, così tu a passi lenti hai circondato con la tua presenza il mio corpo prostrato a terra, per rimirare l’ottimo lavoro compiuto su di me. Palpebre come persiane serrate sul mondo, gonfie e tumefatte a nascondere occhi privi di luce e lacrime. Labbra ormai inesistenti, cucite con una spillatrice dopo aver allargato un sorriso che non sorgeva spontaneo. Nervi come cavi d’acciaio, tesi sotto pelle di carta velina in mezzo ad autostrade di sangue e paura. Desideri senza padrone, annullati da un tuo ordine a vagare come brividi sulla mia schiena.
    Cinquantadue lettere e non ne hai letta ancora una. Solo quando lo farai deciderai il mio destino.
    Io non sono pronta: la tua decisione potrebbe portarmi a morire, a non essere più nessuno.
    E allora ti supplico: calpestami, una mano o la testa se ti aggrada, ma fammi sentire che esisto. Parlami, sgridami, graffiami con la tua voce come carta vetrata. Solo così saprò che le mie orecchie sentono ancora.
    Picchiami, percuotimi, poi poggia le tue mani di velluto su ogni livido. Sarò viva nel preciso istante in cui tutto trema, anche il cuore, fino ad allora sono la terra che calpesti camminando.
    Piegami alla tua volontà, istruiscimi, fammi mansueta al tuo ideale.
    Non avrò desideri, necessità alcuna che non siano le tue. Non avrò parole se non vorrai sentire la mia voce, non avrò occhi da poggiare su di te, né mani, né labbra, né cuore. Io non sarò nulla se tu non vorrai.
    Esisto solo se mi pensi.

    Neanche degna di essere una schiava.

  2. Ciao,
    Oggi ho immaginato che eravamo sedute al tavolino di un caffè e mi passavi una birra. “Dio, come sei diventata noiosa” mi hai detto e poi sei scoppiata a ridere, prendendomi in giro.
    Avevi gli occhi grandi, espressivi, specchio dell’anima diafana che respira nei tuoi gesti, e risplende della vita che ti attraversa con potenza. Sorseggiavi calma, perfettamente a tuo agio, come se mi conoscessi da sempre. Poi hai appoggiato la bottiglia sul tavolo e mi hai fissato, quasi a chiedermi ma insomma questa che vuole? No, non me l’hai domandato, ma scommetto che l’hai pensato. È tipico di te borbottare qualcosa chiusa nelle stanze del cuore dove ti muovi, respiri, vivi. In una parola: esisti. Come faccio a saperlo? Guardati, è come essere allo specchio, come sfogliare un album di foto sbiadite, portando indietro il tempo.
    Già il tempo, è da lì che ho creduto potessi saltare fuori all’improvviso. Dalle pieghe antiche di una figurina in bianco e nero, sei venuta a dirmi che ami i tuoi anni, che vorresti avere sedici anni per sempre. Mi mostravi persino il tatuaggio con cui ti sei illusa di fermare le ore. Ho sorriso ed ho provato a spiegarti che il tempo è inarrestabile, che avresti dimenticato il tatuaggio, gli amici e tutto il resto. Tu, ovviamente, non mi hai creduto. Sei scoppiata in lacrime, pregando di non essere davvero me.

    • Caro Amore Anonimo,
      come stai? E’ tanto che non ho tue notizie. Vorrei chiamarti, ma non so se posso. Siamo sempre stati clandestini, a causa del tuo stato civile (sposatissimo). A proposito come sta Tua moglie e come sta tua figlia Giulia? La nostra storia si è consumata in un anno.Era il 1998. Ti ricordi? Io ero la tua segretaria e tu eri Responsabile Commerciale. Quando mi è venuto l’ascesso al dente, tu mi hai chiesto se volevo un passaggio dal dentista. Io non ci vidi niente di male e invece, da lì iniziò la nostra amicizia “platonica”. Mi sono innamorata di te, pur cercando in tutti i modi di salvare il tuo matrimonio. Ti ho anche consigliato di portare tua moglie a Ravello, il posto più romantico che io conosca. Ma niente… mi hai chiamato disperato anche da lì, avevi bisogno di me, dei miei consigli, dei miei racconti.
      Dopo il lavoro ci vedevamo ad un parco dietro casa mia, e percorrevamo chilometri parlando di noi, di ciò che volevamo dalla vita, dell’affetto che ci legava. Tu avevi 5 anni più di me. Quanto abbiamo giocato sulla tua data di nascita. Il 30 novembre… la stessa di mio fratello.
      Poi cominciasti i lavori della villa a Rocca Priora e io il sabato scappavo lì da te, ma mi resi conto che avevi una paura matta di essere scoperto, tanto che mi mostrasti la porta sul retro per sfilare via se fosse venuto qualcuno a trovarti.
      Avevi deciso che tua figlia non poteva vivere a Roma, con lo smog, il traffico e la delinquenza, e lo trovai giusto. A Rocca Priora, mi mostrasti il soffitto della villa, fatto a ventaglio sullo stile giapponese, tu che amavi tanto ascoltare il mio giapponese, e che volevi sapere tutto sul Giappone.
      Poi iniziai a scrivere poesie per la tua bimba che allora aveva 3 anni, e a dedicarti le medaglie che vincevo nelle gare di nuoto.
      Presi anche un giorno di ferie per andare con te ad Arcinazzo. Nevicava ricordi? E quel giorno al trullo che vedemmo il falco. E da allora ascoltavamo Falco a metà di Grignani. Ma la nostra canzone era “Quando” di Pino Daniele.
      I nostri incontri erano ostacolati da mia madre, che non voleva che soffrissi per te e alla fine tira e molla tira e molla ti lasciai, ma in modo eclatante, spensi il cellulare, presi 6 mesi di aspettativa dal lavoro e dovetti curarmi per un esaurimento tremendo.
      Non riuscivo più a parlare, non riuscivo a tenere ferme le gambe.
      Dopo, seppi che eri andato dai datori di lavoro, che erano i miei zii, a dichiarare il tuo amore, e che loro ti avevano minacciato, che se non mi lasciavi, ti licenziavano. Credo che non avesti paura delle loro minacce, quanto che la mia malattia ritornasse e tu non fossi in grado di assistermi nella maniera giusta.
      Ad Aprile, ci incontrammo, e tu mi dicesti che non dovevo più sconfinare nei tuoi paletti.
      Non mi sono più innamorata ovvero, sono ancora innamorata di te… e spero sempre che tu mi cerchi per coronare finalmente il nostro amore, ma è un sogno…solo un sogno…

  3. Eri un sogno. Il mio sogno. Eri mia. Da sempre desiderata compagna della mia vita, da coccolare, viziare, accarezzare.
    Uno specchio lindo in cui la mia immagine si sarebbe riflessa senza le storpiature del mio vissuto, le cicatrici dei miei difetti, i segni delle mie illusioni disattese.

    Ti avrei insegnato ad affrontare la vita a testa alta giocando con il colore dei sogni, trasmesso la mia tardiva consapevolezza, incoraggiata a credere nella tua forza e a seguire la tua strada senza esitazioni.
    Avremmo percorso insieme un pezzo di vita, mano nella mano, complici e forti di un amore infinito. I tuoi piccoli passi incerti sarebbero pian piano diventati quelli saldi e sicuri di una donna adulta e coraggiosa, come solo le donne vere sanno essere.

    Desiderata e immaginata eppure inimmaginabile, come me e l’opposto di me, maestra e discepola in una volta. Mi manchi.
    Ora so che non ci incontreremo. Tanti i perché, nessuno vero.
    Le persone, il destino, la vita, che importa? La tua immagine indistinta e perfetta rimane impressa nei miei desideri.

    Non è questo un addio, piccola mia.
    Aspettami e ti prometto che un giorno ci incontreremo e ci abbracceremo; con un solo sguardo riconosceremo l’unisono delle nostre anime in quella dimensione in cui la gente-che-fu incontra i non-nati e non si lasceranno mai, cara figlia mia.

    • Il racconto del faro l’ho scritto io, sarei un maschietto a tutti gli effetti ! Solo il punto di vista e’ femminile…
      Potrebbe essere cestinato cosi lo reinvio con il tittolo e un paio di correzioni ortografiche ?

      grazie mille !

  4. Per comprenderti dovrei prima conoscere me stesso.
    Ho tergiversato a lungo e alla fine ho maturato la decisione di scriverti.
    Sottolineo di amarti ancora. Anche se il mio amore ricerca l’attimo e non l’abitudine.
    Non credo proprio che tutto possa ricondursi ad una semplice relazione di causa ed effetto. Niente di più falso.
    Ci sono cose che nascono dal nulla e altre ancora che si concludono senza una logica.
    Hai perfettamente ragione quando dici che l’anima è il senso più adatto a captare la vera essenza delle cose. Tutto il resto altro non è che un banale appagamento edonistico.
    Raminga hai bendato gli occhi per non partecipare alle mostruosità del mondo. Strappandole potresti scoprire: come il mondo reclami sempre il sangue dei giusti. Come il danaro spanda i semi dell’odio e dell’intolleranza.
    Sarebbe meglio che tu non nobilitassi più gli aspetti della tua esistenza e che invece imparassi ad comprendere quello che i miei occhi desiderano enunciarti.
    I tuoi giorni del passato, del presente, del futuro, hanno avuto, hanno e avranno: innalzamenti e ricadute, dubbi e certezze, sacro e profano. Ricorda sempre che tutto ciò che accade, assume sempre un preciso significato.
    Ti ho offerto carezze e spine, bugie vere e false verità.
    Ti ho abbracciato e spinto per terra.
    Ti ho dato fiducia pur non conoscendoti.
    Ti ho aperto il cuore per darti accoglienza.
    Ma sai, meglio di me che il nostro struggimento interiore non avrà mai fine.
    Permettimi di chiederti il perché mi hai cercato e perché ti sei subito dimenticata di me.
    Mi hanno detto che sei sempre bella e che vale sempre la pena viverti.
    Ti ringrazio vita mia per i momenti di felicità ma anche per le lacrime che ho versato per te.

  5. Se tieni tra le mani questa mia, del mare ci si può fidare!
    Sono un uomo che trascorre quel poco tempo che gli resta, guardando fuori dalla finestra della casa di riposo che lo ospita, da questa si scorge il mare, a lui ho pensato di affidare i miei ultimi pensieri.
    Sono le considerazioni di un vecchio, un uomo che sente arrivata la sua ora, che ha rimesso il suo orologio e si è concesso un ultimo bizzarro gesto.
    In compagnia del mio pensare, ho percorso a piedi nudi la terra, ho attraversato cieli mutevoli, ed ora ti ho raggiunto, per mare, ovunque tu sia.
    Ho creduto di poter imbottigliare un pensiero prima che svanisse la fragranza delle parole stesse.
    I messaggi in bottiglia sono sovente richieste di aiuto, nel mio caso sono considerazioni che sottraggo al silenzio della morte.
    Chissà se hai sogni stanchi addormentati sulle spalle curve o giovani sorrisi tutti da vestire di vento.
    Chiunque tu sia, a te son giunte le mie poche righe fatte di pensieri viaggiatori e non naufraghi.
    Ho avuto parole per graffiare cuori, per fuggire e per tornare, parole di cui mi sono ricoperto nei momenti densi di bisogno.
    Sto morendo e mi compiaccio!
    Ho percorso ogni angolo del mio essere uomo, sono pronto a spogliare del corpo la mia anima e a sentirmi libero, oggi più che mai ho bisogno di parole per nominarti “erede”.
    Vorrei affidarti l’assenza dei perché; le cose accadono e non esiste una spiegazione per tutto.
    Ti lascio una domanda senza risposta per abituarti a chiedere senza ottenere.
    Ti affido le mie debolezze che mi rendono fragile in balia del mondo che mi ospita, perché tu non ti senta il solo.
    Avevo il desiderio di viaggiare e quello di parlare con un amico, il mare li ha esauditi, è tempo di volare, ho domandato al cielo ed ora attendo…
    Grazie per aver accettato la mia visita,

    Salvo Pensiero.

  6. Oggi è il sole a bussare alle finestre.
    Sono entrata in mare e ho pensato che sarebbe stato carino baciare il tuo corpicino salato. Ho fatto un tuffo immenso, di quelli che ti fanno esplodere l’anima. Undici metri dalla scogliera e poi… Credo di essermi sentita come te, amore mio, solo cinque anni, quattro mesi e nove giorni fa: tesa tra l’immensità ed il frigido ardore di un abbraccio che ti sprezza.
    Ho pianto sai, era la prima volta.
    Ho pianto per te, per me, eppure dove finiva l’acqua salmastra ed iniziavano le lacrime non te lo saprei dire.
    Mi dispiace, perché oggi mi manchi.
    Mi manchi immobile e ancora calda, come t’ho visto l’ultima volta.
    Quant’eri fragile piccola mia, eri la bruma tra queste onde.
    Il mio sorriso volto alle tue iridi vuote, adagiate come perle, in una conchiglia di sangue.
    Il tuo ventre bianco macchiato.
    Fui pazza di funereo desio, la febbre ottenebrava il mio putrido cuore mentre ti spezzavo le ali, mio angelo.
    Il mio coltello continuava a dipingere su te arabeschi, quando sarebbe bastata una sola pugnalata a far cessare i pianti e le grida ch’erano a lungo sbocciate da quei petali ch’erano le tue labbra, ora impastate di sangue.
    Eri così bella tra i rovi, capelli invischiati di luce e morte.
    Eri fiorita dal mio seno, sorta e cacciata da un mondo troppo buio per le tue ciglia dorate.
    Il lucore del mattino brillava come s’una florescenza velata di rugiada sul tuo cadavere diafano.
    Fu il silenzio più meraviglioso che avessi mai ascoltato.
    Poi vennero gli anni vuoti, le parole mute, i discorsi sordi, le notti bianche, i vestiti neri.
    Non c’erano ricordi a correre nel mio passato e non c’era futuro che la mia testa potesse partorire, ma stamattina mi sono infranta nel mare. S’è mossa la mia nevrosi, s’è rovesciata la culla in cui m’ero rifugiata. Io sola, dilatata tra pazzia e dolore, ho ritrovato quel giorno in cui t’ho tolto la vita.
    Dormi ancora tranquilla, non è il rimpianto a turbarmi, dico solo che oggi, mi manchi.

  7. Mi ricordo ancora, come fosse ieri, la prima volta che ti ho incontrato.
    Era una fredda giornata invernale, la gente camminava veloce per la strada, erano tutti a testa bassa per difendersi dalla pioggia battente. Tu eri di una bellezza disarmante, disarmante per i miei occhi che ricercavano solo amore e conforto.
    Ti ho visto subito e tu hai visto me.
    Ricordo i nostri sguardi che si sono incrociati e poi intrecciati e poi legati e faticavano a staccarsi tra di loro. Ho sentito un forte calore che mi avvolgeva il cuore ed avevo solo voglia di buttarmi tra le tue braccia, in un profondo contatto di anime. Probabilmente lo volevi anche tu.
    Sotto la pioggia incessante come i battiti del mio cuore, mi scrivesti su un pezzo di carta il tuo nome ed il tuo numero di telefono e me lo diedi senza dire una parola perché ormai ci eravamo già detti tutto.
    Lo presi e lo misi velocemente in tasca, per non far capire a nessuno il nostro segreto e le nostre
    intenzioni.
    Non sapevo se leggerlo oppure no, se chiamarti, se trasformare in realtà quello che avevo intravisto nei miei pensieri.
    Mentre camminavo riflettevo su quanto sarebbe stato grande il dolore per me se tutto fosse finito tra noi, se sarei stata capace di accettare anche quella sconfitta.
    No, non ero capace, così gettai il pezzo di carta per terra, lasciando che la pioggia lavasse lentamente via l’inchiostro e rimanesse solo un foglietto senza significato per chiunque l’avesse trovato, tranne che per me.
    Chissà come ti chiamavi, dove vivevi, dove avremmo potuto essere adesso io e te.
    Prima combattevo con la mia solitudine, ora combatto con i miei rimpianti.
    Ecco perché adesso sono qui a scriverti una lettera, mio amato sconosciuto, per dirti tutto quello che non ti ho rivelato prima e per aprirti la mia anima, anche se il tempo delle nostre anime è ormai trascorso, e non ci resta che il pensiero del nostro mancato amore a riscaldarci per il resto dei giorni.

  8. tante volte ho pensato a te. tante volte ho pensato a te come amico, a te come fidanzato. io ti vorrei abbracciare, baciare, coccolare, stringere a me- tu sei un ragazzo molto simpatico e molto intelligente, tu sei tutto quello di cui avevo bisogno, di cui ho bisogno e di cui avrò bisogno in futuro.
    se tu sapessi quanto ti amo ti renderesti conto che su di me potresti contare e che non ti lascerei mai.
    Vorrei, vorrei vivere con te per sempre nel mio mondo, un mondo tappezzato di mille colori illuminato da da un infinità di stelle e variegato da tanti profumati fiori dove si odono solo i cinguettii dei passerotti, il fruscio del vento e lo scorrere del fiume in un atmosfera da sogno e mentre io e te , sdraiati in una collina di petali di rose, osserviamo il calar del sole…. all’improvviso una splendida luna flette su un dorato lago, illuminando i nostri visi e scaldando i nostri cuori, e come per incanto le nostre mani si sfiorano, ed un emozione ci assale per tutto il corpo e mentre i nostri sguardi si incrociano, come per magia le nostre labbra si uniscono dando vita ad un miracolo, il miracolo dell’amore, come in una favola…. la nostra favola…
    Nessuno mi ha mai vista nell’anima come mi hai visto te.
    Nessuno mi è mai entrato nell’anima come ci sei entrato te.
    Ho tanta voglia di te dolce abbraccio, che scalda il mio cuore, non con il tuo amore, ma con l’affetto semplice e delicato.
    ti voglio bene ogni giorno di più e ti amo anche ogni giorno di più.
    sei la realtà dei miei sogni e non voglio che questo sogno finisca.
    ti amo troppo.
    Ho un sogno: Quello di vivere, condividere, litigare, giocare, parlare, sbagliare, gioire, morire insieme a te amore mio

  9. Sono un’officina di sensi di colpa che produce, quotidianamente, lo stesso pezzo. Le mie quattro lettere accettano, passivamente, la realtà scolastica di mio figlio.
    E’ silenzioso, mio figlio. Come me. Come te. Nasconde ogni paura in una chitarra: scrive canzoni, ma non ho mai potuto ascoltarne una. Vorrei potessi farlo tu come fossi il padre che gli assomiglia. Ricordi questo nostro sogno? Vorrei essere con te come cinque anni fa: senza paura, in mezzo al mare, con un solo desiderio da esprimere. Quella stella ha incontrato l’amara realtà immaginata dai nostri genitori e, pesante, è tornata a confondersi tra gli altri astri. Quella stella non è più nostra. Non sono più nostri gli scontri sulla passerella che portava al mare. Il primo sguardo tra me e te: io che fotografavo i labirintici castelli di sabbia in riva al mare e tu che correvi a cercare l’ombra. Eravamo proprio così: io diciottenne senza punti di riferimento e tu sedicenne affamato di solitudine. Ora cosa siamo? Vorrei chiederti se sei felice, guardandoti negli occhi. Ti ricordi i miei occhi lucidi al primo appuntamento? Le lacrime all’appuntamento con l’amore? La paura scorreva nelle vene, ma le tue mani insicure sul mio corpo avevano saputo tranquillizzarmi.
    Avrei bisogno dei tuoi abbracci a spostare il mio baricentro. Vorrei perdere questo equilibrio. Inconsistente equilibrio senza legami. Assordante equilibrio senza battiti del cuore.
    Quel cuore, ormai, è tuo. Solo tuo. Ti amavo come non ero mai riuscita ad amare. Ti amo come non riesco più ad amare. Ti amo in bianco e nero perché il tempo non potrà consumare l’arcobaleno della nostra prima fotografia. Ti amo senza certezze, fissando le stelle con una disorientata speranza di averti al mio fianco, ancora una volta.

  10. Mi salutavi con quella bianca manina. La facevi uscire dal finestrino posteriore dell’ auto scura di tua madre. Eri piu’ piccola di me e non eravamo amiche perche’ non ci conoscevamo abbastanza. Eppure nonostante i due anni che ci separavano qualcosa di me ti era piaciuto. Ti stavo simpatica. Forse perche’ ti sorridevo tutte le mattine?
    Avevamo sempre quella borsa in spalle che gravava sulla colonna della nostra iniziale adolescenza. Io ero in terza media e tu in prima. Mi parevi cosi’ piccola dall’ alto dei miei anni che ti consideravo ancora una bambina delle elementari. Per questo ti aprivo la porta della scuola quando non riuscivi ad armeggiare con zaino ed ombrello.
    Ciao.
    Ci dicevamo solo ciao.
    Lo stesso che riesco a dirti adesso, con questa lettera.
    Stavo seduta su una panchina di un anonimo giardino di paese avvolta nella calura estiva. La mia amica piu’ taciturna di me sedeva silenziosa. Non avevamo molto da dire a parte che presto ci saremmo separate per iniziare le scuole superiori e ci dispiaceva moltissimo. Quel giorno non passava nessuno per strada. Cosi’ quando passo’ quell’ auto nera ti vidi e riuscii a riconoscerti.
    Non so che cosa mi e’ passato nella mente. La tua mano insisteva quindi mi alzai e corsi verso l’ auto per farti arrivare anche il mio saluto. La mia mano resto’ cosi’, alzata. E qualcosa di nero avvolse il mio corpo. Mi sentii’ sprofondare in un vuoto lungo un secondo.
    Chi saluti? mi domando’ la mia taciturna amica.
    Una bimba. Risposi.
    Ecco che cosa ricordo di te. Quella mano.
    Ti ho sognata tante volte. Ho sognato di incontrarti lungo il corridoio della nostra scuola supplicandoti di non andare in piscina quel giorno. Non andare ti prego. Ti dicevo.
    Ma tu ridevi rispondendomi che si’, saresti andata comunque. Era scritto.
    E’ una lettera persa.
    Ma so che comunque da qualche parte l’hai gia’ letta.
    Ciao piccolina
    Saretta

  11. Anna
    Mio caro sconosciuto…
    non so se “mio caro” sia appropriato poiché non ti conosco, eppure, il solo fatto di scriverti ti fa sentire mio e caro poiché di me fai parte. Occupi i miei pensieri e realmente prendi posto nella mia vita. Già, sarà difficile capire come sei entrato nella mia vita. Sei la persona, forse la sola, alla quale scrivo e non sai ch’esisto. Quando leggerai questa lettera, sarai sorpreso di sapere che una sconosciuta, ti abbia scritto ed abbia pensato a te.
    Son certa che ti domanderai: “Chi può avermi scritto una lettera senza conoscermi”? Ti dirai: “Non ha senso tutto ciò” sì, sono certa che dirai così. Eppure, sono qui a scriverti, caro sconosciuto, sono qui a, diciamo, dialogare con te, a far scorrere l’inchiostro sul foglio, che riempio di pensieri a te destinati, come se tu fossi il mio confidente. Posso confessarti che non mi sento a disagio nell’esternarti ciò che sento, anche perché, tu, non mi conosci e quindi puoi lasciare alla tua fantasia il piacere di divagare intorno al mistero di queste righe che segnano quest’incontro un po’ speciale. Ti starai domandando, dove voglio arrivare, cosa ci sia dietro questa lettera. Posso rassicurati caro sconosciuto, non c’è altro che la follia del dire e pensare. Immagino che tu stia in giardino seduto su una sdraio a bere una bibita fresca, ignaro di quel che sto scrivendo, oppure, ti trovi nel tuo ufficio dopo un mese di vacanze, o ancora, sei nel traffico a bucare il bitume con un martello pneumatico, stordito dal rumore… Potrei continuare a immaginarti in mille situazioni, fare di te un eroe o un farabutto, un ladro, un dottore… per ora so solo che sei uno sconosciuto al quale scrivo una lettera e dico, è bello scriverti, sapere che ci sei, sapere che una sconosciuta pensa a te in questo mondo in cui nessuno pensa a nessuno, dove ognuno pensa a se stesso. Tu sei il mio nessuno, sei l’ombra che mi segue, in ogni tormento, in ogni gioia, sei il mio amico, il mio confidente, la mia passione, sei il mio nessuno che muove le lancette del mio vivere…
    Ciao, mio caro sconosciuto!

  12. Aria. Ciò che mi hai sottratto quando sei scomparsa. Senza dire niente, senza lasciare traccia. Non un abito nel tuo armadio, non un biglietto d’addio. Vorrei spiegarti in quanti modi ti odio. Vorrei inchiodarti nel letto e rammentarti cosa eravamo insieme. Invece scrivo una lettera. Penna e inchiostro, perché hai cancellato la tua casella e-mail. E disattivato il numero di cellulare. E poi di tempo ora ne ho molto, scrivere a penna mi impegna e mi distrae. Meglio non pensare alla fine che ho fatto a causa tua, meglio non pensare agli agenti armati che mi sono piombati in casa quel giorno, quando mi aspettavo di trovarti con le valigie pronte per partire. Rio è rimasto un sogno. Io, te e un milione di euro. Il nostro maledetto piano. Vorrei ucciderti. E baciarti. Soffocarti con queste mani. Scoparti. E invece scrivo, penna e carta, e un indirizzo di posta che non esiste, là in fondo alla cella. Giù nello scarico del cesso. Aria, questo rimane di te. Solo aria fetida e un rigurgito di fogna. Addio stronza.

  13. “ Voglio vedere il mare”.Mi sembra ancora adesso di sentire queste tue parole vibrare nell’aria. Come se in questo preciso istante tu le stessi pronunciando, sottovoce, sibilando, e ora il vento le stesse portando a me.
    Sai,a volte mi piace tornare in quell’enorme campo di grano dove andavamo a stenderci, nascondendoci sotto gli alti fusti dorati,te lo ricordi? Dal campo di grano non si riesce a vedere il mare; è possibile avvertire solo la brezza marina che serpeggia tra le spighe e il lento scorrere delle onde che corrono sull’ acqua fino a infrangersi sulla spiaggia. Ma scavalcando il muretto di pietre, attraversando un buco nella siepe e,infine, percorrendo un breve sentiero di terra battuta costeggiato da due schiere di alberi, eccolo che si apre maestoso davanti ai nostri occhi: il mare.
    Attraverso una piccola e stretta via si giunge all’immensità.
    è come una crepa su un muro, che nasconde un mondo infinito, oscuro all’ essere umano.
    Andavamo periodicamente qui. Adesso capisco perché tu amassi tanto questo luogo. Era come se gettassi tutte le tue ansie, paure, tormenti accumulati nel tempo in questo mare. E così ti sentivi rigenerata. Sorrido al pensiero che tu mi parevi molto simile al mare. Dentro di te nascondevi un infinità di ricchezze, segreti, che in superficie non è possibile vedere.
    “ Uomo libero, tu amerai sempre il mare!
    è il tuo specchio il mare! Contempli la tua anima
    nell’ infinito svolgersi delle sue onde
    e non meno amaro l’ abisso del tuo spirito.”
    Così diceva Baudelaire.
    Fu quel maledetto giorno che decisi di immergermi completamente nel tuo mare, di lasciare che le enormi distese d’ acqua mi coprissero completamente fino a farmi perdere nell’abisso del tuo infinito. Fu quel giorno che io, Giulia, feci l’ amore con te, Isabella. E fu esattamente il giorno dopo che decisi di risalire a galla.Me ne andai via.Senza spiegazioni. Avevo paura dei miei desideri, della gente, di me stessa. Solo adesso ho capito che andandomene non ho fatto altro che rinnegare la mia persona. Solo adesso ho capito che posso “respirare” solo stando nel tuo mare. L’ ho capito solo ora, che sono passati 2 anni, e io sono tornata nella nostra città per gridare al mondo che non vivo senza di te. Ma tu te ne sei andata da 16 mesi, nessuno sa dove. Lascio questa lettera in una scatola nel campo di grano, nella speranza che un giorno tu possa tornare qui per rigenerarti.
    Giulia.

  14. Che cosa stupida scriverti ora…
    ora che non ci sei più!
    Com’è triste che proprio tu sia partito per un luogo così lontano.
    E’ un dolore che frantuma il cuore e che non aiuta neanche a piangere.
    Quando guardo quei fiori sull’asfalto penso a te, guardo il cielo e in quel momento avverto la paura che certamente devi aver provato nel momento dell’addio.
    L’addio, che parola orribile!
    Osservo il mare: le onde lambiscono il bagnasciuga, quasi mi sfiorano. Sento dentro la magia di questo posto mentre il rumore delle onde, simile al lento pulsare di un cuore immenso, mi fa rivivere tutta la mia esistenza… in essa ci sei anche tu!
    Sei stato la mia felicità e una parte di te resterà sempre con me.
    Non c’è cosa, intorno a me, che non mi riporti al tuo ricordo.
    Guarda, amore mio, quella panchina dove sedevi tutti i giorni…
    La tua firma rimarrà scritta su di essa per sempre. Quel segno semplice, simile a tanti altri eppure così diverso, così tuo, non permetterà mai a nessuno di dimenticarti, anche quando un altro siederà al tuo posto, sorriderà col tuo stesso sorriso e avrà i tuoi stessi amici!
    Mi manchi Mark… Mi manchi così tanto che vorrei seguirti anch’io.
    Cammino per il lungo viale alberato che porta a casa mia: non scorgo nessun’ombra, percepisco, come una ragnatela sporca, l’angoscia che mi vela il viso.
    Avanzo lentamente e nel frattempo sogno un’isola deserta tutta per me dove fermarmi a pensare.
    Sogno un’isola lontana dal mondo e da tutto ciò che mi possa ricordare la mia sofferenza.
    Mi sento sola.
    La solitudine… cinque sillabe che racchiudono in sé tantissimi aggettivi, spesso crudeli e cattivi!
    Però, la solitudine è anche tranquillità, pace.
    Beh, se essa non esistesse tutte le nostre emozioni più intime andrebbero disperse!
    Non potremmo piangere senza essere giudicati, né pensare senza aver paura che qualcuno possa leggere i nostri pensieri.
    Quando penso alla solitudine immagino una spiaggia che avverte la presenza solo di un’unica ragazza che osserva il mare.
    Quella ragazza credo di essere io e quel mare la mia vita che cambia, modifica, migliora o peggiora, proprio come le onde che variano di volume e forma a seconda del vento.
    Sì Mark, ti ho amato di un amore intenso e struggente, forte.
    Addio, dolcissimo amore mio.”

  15. Non so se la leggerai mai,questa lettera ma è importante per me scriverteLa:buffo,vero,darti del tu e poi usare la maiuscola per sottolineare un’ inconsueta terza persona.Certo confidenza ne ho ma ho anche molto rispetto e temo che tu mi ritenga troppo confidenziale.Un po’strano,tutto ciò,eppure molti si rivolgono a Te, in parecchi momenti e nelle situazioni più disparate.Ho cercato di non approfittarne troppo nemmeno io e mi ritrovo più spesso a ringraziarti che a interpellarti con le domande(e le risposte!)della vita! Ho dubbi ansie paure ma anche gioie e piaceri per cui essere grata a Te e a tutta la Tua…squadra. Sei sempre il migliore da un paio di millenni,non sei cambiato nè invecchiato e soddisfi ognuno di coloro che credono in Te.Sei forte insomma, sei giusto e garantisci a tutti la tua presenza e la super-visione dall’alto in ogni circostanza.A volte non capisco alcune Tue decisioni ma sono sicura che,quando Te le chiederò di persona,mi chiarirai tali incomprensibili prese di posizione. Grazie di tutto Dio e…a presto ma non troppo! Ivana

  16. Ti scrivo nonostante gli anni trascorsi senza incontrarci.
    Ti scrivo perché so di te, del tuo stato psicofisico. So che non è un bel periodo per te; so che stai affrontando molti ostacoli e mi rendo conto che per persone esterne come me, possono sembrare sciocchezze. Beh, posso immaginare che non è facile superare ciò che tu stai attraversando, soprattutto perché ti senti sola, lontana da tutti. Però se tu volessi vedere oltre quel muro che ti sei creata per distaccarti da tutti, vedresti che non è così grave ciò che ti sta capitando. Vedresti che ci sono cose ben peggiori di quello che ti è successo.
    Sai, ora mi sono ritrovata in una brutta situazione e non voglio di certo paragonare il mio dispiacere al tuo. Proprio ora come non mai, mi rendo conto che le persone si accorgono che hanno un qualcosa quando non ce lo hanno più. La salute: tutti sappiamo quanto sia importante ma nessuno le da la giusta importanza. Ci si lamenta in continuazione: ho questo, ho quello! Difronte ad una grave malattia ti posso assicurare che tutti questi “dolori” diventano il nulla.
    Ho scoperto da poco di avere un tumore, ma non per questo mi sento abbattuta. Ti posso assicurare che quando me lo hanno detto, non è stato di certo piacevole. Sono entrata nel vortice delle terapie da un giorno all’altro, credendo che fossero cose insostenibili e invece eccomi qua, ringraziando quel qualcuno che mi ha portato a scoprire che nonostante tutto sto bene. Ho realmente capito che persone stanno peggio di me, che magari sono nate in posti peggiori dove lo “star bene” è solo un sogno. E io invece sono fortunata. E non mi va di vedere persone come te che stanno così male, tanto da distruggere se stessi “solo” per aver perso un amore, un amore importante capisco… ma ricordati che tu hai una vita davanti; una vita che dipenderà solo da te, in base alle tue scelte; una vita che non per tutti è scontato avere.

  17. Quesito per Laura.
    Avevo pronta la mia letterina per la palestra quando un colpo d’afa improvviso mi ha ispirato un altro racconto, di genere completamente diverso. Non riuscendo a scegliere, mi confermi che si può partecipare con un solo racconto? Cosi tirerò a sorte. Grazie!

    • Caro Giacinto in effetti sì è possibile inviare un solo racconto. Mi riprometto ogni volta di inserire una nota a riguardo nel regolamento ma lo dimentico sempre! Un consiglio? Scegli quello più originale 😉

  18. Mio Caro,
    sul sentiero del mio calpestare stanco trovo ancora, sorridendo, l’arroganza di rivolgermi a te ed ora posso dirti finalmente “Grazie”.
    Perché se proprio lì, dove il cammino si fonde con l’amaro, è dato all’uomo distratto di sfiorare lo spessore dell’amore e della Vita, allora grazie davvero.
    Neanche ti conosco. Neanche posso ricordare quando i miei respiri sono rimasti inconsapevolmente intrappolati nella tua essenza. Ma sento ancora come fosse ieri la sensazione di quell’aria pesante che mi opprimeva quando mi hai svelato che c’eri.
    Mi sono svegliata e ho avuto paura.
    Era un brivido, un sobbalzo tra i cuscini. E ho temuto. Come mai mi era capitato.
    Sentivo addosso la tua ombra che mi fasciava come vestito troppo stretto.
    Ma non sapevo da dove venisse. Da “chi” venisse.
    Non mi rabbrividiva tanto il non poter sapere la tua identità, quanto il fatto che fossi venuto a farmi visita così all’improvviso, senza che potessi prepararmi. Senza che potessi truccarmi gli occhi e impreziosirmi le mani, per darti il benvenuto.
    Tutt’oggi, che uomini incamiciati hanno saputo delineare il tuo profilo nel modo più anatomicamente e biologicamente preciso, continuo a non sapere con certezza cosa e come tu davvero sia. Perché infinite sono le sensazioni che hai saputo scatenarmi dentro questi giorni fragili e robusti come tela di ragno.
    So solo che tu mi hai dato il grigio perché potessi accorgermi dei colori. Mi hai strappato lacrime con le unghie dagli occhi perché mi accorgessi di quanto fosse bello asciugarle al bruciore del sole. Mi hai sputato addosso l’odio perché sapessi abbracciare l’amore che gli altri hanno sempre provato a darmi ma che non ho mai riconosciuto. Mi hai fatto dondolare dentro una bufera sospesa su un fragile filo perché capissi che non volevo cadere dentro il pozzo scuro della morte.
    Per tutto questo ancora grazie.
    Perché adesso, nella palestra di questa mia Vita, posso dirmi pronta a vincerti in questo braccio di ferro.
    Ti saluto, mio Caro Male.

    • Scrivo due copie di questa missiva perché non si sa mai nella vita.
      Una la scrivo usando la mia penna preferita, quella che uso da sempre e che tu conosci molto bene; ha la punta sottile e mi permette di avere quella calligrafia così ordinata, leggera ed elegante.
      L’altra te la scrivo ticchettando nervosamente sui tasti del mio nuovo portatile, ma voglio premurarmi di salvarne una copia nelle bozze, e anche, perché no, sull’hard disk.
      Sei sempre stata la persona con la quale ho avuto i peggiori conflitti, ti ho strapazzata quando non avrei dovuto, lasciandoti sola in balia di chi ha composto un puzzle distorto con tutti i pezzi della tua autostima andata in frantumi. Eppure sei sempre stata così carina e non me ne sono mai accorta. Ricordo i sorrisi che ti riempivano il viso, ma così tanto da far passare in secondo piano quei due occhioni nocciola che sembravano non aver mai fine, le lacrime calde che sgorgavano quando qualcosa ti commuoveva e tu, stupida bambina, tentavi di eliminarle furtivamente col dito,come a vergognarti di ciò che ti esplodeva dentro.
      Voglio solo dirti che nonostante le brutture che sei stata costretta a subire e a far subire, io ti assolvo, non ti porterò rancore se hai sbagliato, e in me troverai sempre rifugio e comprensione.
      Quando leggerai questa mia, sarai in grado di ridere dei tuoi errori, di prenderti bonariamente in giro, e sono sicura che sarai in grado di apprezzare ogni singolo atomo del tuo corpo e della tua anima.
      Le due copie sono li, come un buon whisky che deve attendere di maturare per dieci anni, a decantare amore. Quello che tu, Cristina, raccoglierai da quel foglio, o percepirai da quei byte, l’amore che hai maturato verso te stessa da adesso in poi.

  19. ****che bella idea la lettera ad uno sconosciuto! Io ne avrei tante da scrivere…***

    Non ho potuto non notarti mentre il grande bus di prima classe passava per i paesini sperduti. I quattro soldi pagati per fare questo tragitto su un autobus comodo e fresco probabilmente sarebbero stati buttati via negli occhi tuoi. Alcuni turisti stanno preparando le macchine fotografiche per catturare immagini di famosi monumenti, da poter mostrare ad amici e parenti, gonfiando il loro ego con commenti tipo “ci sono stato anch’io”
    In quell’istante, con la mia mente, in completo silenzio ho fotografato te e la tua famiglia. Un’immagine gelosamente custodito nello scrigno nascosto della memoria, che uso come una piccola oasi dalla quale poter fare il pieno di acqua ogni volta che il deserto mi porta alla disidratazione.
    La tua casa fatta di pietra sembra uscita dal cartone dei Flintones, qualche bacchetta di legno che fa da griglia alle finestre e una mucca attaccata ad una catena proprio davanti alla porta d’ingresso come se fosse un cane. Le piante nel piccolo cortile si sono ridotte in piccoli mucchietti secchi, che nella loro bruttezza creano la cornice perfetta ai bambini impolverati che giocano con un catino rotto girato al contrario.
    Ti osservo dai vetri oscurati del bus. E mentre ridi e balli con la tua famiglia impolverata vorrei prendervi tutti e portarvi via con me nel “nostro” mondo, il mondo dei ricchi, dove tutti siamo puliti, dove il latte lo compriamo al supermercato e dove i bambini hanno talmente tanti giocattoli che senza “ambarabà cicì cocò” per sceglierne uno non saprebbero dove sbattere la testa.. Chissà se saresti felici nel mondo dei ricchi!
    Invece carissimo sconosciuto, vorrei ringraziarti proprio perché sei stato per me una lezione di vita! Sono fuggita a casa tua per trovare la pace, certamente spedirti lontano da questa pace per buttarti nel mondo dove si vieni classificati in base ai propri averi non avrebbe alcun senso!
    Vengo soprafatta da una nostalgia di un qualcosa di sconosciuto, la nostalgia del nulla, di quello che resta quando ci denudiamo da tutti gli oggetti inutili che possediamo, e ci resta solo quello che negli ultimi anni presa da mille impegni mi è scivolato dalle mani: la vita.
    Abbiamo talmente ricoperto l’albero della vita con addobbi e lucine che non si riconosce piu il punto principale; il pino stesso!
    Uomo sconosciuto ti prego, continua a sorridere con i tuoi cari nella tua casetta dei Flinstones, e non guardare i bus lussuosi che passano di tanto in tanto; rischieresti di finire come me; di sognare una vita che si possa chiamare tale, una vita dove si mangia la polvere e si ringrazia Dio per il raccolto ben riuscito.

  20. Per te
    Vorrei dirlo in poesia ma non son capace, ti scrivo a modo mio quel che penso, ma so già che non ti piace.
    Per te che sei un nome e un viso sorridente, ma anche tanto di più; per te simpatica e poliedrica, paziente e generosa, prodiga di consigli sopporti e supporti le umane ambizioni; per te che tracci il percorso e noi dietro ad arrancare, palestrati appena un po’; per te che leggi e correggi e poi valuti e giudichi senza mai pregiudizio alcuno; per te che due punti sorreggono il mondo e una virgola lo fa scivolare; per te che il congiuntivo può essere imperativo ma anche lassativo; per te amata e rispettata, invidiata e a volte odiata; per te custode di troppe speranze e bersaglio di vane utopie; per te che usi il tempo a inseguire i sogni di poveri illusi; per te che una parola regala emozioni e due trafiggono l’anima; per te che quando editi, tagli e sbadigli, sorridi e qualche volta forse piangi; per te che dentro ai nostri racconti t’immergi con rinnovato candore; per te che nelle storie degli altri rincorri la tua vita; per te che ogni personaggio ti appartiene, e lo curi e lo accompagni nel suo mondo di carta parlante; per te madre e amica, figlia e amante che non ci conosci ma sai troppo di noi e capisci anche quando non diciamo; per te che sproni le nostre menti poco avvezze all’eleganza del tuo stile; per te che addestri scimmiette e scimmiottini, cantastorie e scrittorini; per te che odii l’incoerenza e la ridondanza, l’eufonica e la retorica; per te che non ripeti ma ribadisci, senza mai annoiare; per te che le parole le ascolti, le vedi, le vivi, le annusi e di esse ti nutri, ma anche di nutella, giacché senza peccati (di gola) sai la vita che palle!
    Per te che il caffè può esser nero o anche giallo, ma la effe sempre una; per te che spesso timore incuti, ma di certo non a picciuti; per te, sì è proprio per te, cara Laura che scrivi, che vorrei trovare altre parole, ma dei duemila sono quasi fuori e allora anche una può bastare: grazie!

  21. Caro signore che pur non conosco,
    sì, proprio tu, che hai preso in affitto questo grazioso tricamere con le finestre sul mezzogiorno: vorrei che sapessi cosa è questo posto dove sei venuto a stare.
    Non ha proprio l’aspetto di una casa stregata: non ora che l’hai trovata vuota, e neppure prima, quando ci abitavamo noi, e le finestre avevano cortine fatte di pizzo. Forse però, stregata lo è davvero.
    Molte volte sono corso alla porta cercando di fuggire, ma c’era sulla soglia mio padre, con il suo peso enorme, che me l’impediva. Diceva che dovevo restare a casa, e chiedere perdono, e baciare la mano che mi aveva nutrito. Diceva che non poteva lasciarmi uscire nemmeno un secondo, perché sarei andato di nuovo al bar e avrei preso da bere. Oh, gentile sconosciuto, se sapessi, se mio padre stesso sapesse! Io mi chiudevo in camera, e tiravo fuori da sotto il letto le bottiglie del vino, quelle che si trovano per due euro al supermercato. Non sentivo neanche più che sapore avesse ciò che bevevo, dunque che importava che quel rosso che tracannavo avesse sapor d’aceto? Mi ubriacavo forte dentro camera mia. Gentile sconosciuto, dovrai imbiancare bene bene le pareti, forse hanno ancora quel sapore di aceto che sento tutte le volte che torno qui.
    Mi ubriacavo con la porta chiusa e le finestre aperte, e mio padre non sempre se ne accorgeva. A volte però rovesciavo il vino sul letto o sui muri, e allora sì, lo capiva. Ma non trovava dov’erano nascoste le bottiglie e non sapeva impedirmi di procurarle, perché a scuola e poi al lavoro dovevo pur andarci.
    Vedi, sconosciuto pieno di pazienza, quella crepa nel parquet della cucina? L’ha fatto mio padre quando mia madre è fuggita via. Ha rovesciato il frigo, quello s’è rotto e ha crepato il pavimento. Mi sono ritrovato da solo, mentre mio padre piangeva nella sua stanza, ad asciugare il legno bagnato e gonfio(volere il parquet in tutta la casa, che pazzia) e a buttar via avanzi di cibo, confezioni rovinate. I cartoni del vino però erano salvi: io e mio fratello li abbiamo bevuti tutti.
    Ero molto triste all’epoca. Quando uscivo di casa e andavo al bar però ero felice. Ridevo sempre e mi rotolavo per terra. A casa no, mai.Forse, gentile sconosciuto, è davvero stregata. In ogni caso, tu provaci: ripara la crepa nel parquet della cucina.
    È una bella casa, in fondo, sai. Molto pulita. Quando ho ucciso mio fratello e mio padre ci ho messo cinque minuti a pulire tutto il sangue, quel parquet in fondo non è troppo poroso, è di noce, è fatto bene.

  22. Ho cominciato amando il tuo talento tanto quanto amavo il tuo sorriso.
    Ti starai chiedendo il perché di questa lettera dopo tanti mesi vuoti e dopo tutta questa vita assaporata senza sguardi condivisi all’interno di un teatro allestito, ma ho passato notti a pensare a ciò avrei inciso su questa carta impregnata di umidità; e non accetterò il pensiero di aver sprecato tutto il mio tempo per una cosa che non verrà esaudita a causa della paura. La paura che provoca prigioni dentro noi stessi, celle infestate da polvere e ombre. Per questo ho cominciato a segnare per iscritto ciò che devi sapere una volta per tutte.
    Mi sembra così ridicolo scriverti dopo tutto questo tempo, ‘ma tanto vale tentare’: Come mi diceva sempre mio nonno in riva al lago.. dopo giornate intere ad aspettare che l’amo tirasse, ma non l’ha mai fatto. Nonostante tutto la speranza non è mai morta in me, e dopo un mese e mezzo di pomeriggi uggiosi e stivali infangati ce la feci a catturare il mio primo pesce, e così farò con te.
    La mia vera conquista sarà solo farti sapere; farti sapere qualcosa che nemmeno io conosco di preciso. Sai quando uno riflette per così tanto tempo sulla stessa cosa e alla fine non ha più le idee chiare?
    Insomma e’ come conoscere tante parti di della propria anima e amarle ed odiarle pian piano una ad una, scovando i lati positivi e i lati negativi nascosti in esse.
    Ti ho vista solo tre anni fa per la prima volta e mi sembra di conoscerti da una vita, ma credo di avertelo detto già troppe volte.
    Mi sento ancora più stupido perché la parola “vista” suona come una presa in giro, è come se io vivessi di pregiudizi e di critiche. Sembra quasi che io voglia intrufolarmi nella vita di persone sconosciute e voler sapere più di loro stessi riguardo i loro sentimenti ed è come se mi sentissi in grado e all’altezza di commentare.
    Ma tu non la penserai così, perché hai scelto di aprirti davanti a centinaia di persone. La tua scelta è stata dura, ma in un certo senso affascinante. Posso immaginare che un tempo tu ti vergognassi anche solo dei tuoi pensieri dal gran che eri chiusa. Chiusa come una noce di cocco, scura, ruvida e goffa all’esterno ma fresca, nivea e dolce all’interno. Eri un universo immenso da scoprire, ma che ha poi deciso di illuminare una piccola parte di se a chi lo circonda.
    Non voglio definirmi un tuo spasimante, perché sarebbe troppo superficiale come fatto. Vorrei quasi definirmi una persona sola, che cerca di essere notata da una ragazza che possiede talento e la capacità far sentire persone come me normali. Quest’ultima parola ti sembrerà esagerata, ed è quello che sto pensando anche io; ma mi rendo conto che ci ho pensato per quattro minuti su quale aggettivo avrei potuto scegliere, e non ho avuto idee migliori.
    L’ultima volta che ho goduto delle tue note è stata due anni e tre mesi fa, non sto tenendo il conto ma ricordo semplicemente la data dell’evento. Ero ancora troppo preso da te, dalle tue dita, che si fondevano con i tasti bianchi e neri che vivevano a fianco a te, dentro di te, per te. Quei tasti neri e bianchi che hanno rivelato il tuo essere e il tuo sentirti fragile. Donna dalle lunghe dita e dalla corta autostima, donna dai lunghi capelli e dall’immenso spettro emotivo che giace all’interno. Donna che ha fatto capire ad un uomo di appartenere a questo luogo e a queste strade.
    Vorrei solo ritentare dopo un lungo tempo di essere ascoltato da una persona di successo che non sa di cosa è capace. Vorrei soltanto scriverti per farti sapere. Vorrei soltanto aprirmi per una volta, come fai anche tu col tuo pianoforte. Vorrei soltanto dirti ciò che vive nelle mie celle da troppo tempo.
    Vorrei soltanto scusarmi, perché questa sarà la mia ultima lettera.

  23. Caro Futuro,
    non so proprio più cosa pensare di te.
    Ti ho sempre visto così distante e intoccabile ma più passano gli anni e più mi sei vicino;
    che strani scherzi ci fa la vita!
    Fino a ieri ero bambina e non sognavo.
    Sapevo che saresti stato pieno di amore, che mi avresti regalato dei bimbi miei a cui cambiare i vestitini, una casa con tutto a mia misura.
    Sapevo per certo che avrei fatto la maestra, esattamente in quella scuola dietro casa dove le mie maestre sarebbero diventate mie colleghe e i bimbi come me, miei alunni.
    A poco a poco ho cambiato atteggiamento nei tuoi confronti; non so cosa mi hai fatto e non voglio nemmeno dare tutta la colpa a te.
    Ma quel che prima era certezza, ora è speranza.
    Quel che prima era realtà, ora è sogno.
    E quindi chiudo gli occhi e niente è più nitido: sfuocato mi appari.
    Sogno l’amore.
    Sogno una famiglia con un uomo che mi ami.
    Sogno una casa mia e a mia misura.
    Sogno un lavoro per permettermi tutto questo.
    Sogno te, o mio Futuro.

  24. Cara Vi,
    Immagino che le mail siano un mezzo di comunicazione leggermente più semplice e meno imbarazzante, ma impiego di più a scrivere a mano, così ho tutto il tempo per correggere errori grammaticali, l’unica cosa che mi turba nell’impugnare la penna anziché la tastiera, è che ho come l’impressione che il postino apra la mia posta..che dici sono paranoica Vi? Tu me lo ripeti sempre, e mi manca quella tua vocina stridula simile a quella di un gabbiano, che si insinua nei miei timpani per urlarmi “ Per tutti gli Dei, SEI PARANOICA!”
    Aaaaah.. dolci ricordi a cui tengo molto, parlo come se fossi morta ed invece sei solo ad una regione di distanza da me, ti rendi conto che c’è la Toscana a dividerci?
    Sono a Roma da un giorno, questa è la grande avventura, giusto? Il sogno di una vita, le speranze accavallate le une sulle altre da quando ho imparato a scrivere, ed ora ci provo davvero a fare questa specialistica in Scienze dell’editoria, ma devo ammettere che lo sforzo più grande lo sento nello stare lontano da voi.
    Eppure sono già stata uno studentessa fuori sede, Vi che diavolo mi succede starò mica invecchiando?
    Innanzitutto la metropolitana è una trappola contro la sovrappopolazione mondiale, probabilmente si sono resi conto che siamo troppi ed hanno deciso di eliminarci piano piano con quei Tremors tecnologicamente avanzati.
    Ricordo quando andavamo in facoltà in bicicletta, i semafori erano solo pallidi ologrammi che non potevano di certo imporci leggi o codici della strada, i pedoni solo mobilio stradale, due regine su quei sgangherati pezzi di ferraglia arrugginita con una catena che superava di gran lunga il valore della bici in sé.
    Qui sono da sola, non conosco nessuno, il mio monolocale fa l’eco e posso considerare “pasti” solo le cose che compro in rosticceria (questo particolare omettilo a mia mamma di grazia) però alla fin fine anche se sento la vostra mancanza, nel momento in cui capisco che sto per cedere indovina un po’? Quel terribile ed assordante suono che tu chiami “voce” mi perfora le orecchie e si insinua sino al sistema nervoso centrale, anche se quello stridio fonde un paio di cellule cerebrali alla fine capisco che è vero, sono paranoica, ma di certo non una codarda, quindi si, si potrebbe quasi dire che sei tu la mia spinta.
    Ora vado, un bacio Vi, o meglio (tanto per omologarmi alla fauna locale) “Ce sentimo Amò! Daglie è!”.
    La tua migliore amica espatriata in terra straniera.

  25. Tesoro mio,
    ieri ti guardavo, eri concentrata.
    Sul bordo esterno della tua mano, quando scrivi o disegni, il pennarello lascia tutta una serie di sbaffature…E’ il segno che contraddistingue molti mancini. Mi fa tenerezza vederti armeggiare, sistemare la penna correttamente, con la stessa serietà con cui uno scrittore si accinge a finire l’ultimo capitolo del suo capolavoro. E in effetti si tratta di capolavori, i tuoi primi capolavori. Per scrivere la lettera M, ad esempio, ho notato che prima fai il trattino obliquo discendente, poi quello ascendente, la stanghetta finale, per poi assurdamente tornare indietro e fare il trattino iniziale, che spesso risulta pure un po’ curvo. E’ il modo più strano in cui si possa fare, ma tu sei fatta così. Tesoro mio, non scorderò mai il modo in cui hai imparato a scrivere la lettera M, e quando sarai grande, forse un giorno te lo racconterò. Insieme a tante altre cose. Voglio ricordare soprattutto i dettagli…Come ti guardavi con fare malizioso allo specchietto retrovisore della macchina, mentre io guidavo. Eri già una donna, non c’è che dire, e canticchiavi le nostre canzoni con il vento dal finestrino che ci scompigliava i capelli. Non che sapessi bene le parole in inglese, ma le interpretavi alla perfezione. “Mamma, tutta?” chiedevi, intendendo se volevo che tu la cantassi tutta, la canzone. “Ma certo, amore!” “Tutta, cantala tutta per tutta la vita!” pensavo. E guardavo come ti scostavi i capelli dal viso, il bordo della mano sporco di penarello verde. Avevi disegnato un prato prima di uscire…

  26. BREVE INTRODUZIONE
    Le tre lettere di Louise al padre forse non furono mai scritte, forse si.Erano lettere in versi, Louise amava la poesia, prima di ogni lettera/poesia vi è una breve introduzione la periodo di riferimento, mi è sempre piaciuto fondere poesia e narrativa, diciamo una sperimentazione letteraria, ma non mi dilungo oltre ecco a voi “Le lettere di Louise”.

    • PARIGI 22 agosto 1942
      Luoise continuava ad avere quella strana sensazione, sentiva un odio penetrante nella gente, lo capiva dagli sguardi e dagli atteggiamenti che tutti quanti avevano nei confronti della sua famiglia e delle altre del rione.
      Da quando suo padre era partito la cosa si era accentuata, tutti ora dovevano stare attenti poiché le notizie che arrivavano non promettevano nulla di buono; perfino in parlamento avevano approvato delle leggi, ogni ebreo doveva portare un segno di riconoscimento sui vestiti.
      Si cominciavano a vedere sempre più insistentemente le SS fare la ronda con la polizia francese, il clima era molto teso e tutti si aspettavano qualcosa di grave da un momento all’altro.
      Luoise quella mattina era tornata prima da scuola, aveva ingoiato il solito boccone amaro incrociando la portinaia del palazzo ed il suo penetrante sguardo, aveva appena finito di scrivere la poesia che avrebbe inviato al padre finchè non si spalancò la porta ed entrarono quegli uomini in divisa nera che la prelevarono con la forza portandola sul camion assieme a tutti gli altri.
      La finestra rimase aperta ed un venticello gelido fece cadere in terra tutti i fogli assieme a quello su cui era scritta la poesia.

      Papà sei partito per lavoro, voglio dirti che ti adoro.
      È da un po’ che in città tira una brutta aria,
      sarà l’eco della guerra o l’occupazione
      tutti i volti sono grigi nei sobborghi di Parigi.

      Anche gli sguardi sono scontrosi, ci guardano tetri e minacciosi.
      Parlano timorosi e di soppiatto
      e oramai un dato di fatto,
      una odiosa e cieca intolleranza
      mi affligge, fin dentro la mia stanza.

      Pure i raggi del sole mi sembrano obliqui, come i miei vicini iniqui.
      Entrano dalla stessa finestra ma non illuminano
      sovrastano la città e tutti i suoi quartieri
      ma tutto sembra diverso rispetto a ieri.

      Papà quando ritorni? Io ti aspetto a braccia aperte.
      Ho paura padre, hanno approvato delle leggi in parlamento
      dobbiam portare un segno di riconoscimento.
      Ma noi sappiamo chi siamo, la nostra storia la conosciamo già
      è tutto scritto nei cinque libri, nella Torah.

      Di questo ho paura caro padre, tutto è già scritto per noi in questo mondo infame?
      Io mi ribello a questo torto
      quel segno sui vestiti non lo porto.
      Dunque ti aspetto, quando tornerai tutto brillerà di luce nuova
      rifiorirà l’amore, gli uomini saranno diversi
      sereni come questi versi.

      La cella in cui fu rinchiusa Louise era piccola e mal conteneva le venti ragazze che si dovevano dividere quegli spazi angusti; nonostante la promiscuità la giovane ebrea non perdeva la speranza, riuscì a procurarsi della carta per scrivere ed un po’ d’inchiostro adattandosi a scrivere con un chiodo dalla punta arrotondata. Le giornate passavano uguali le une alle altre, Louise non vedeva l’ora di scendere giù nel cortile, aveva incontrato un ragazzo di nome Isac per il quale provava una grande simpatia, lei non voleva riconoscerlo ma quel biondino gli piaceva proprio.
      Lo ha capito del tutto quando quella canaglia di Marlene gli diede un bacio a tradimento; Isac diventò rosso dalla vergogna, forse non aveva mai baciato una ragazza prima e questo fece provare a Louise tanta tenerezza.
      Isac la amava, oramai ne era certa, avrebbe chiesto a suo padre la sua mano una volta usciti da quel posto d’inferno, ma Louise non ebbe il coraggio di scriverlo nella lettera che scrisse quella notte, fu già una impresa titanica trovare il coraggio di scrivere il nome “Isac”; cosa avrebbe potuto pensare suo padre?
      Beh, lo avrebbe saputo presto, da giorni si mormorava di un treno che conduceva verso la libertà, tutti non aspettavano altro.

      PARIGI 1 SETTEMBRE 1942
      Padre, caro padre
      è incredibile ciò che mi è successo
      te lo scrivo in versi affinchè tu
      possa comprendere che non son cambiata adesso.

      Adesso che i miei occhi non vedono più il cielo
      azzurro e luminoso della mia città d’estate
      con i suoi riflessi viola e rosa all’imbrunire
      che sembrano ora sgargianti ora svanire.

      Mi hanno arrestata, ma non son cambiata adesso
      vivo con ladri, prostitute, delinquenti ed altra mala gente
      ma tu non l’hai mai detto padre
      che la tua bimba d’oro era tale e quale come loro.

      I gendarmi mi aspettavano, troppo grave il mio reato
      la portiera che gran donna, sai, mi ha denunciato
      ed ho dovuto ammettere che avevano ragione
      il reato che commisi non ha giustificazione.

      Ma io, io non son cambiata adesso
      il mio amore per i versi non l’ho perso
      qui rinchiusa in una stanza con gentaglia di ogni ceto
      scrivo fino a notte fonda e poi mi cheto.

      Non importa se i guardiani questi fogli strapperanno
      so per certo che tra un po’ ti rivedrò.
      Isac mi ha parlato; lui viveva a sud del Reno
      mi ha accennato speranzoso di quel treno.

      Ogni sabato puntuale sui binari
      lui ci attende coi suoi sbuffi sempre uguali;
      arriva anche il mio turno e devo andare
      ma ti confesso, ero stanca di aspettare.

      Ora ho finito caro padre
      la libertà voi non sapete quanto vale,
      ma son calma, io non cambio adesso
      che la mia stella posso già toccare.

      La stella che ha sei punte ma non brilla
      che è nei nostri cuori una scintilla
      e ci riscalda l’anima ed il cuore
      or che giunge il treno, coi suoi sbuffi e il suo dolore.

      Il viaggio della speranza fu quanto di più atroce un uomo potesse immaginare, la destinazione finale non fu la libertà ma quel campo pieno di baracche dove vivevano stipati quegli uomini tutti pelle ed ossa.
      Ma in cuor suo Louise era libera, volava sulle ali della fantasia, riusciva a trovare il tempo e la forza per scrivere al padre quelle lettere che forse lui mai avrebbe letto ma che un giorno qualcuno avrebbe raccontato ad altri che avrebbero saputo dell’esistenza di una ragazza di nome Louise Jacobson che è morta ormai da anni ma il cui cuore continua a battere incessantemente sospinto dai ricordi di chi non vuole dimenticare la sua storia che è la storia di un popolo intero deportato per mano nazista nei campi di concentramento.
      Louise trovò la forza di scrivere le ultime rime, l’ultimo raggio di sole che attraverso la nebbia dell’olocausto e l’oblio della storia giunge fino a noi come un messaggio di speranza.

      CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI AUSCHWITZ 2 FEBBRAIO 1943.
      Ciao Papà, la bella notizia è che sono ancora qua.
      Non quel mucchietto di ossa che è rimasto
      ma la solita, quella di sempre, quella che avete cresciuto, conosciuto, amato
      la solita Louise che vi regala mille universi di versi.

      Padre, ho passato momenti difficili.
      Sono stata in cella d’isolamento,
      nulla è più terribile della solitudine
      ma in fondo l’universo è un insieme di mille soli
      e tutti i soli sono anche stelle
      ed io come una stella brillavo in quella cella.

      Il treno della libertà è partito ed è stato di parola.
      La libertà costa cara e valeva la pena viaggiare come dei capi di bestiame
      ammassati nei vagoni, morti di freddo o di fame.
      Ma non era quello che sognavamo, la terra che zappiamo tutti i giorni
      non è quella promessa ai nostri padri
      la terra del nostro campo è nera come la pece e senza scampo.

      Scrivo e viaggio con la fantasia, effimera proiezione della mente mia.
      Ho paura papà, vorrei tornar bambina e fiondarmi tra le tue braccia
      quello è l’unico posto in cui mi sono veramente sentita sicura;
      mi vedo a casa con tutti voi e sento che il gran momento sta per arrivare
      dicono di riunirci tutti assieme, ci dobbiam lavare.
      Ma cosa mi rimane da lavare caro padre? Il mio esile corpo certamente,
      perché l’anima è bianca come la neve,
      di qualunque peccato si sia macchiata, questa atroce punizione l’ha più che lavata.
      Ora vado padre, assieme a tutti gli altri con la divisa a strisce,
      come il peggiori degli incubi, vedrai, prima o poi finisce.

      Louise Jacobson è realmente esistita, con molto pudore la sua famiglia solo negli anni novanta ha reso pubbliche le lettere che indirizzava al padre, credo che tutti noi abbiamo il dovere di non dimenticare.

      NB le poesie sono opere di fantasia, la storia di Louise è vera.

      • Benvenuto Giuseppe,
        Grazie per il tuo articolato contributo ma purtroppo non posso considerarlo in gara perché sfora dai limiti imposti dal regolamento (2000 battute). In genere sono disposta a fare una piccola eccezione nel caso di pochi caratteri in più ma in questo caso sono davvero troppi! Se vuoi puoi selezionare uno stralcio della composizione oppure postarne una nuova. Mi spiace ma il regolamento è vincolante!

  27. Caro signore, non è colpa mia.
    Mi chiamo Marco e stavo andando in bici, è una bici rossa con le rottelle che Gregorio Salis, un mio compagno di classe, mi prende in giro perché vado con le rottelle anche se credo che lui non ci sa andare in bici.
    Ti ho rotto il fanale della tua machina con la bici con le rottelle.
    La mia mamma e il mio papà mi dicono sempre che chi rompe paga, così ti ho lasciato i soldini dentro la lettera che ti ho messo sul vetro della macchina.
    Spero che bastano.
    Non l’ho vista la tua macchina. C’era un cane sul prato che correva e non l’ho vista la tua macchina.
    Comunque non l’ho fatto a posta.
    Scusa.

    • carina l’idea, originale! anche se forse un bambino di oggi non utilizzerebbe mai il termine “soldini”…i bambini di oggi usano termini più “forti” eheh 🙂 l’ho trovato molto carino. qualcuno può dirmi che ne pensa della mia lettera? a me piace scrivere ma non mi sono mai confrontata con qualcuno veramente e vorrei sapere che ne pensate.

  28. Non importa chi sei, dove sei, quanti anni hai, se sei sposato, se hai un cane o sei allergico agli acari. Niente di tutto questo mi interessa e niente di tutto questo ti impedirà di leggere le mie parole e capirle. Tu sei, esisti, prescindi da tutto ciò che occupa la tua vita. Gli oggetti, gli eventi, lo spazio, non ti definiscono. Sei presente e sei vivo, stai respirando lentamente su questo foglio, cercando di capire dove voglio andare a parare. Stai aspettando che mi riveli, che il senso di questa lettera diventi all’improvviso lampante. Attendi il momento giusto per cestinarla e pensare a me come ad una pazza sconosciuta bisognosa d’aiuto. In realtà, voglio chiederti un favore. Vorrei che tu abbandonassi ciò che stai facendo per alzarti, in caso tu sia seduto, ed uscire, se ti trovi in un luogo chiuso. Vorrei che alzassi gli occhi al cielo e smettessi di vivere la tua vita a testa bassa, timoroso e spaventato da un mondo che potrebbe darti tutto. Vorrei che toccassi il tuo corpo e sentissi ogni parte di esso, funzionante, impressionante, pronta a sfidare la realtà circostante. Vorrei farti notare che il tuo cuore sta battendo, la tua spina dorsale ti sta mantenendo eretto e il tuo cervello sta lavorando veloce e feroce. Vorrei che guardassi chi e cosa c’è intorno a te e spendessi un solo secondo a pensare bene dei passanti, invece di storcere la bocca di fronte ai loro bizzarri comportamenti. Talvolta sei bizzarro anche tu. Vorrei che per questo attimo al di fuori della quotidianità ti sentissi legato alla vita, quasi intrappolato dolcemente nella sua bellezza. Stanno cercando di farti scomparire nella folla, stanno cercando di confonderti e renderti “uno qualsiasi”. Ribellati, giovane o anziano, uomo o donna che tu sia. Riprendi coscienza del tuo posto nel mondo. Sfodera un sorriso contro il grigiore, l’ottimismo contro l’arrendevolezza e la speranza contro la viscida furbizia di chi usurpa la tua fede e vedrai, non sarai più solo: avrai di nuovo te stesso.

      • Se li segnali qui li correggo io direttamente!
        Non è la prima volta che capita e anche se qualche errore di battitura non compromette la valutazione di un buon pezzo (a patto che sia buono davvero!) quando l’autore se ne accorge da se non mi costa nulla sistemare qualcosina!

        • All’ottava riga ho scritto cestirnarla invece di cestinarla e alla sedicesima mantendendo invece di mantenendo u.u Grazie mille!

  29. Caro sconosciuto,
    o cari sconosciuti, perché sono tanti quelli a cui vorrei scrivere una lettera.
    Il primo della lista sei tu, l’uomo che non ho ancora incontrato, il principe azzurro senza cavallo, che ha smarrito la strada tra i sentieri del mondo e non riesce a trovarmi, io vorrei aiutarti, ma non so come fare, non so da che parte venire a cercarti, o come indicarti il cammino, posso solo dirti che io ti sto aspettando, che non ho ancora smesso di credere in te, anche se il tempo passa e a volte ho paura che ti arrenderai e mi lascerai qui sola.
    Oppure, vorrei scrivere una lettera al bambino che non ho ancora avuto e che non so se avrò mai. Se devo essere sincera, non so che madre sarei, per questo non so se ti stai perdendo qualcosa di buono o se, invece, sei fortunato a non avermi conosciuto, anche se a volte, sento quel desiderio, quasi fisico, di maternità e sento l’amore che vorrei darti che mi inonda il corpo e ne dirompe gli argini, ma poi si perde perché non può manifestarsi e mi chiedo cosa ne sarà di questo amore frustrato e mai realizzato, mi renderà incapace di mostrare interesse verso gli altri perché alla fine mi sarò abituata a tenerlo sigillato in una scatola per non soffrire, come succede a quelle che una volta chiamavano zitelle?
    Potrei scrivere una lettera a mio padre, che in realtà ho conosciuto, ma non quando era giovane, vorrei scriverla al ragazzo che un tempo deve essere stato, spensierato e ingenuo, allegro e sorridente, prima che la vita, col suo corso implacabile, lo cambiasse, prima che i legami di famiglia lo tirassero da tante parti diverse, tanto da fargli dimenticare chi era lui, cosa voleva, e ridurlo uno straniero a casa sua. Avrei voluto sapere di più di quel ragazzo, soprattutto ora che non posso più incontrarlo.
    Ma forse vorrei scrivere soprattutto una lettera a quella parte coraggiosa di me che non riesce mai a parlare, perché l’altra, quella prudente, o pavida, riesce sempre ad avere la meglio e a sopraffarla. Vorrei dirle di non arrendersi mai, di continuare a credere nei suoi sogni, anche se sembrano impossibili da raggiungere, in quelle sere in cui ha voglia di buttare la spugna e di lasciarsi andare, quando tutto sembra non avere senso. Io ho bisogno che lei invece continui ad incitarmi, a credere che diventerò una persona migliore e a fare in modo che ogni giorno quando esco di casa speri di trovare l’arcobaleno dietro l’angolo di casa.

  30. Ciao amore mio,
    è passato quasi un anno dall’ultima volta che ci siamo visti, ma per me è come se fosse ieri. Per me sei stato un grande amore e non ti dimenticherò mai.
    Non dimenticherò mai il sapore dei tuoi baci e le tue dolci carezze. Per me eri l’amore, eri tutta la mia vita, pensavo ad un futuro insieme.
    Quando stavo con te mi sembrava di essere in paradiso, mi facevi sentire bella e amata. Anche se avevi sempre poco tempo per me e dovevi sempre scappare.
    Un giorno ho scoperto che avevi un’altra ragazza e che passavi con lei la maggior parte del tuo tempo. Io ero solo un’amante segreta, una stupida che ti aspettava e che ti mandava messaggi d’amore, un oggetto che si usa esclusivamente per una cosa e che si getta via quando non serve più.
    Adesso sto male perché mi rendo conto che ho perso un sacco di tempo con uno che neanche mi considerava. Credevo che tra noi ci fosse complicità e che fossimo fatti l’uno per l’altra, in realtà erano sono illusioni che mi ero creata nella mia testa.
    Forse ti facevo schifo, ma non così tanto perché con me ti sei divertito, o forse ti annoiavo con le mie storie.
    Probabilmente non te ne fregava niente dei miei esami universitari e dei miei concorsi, mentre a me interessava tutto quello che dicevi.
    Grazie per tutte le volte che non hai risposto ai miei messaggi e alla mie chiamate, per tutti gli inviti che non mi hai fatto e per tutte le balle che mi hai raccontato.
    Vorrei sapere se hai mai provato qualcosa per me, ma so già la risposta.
    Chissà se quando passi vicino al parcheggio dove ci incontravamo pensi a me.
    Io ci passo spesso e tutte le volte mi sembra di vederti al solito posto, sorridente nella tua macchina. Ricordo tutto di quegli incontri, mi facevo bella per te e poi correvo all’appuntamento con il cuore che mi batteva forte, prima di girare l’angolo mi guardavo di nuovo nello specchietto, che stupida…
    Mi chiedo perché hai finto per tanto tempo con me, ma è inutile fare questa domanda ad un uomo. Magari un giorno potrebbe capitare anche a te di incontrare qualcuno che ti tratta come un oggetto, allora capirai cosa si prova.
    Spero tanto di non rivederti più, sei solo uno STRONZO.

    Addio

    Mary

  31. Beh, so che non s’inizia una lettera così. Ho pensato molto a come fare per evitare i ciao o i caro che mi fanno sempre un po’ ridere.
    Ho una penna in mano, l’ho trovata per caso sotto quel seggiolino del solito regionale sgangherato. Ormai è la mia seconda casa, sembrerà assurdo me nei giorni in cui non vengo, mi manca, quasi mi sembra di aver bisogno della confusione frenetica dei pendolari che saltano al volo su questi vagoni, del fischio del capostazione, del sapore del freddo della mattina, quello che ti s’incastra nelle ossa, nella mente.
    So che anche per te è lo stesso, lo vedo dai tuoi occhi scuri, dai tuoi gesti che fingono di essere svogliati ma nascondono un’ enorme voglia di vivere, di mordere ogni istante di questa traversata, come amo chiamarla io. Mi piace il movimento particolare che fai per sistemarti la tracolla della borsa o quando controlli il cellulare, fai uno strano gesto con la mano.
    Sono seduta proprio qui, al tuo solito posto vicino al finestrino, è come se ti sentissi più vicino, come se tu dovessi salire da quella porta. Eccoci, siamo fermi nella tua stazione, sta salendo l’uomo con le stesse scarpe orribili, la ragazza con i ricci che litiga ogni santo giorno con il fidanzato, ma tu non ci sei. Ho il cuore che batte troppo veloce, ti aspetto. Non sei salito e ormai sono giorni, ecco perché ho deciso di scriverti.
    E’ una lettera confusa, lo so, ma almeno dopo mesi di sguardi e di mezzi sorrisi ti ho detto ciò che penso di te e di questo viaggio da pendolari. Te la lascio qui la lettera, se un giorno dovessi tornare avrai qualcosa ad aspettarti.
    Si dice che i viaggi siano incontri di vite, di storie… per me è stato davvero così.

    Ps. Sono la ragazza mora con la solita borsa verde!

  32. Diventa difficile non pensarti in questi giorni.
    Sono giorni pesanti, pieni di impegni che vorrei condividere con te. Dico che diventa difficile non pensarti perché, normalmente, comando la mia mente di non correre a te. Di dimenticarmi le tue labbra morbide, i tuoi capelli allora biondi, i tuoi occhi azzurri e il tuo respiro sul mio collo.
    Ti ricordi quelle interminabili ore passate a parlare di tutto e nulla? Ti ricordi le nostre mani intrecciate? Ti ricordi, dannazione, delle mie carezze sulla tua nuca? Perché io, cazzo, le tue mani sul mio collo le ricordo come se fosse ieri.
    Perché io, dannazione, la sera a letto con lui, ogni tanto ricordo com’era bello accarezzare le tue braccia. E mi sento in colpa. Mi sento in colpa perché io lo amo, ora. Amo lui, ora! Però tu mi manchi. Mi manchi come potrebbe mancarmi l’aria. E ti immagino ora a letto con lui. A giocare con i suoi capelli, a ridere stringendo le sue guance, mordendo le sue labbra.
    No, no, no amore mio. No. Non ti ho dimenticata ancora.
    No, no, no amore mio. Non sono stata capace di dimenticare quanto fosse bello essere solo noi due contro il mondo.
    No, no, no, no amore mio. No, non voglio più sentirti dire che ti do la colpa per come è andata a finire. Era la naturale fine di un amore nato troppo in fretta, nato per caso, tra una bibita al bar e un giro all’università.
    Amore mio. Sì, perché tu sei ancora l’amore mio. Lo sarai per sempre, purtroppo. Anche se non potrò più chiamarti così. Non potrò più scriverti nel cuore della notte. Non potrò più venire sotto casa tua solo per baciarti furtivamente dietro quell’enorme albero che adornava l’ingresso del tuo giardino.
    Amore, forse non è vero che mi manchi tu. Forse mi manca il tuo essere amica, donna, amante e sorella. E forse, anzi no, sicuramente non dovrei dirtelo, non dovrei dirmelo.
    Ormai io e te siamo distanti. Ormai «noi» non esistiamo più.
    Però mi manchi. E te lo voglio dire. Anche se, già lo so, non mi risponderai. Mai.

    • Allora. Ho visto dei refusi… te li dico qua:
      “Di dimenticarmi le tue labbra morbide, i tuoi capelli allora biondi, ai tuoi occhi azzurri e il tuo respiro sul mio collo.” –> Ovviamente doveva essere “i tuoi occhi azzurri”
      “Perché io, dannazione, la sera a letto con lui, ogni tanto ricordo a com’era bello accarezzare le tue braccia.” –> doveva essere “ricordo com’era bello…”

      Scusami e grazie!
      F.

  33. Ciao.
    Non so se ciao sia il saluto più adatto, ma non sapevo come iniziare questa lettera.
    Mille volte mi sono chiesta stamattina se questa fosse veramente la cosa giusta da fare e per mille volte mi sono risposta che lo era.
    Già lo so, farai leggere questa lettera a tua madre e lei scruterà questo foglio con la fronte corrugata e poi alzerà gli occhi al cielo e ti dirà: “Te lo avevo detto”. E’ vero, te lo aveva detto e tu non la sei stata a sentire.
    Con questo non voglio trovare una scusa, non voglio dirti che è colpa tua perché mi hai dato una chance, ma dopo tutto questo tempo un po’ dovevi aspettartelo. Non penserai veramente che le persone possano cambiare? Nessuno cambia o almeno non si cambia mai per gli altri, ma solo per sé stessi. E tu a dire “ma l’amore fa miracoli”, oh no, non è vero. Se hai un tarlo dentro che ti divora giorno e notte, una voce che ti sussurra all’orecchio : prendi tutto e scappa, se hai l’irrequietezza che ti pulsa nelle vene non cambi, non fai miracoli. Tieni un po’ e poi scoppi, e poi scappi. Scusa se mi metto a giocare con le parole, ma io sono così. Quando non so cosa fare ci scherzo su. Come la prima volta che ci siamo incontrati, continuavo a ridere per l’imbarazzo perché sapevo che per me eri pericoloso. Di te ci si poteva innamorare e io non so come si fa ad essere innamorati. C’ho provato per un po’ a giocare al gioco della normalità, ma incominciavo a perdere.
    Tu lo sai che non faccio scenate e poi non avrei avuto niente da dire. Non ho un vero motivo per andare via, tu sei irreprensibile e le cose andavano così lisce che ho avuto paura. Paura di trovare la via giusta. Paura di essere felice. Sembra strano sì, ma non lo è. C’è chi non sa essere felice.
    Così ti saluto. Niente rimpianti, se non quello di sapere che sto per farti del male quando non lo meriti. Ma in fondo lo sapevi che lo avrei fatto e lo sapeva tua madre.
    Non preparare scatoloni con la mia roba, quello che mi serve l’ho già preso, quindi butta via tutto. L’anello è sul comodino, vendilo.
    Non mi resta che dirti solo una cosa anche se non so se è quella giusta.
    Ciao.

    • Hai delineato bene la confusione dovuta al tentativo di razionalizzazione della ragazza. Efficaci anche gli accenni alla madre, rendono la lettera più credibile.
      Sulla rivista mensile “Poesia” puoi trovare concorsi sicuri (principalmente di poesia, ma anche di racconti) a cui partecipare. Te li consiglio.

  34. A quest’ora i tavoli sulle terrazze del bar sono tutti pieni. Che fortuna averne trovato uno proprio sotto il pergolato di glicine. Certo, devo far attenzione a non diventare umile preda di qualche fastidioso insetto, o ipotesi peggiore, che il suddetto decida di tuffarsi improvvisamente nel mio cocktail che diciamolo, ho aspettato anche fin troppo tempo. La vista da qui è magnifica, il mare, quelle piccole vele colorate che si inarcano all’orizzonte e quei poveri sciagurati in fila sotto il sole ad aspettare che un ombrellone si liberi… che bella l’estate!
    Di fronte a me sei sola, giochi con una ciocca di capelli per nascondere l’imbarazzo dell’attesa e muovi veloci i tuoi occhi speranzosi , un’apparizione che attendi già da qualche minuto. Eccolo lì, vestito nel suo abito migliore e con un sorriso a cui si perdonerebbe il male peggiore. Sei sua, ti si legge in volto. L’uomo sicuro di sé ti sfiora la guancia e ti bacia la fronte, tu socchiudi gli occhi e ti lasci andare. Gesti d’amore per i quali il mondo si ferma, come me, ad osservare. E poi quel silenzio fra di voi, non c’è nulla da dire se non commentare il tempo che si, è bello, si potrebbe andare al mare, si che domani sono troppo occupato,lo sai te ne ho parlato, dai…e stasera per farmi perdonare andiamo a cena in quel posto tanto carino e poi a casa ,sai sono stanco…
    Non dici una parola, sei lì immobile e il tuo volto è una statua al sole. E forse odi la parola amore, quell’amore, se amore sia… e così annodi con le mani quella ciocca di capelli su per la nuca, indossi i tuoi grandi occhiali neri e ruoti il viso verso quello spettacolo che è a due passi da te; rapita dal mare. Pensi forse a qualche anno fa, quando quella proposta di lavoro era così allettante per te, quando hai detto no ad una nuova città, una nuova vita, una nuova te, per lui. E forse oggi il suo sorriso non ti basta più, così come le sue carezze e i suoi viaggi in macchina fuori città nel week-end. E ti amo in questa mattina d’estate mentre rivedo nei tuoi occhi la mia casa, vedo in loro la luce di quel forte sole che divora il colore dei panni stesi all’aria, che straccia le pelli più sensibili in brandelli che si mischiano alla salsedine di un mare che ha perso i suoi pesci migliori. Amo la mia libertà nelle tue dita che insofferenti si muovono nervosamente. Afferra la tua vita ora con le tue mani, fa che la luce dei tuoi occhi possa illuminare nuove vite, nuovi volti così che abbia anche tu la tua storia da raccontare.
    Improvvisamente corrucci la fronte e ti tiri indietro come se adesso i miei pensieri ti avessero raggiunta, ma poi ridi e ti sporgi su di lui per dargli un bacio, quasi a nascondere un tuo ingiustificato senso di colpa per questi. Sei una donna che ha paura e ti rifugi dietro una vita che non ti appartiene, dietro una sicurezza fatta di abitudine. E allora scusami se adesso vorrei prendere tra le mani il tuo volto e asciugare quelle lacrime rinchiuse nei tuoi occhi, scusami se vorrei darti quella forza che ti manca, quel coraggio che credi di non riuscire a possedere mai. Vorrei solo spiegarti che l’amore è il meglio che tu possa avere. Grida ora, esci fuori con forza, prendi a morsi la tua felicità con foga, perché a brandelli adesso finirai solo tu, stracciata come questo piccolo foglio di carta che forse mai leggerai.

    • Trovo il racconto molto affascinante, ci vuole una buona abilità e una grande sensibilità per poter trasformare una scena così banale e trovarci qualcosa di profondo, forse un desiderio, forse un sogno, forse una divagazione.
      Anche il tempo della storia e il tempo della narrazione sono ben ponderati, e rispecchiano la realtà dal mio punto di vista, perché spesso, in un’azione di un secondo si possono pensare un milione di cose senza neanche accorgersene.
      È un invito ad agire piuttosto che a stare fermi, poi se sia un invito reale o soltanto un azione in potenza non c’è dato saperlo.

  35. Vorrei raccontarti quanto fossero diverse le cose quando io ero un bambino come te.
    Mi ricordo per esempio, le sere d’estate. C’era un’atmosfera totalmente diversa.
    Tutte le sere, nella bella stagione, appena finita la cena, i bambini si fiondavano fuori per riprendere i giochi poco prima interrotti.
    Non era come oggi. Credo di poter dire che in un’intera serata non passassero più di due macchine in tutto. Dico questo, per spiegarti come mai fossimo liberi di allontanarci a giocare lontano dagli sguardi di genitori e nonni che, anzi, restavano in casa a finire con calma la cena. Oggi sarebbe pericoloso lasciare una ventina di scalmanati ragazzini da soli per strada. Quanto eravamo piccoli ? Non saprei dirti. Io, stiamo parlando del 1981, all’incirca avevo 5 anni. Mi ricordo che c’erano bimbi più piccoli, li ricordo perchè erano noiosi e non capivano mai il gioco che si faceva. Ricordo però anche quelli grandi.
    E mentre noi, sudati e col fiatone, continuavamo ad inventarci nuove battaglie, nuove gare, sempre più fantasiose ed imponenti, succedeva quello che ormai non vedo più succedere da almeno 20 anni.
    Poco per volta, in strada scendevano tutti. Prima gli uomini, liberi dal dover lavare i piatti della cena, poi le donne, portandosi giù le sedie. Si formavano due o tre gruppi, e tutta la via si ritrovava a chiacchierare in strada. Una cosa banale, che non sorprendeva nessuno. Era normale dopo cena sedersi a fare due parole con tutto il vicinato. Qualcuno portava il vino, perchè con una bottiglia di vino si ciancia meglio. Qualcuno, ma solo i soliti, improvvisavano una partita a carte e a volte addirittura una gara di bocce.
    Non si guardva la televisione tutte le sere, come oggi. I giochi si facevano per lo più in giro per le strade. Normale era giocare a pallone tra le machine. Improvvisare una guerra con palloncini pieni d’acqua. Giocare ai cowboy e gli indiani. Nei nostri giochi i cattivi indiani attaccavano i buoni cowboy. Avremmo capito solo molto dopo chi veramente erano i buoni.
    Poi, stremati dalle mille corse, si andava tutti a casa..
    E’ un vero peccato che tu non possa più vivere alcune delle cose che hanno riempito la mia infanzia. Che tu non possa più avere per campo di gioco un’intera città. O tu non possa rincorrere una lucciola in cortile
    Ecco. I prati scintillanti di lucciole, è un peccato che tu non possa vederli.

  36. È da troppo che attendo tue notizie. Da molto sono in attesa di una tua visita.
    Sono qui che ti spetto, ma tu dove sei?
    L’angoscia cresce in me la sera quando rivedendo la giornata trascorsa, mi accorgo che una sola cosa manca, tu. Aspettarti ogni giorno è massacrante, eppure seguiterò in quest’aspra impresa perché solo in te risiede la felicità.
    A lungo ti ho cercato senza sapere dove, come e quando. Poi ho capito che solo nell’attesa ti avrei veramente trovato. I dubbi a lungo mi hanno tormentato ma sono ormai certo che solo così potrò assaporare la tua più nobile e profonda essenza.
    L’attesa è ciò che mi condurrà a te. L’attesa è movimento. L’attesa è attività. L’attesa è speranza.
    Nell’attesa mi accorgo di avere vissuto molto, nell’attesa mi accorgo di aver scoperto l’amore.
    Il Poeta un tempo scrisse “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”, in questo verso riscopro la mia vita.
    Ti ho amato e insisterò nell’amarti perché non posso farne a meno. Ma soprattutto ti amerò perché mi hai insegnato il valore e il senso dell’amore, di quell’amore che alla fine ho trovato lontano ma quanto mai vicino a te.
    Sono qui che ti aspetto, ma in fondo so di averti trovato.
    Michele

  37. Buongiorno dirimpettaio…
    Guardo sempre il tuo balcone, non è che lo veda bene sei un pò distante, ma basta per poterti osservare quando esci fuori e ti prendi cura delle tue tre rose.
    Tre vasi, tre rose: mi ricordi molto la canzone di Bubola…si.
    Mia figlia, adolescente ancora romantica, sostiene che queste rose rappresentano la tua vita: una è il passato, una è il presente e l’altra è il futuro.
    Tenera visione soprattutto quando aggiunge che presto la prima, come il passato, sbiadirà consumandosi nella terra. Per la seconda, invece, è sicura che al suo fianco fioriranno altre rose: una grande e forte e poi altre…piccoli boccioli di cui prendersi cura, come dei figli.
    La terza, infine, quella del futuro, si irrobustirà per non restare mai sola bensì affiancata alla sua metà per continuare a vivere insieme un eterno amore.
    Visto? Dico bene nell’affermare che mia figlia ha ancora una visione romantica della vita…d’altronde alla sua età che nessuno spezzi questi sogni.
    A te…mando un saluto e aspetto le sette, stasera, per vedere curare, inconsapevole, la tua vita.
    Auguri…

    • Davanti casa ho veramento un vecchietto che cura i fiori (gerani non rose). La tua lettera mi ha fatto pensare a lui con dolcezza, con malinconia … ho incorniciato una scena vista mille volte e sempre passata al dimenticatoio…

  38. Ciao amore,
    ti scrivo così adesso all’improvviso!
    Perché solo oggi ho capito quanto sei distante e quanto mi manchi!
    Solo oggi quando, guardandomi allo specchio, ho visto un’altra me che non conosco.
    Prime rughe, palpebre pesanti e sguardo perso… non mi riconosco più!
    Eppure fino a ieri eravamo felici assieme, spensierati e con un’immensa voglia di vivere.
    Cosa ci è successo tesoro mio, è così difficile da capire…
    Il tempo è trascorso inesorabile e in sordina, trasformando il nostro mondo.
    Delusioni, affanni, avventure, conquiste, sogni e tutto ciò che abbiamo cercato e voluto…
    Son passati anni e adesso mi accorgo di non sentirti più e mi manchi da morire.
    Ti scrivo, anche se sei vicino… eppur così lontano!
    Ho bisogno di ritrovarti, di reinventarti,
    di sentirti ancora vivo dentro di me…
    Ti aspetterò domani all’alba… proprio lì di fronte allo specchio.
    Guardami con occhi nuovi, son sempre io che t’amo come non mai…
    Vedrai riflessi noi…. i miei/tuoi occhi…
    Appuntamento con me stessa!… Si!… e non son pazza!
    So già che saremo felici di ritrovarci ancora una volta!
    Mi vestirò come già sai e andremo incontro a nuove avventure… all’arrembaggio del mondo!
    Io e te come inguaribili pirati!
    Tua per sempre!.. Si!… finché non ti stancherai di battere per me…
    cuore mio!

    • Guardo ancora i tuoi occhi, che non coprono la tua anima ferita.
      Sorridi.
      Sei felice che sono qui.
      Ma quel velo di tristezza non scompare.
      Mi parli di te, dei tuoi problemi. Annuisco e cerco con le parole di alleviare quella malinconia che come un mantello ti ha avvolto le spalle.
      Vorrei dirti tante cose, essere per il tuo cuore alla deriva quel porto sicuro di cui ha bisogno, essere quell’arcobaleno di amore che appare dopo una tempesta.
      Ma tra di noi esiste un muro.
      Alto e invalicabile.
      Ci vogliamo ma non lo diciamo, amore forse è una parola troppo grande.
      Vado via.
      Il tempo è scaduto.
      Ti lascio la mia finta allegria il mio finto sorriso.
      Stanotte guarderemo la stessa luna.
      Avremo gli stessi pensieri.
      Sospireremo.
      Ma le catene della vita che ci tengono lontani, almeno per un altra notte
      vinceranno sul nostro amore.

  39. Ero rimasto a fumare accanto alla jeep, circondato a distanza da bambini braccati da nugoli di mosche, attoniti, tra lo stupito ed il timoroso.
    La guida stava trattando qualcosa col capo villaggio, mentre gli altri cercavano invano di spiegare i vantaggi di un fucile a ripetizione a due pastori appoggiati alle lance, immobili, di guardia ad una sparuta mandria di magri bovini chini a brucare radi cespugli spinosi.
    Tu eri inginocchiata di fronte all’ingresso di una capanna di fango, intenta a preparare focacce di miglio su una grossa pietra piatta, il seno stretto in una veste sgargiante, un piccolo legato alla schiena.
    Al nostro arrivo, avevi appena alzato lo sguardo, registrando il fatto senza sorpresa né curiosità, e avevi continuato a lavorare la pasta con gesti eleganti e cadenzati.
    Tuo figlio giocava con le sue mani, mettendole in bocca e poi allontanandole di scatto per scrutarle sorpreso, come avesse trovato chissà quale meraviglia.
    Non riuscivo a distogliere da te lo sguardo ed il pensiero, e non per la tua bellezza (e si, che eri bella, con i tuoi quindici o sedici anni, non di più…), ma per quella serena compostezza che mi metteva a disagio e mi faceva sentire fuori luogo con la tenuta kaki da cacciatore bianco, la pipa stretta tra i denti in un angolo della bocca a mo’ di divo hollywoodiano, il cronografo svizzero, che costava certo più di tutti i beni del villaggio messi insieme.
    Continuavo a guardarti, quando, senza apparente motivo, hai posato l’impasto e ti sei sollevata sulle ginocchia, voltandoti verso di me.
    Per alcuni istanti mi hai fissato negli occhi, rimanendo immobile, la testa leggermente piegata e le labbra socchiuse, poi mi hai sorriso.
    Un solo sorriso, appena accennato nella bocca e nell’espressione serena del viso ma raggiante nella luce intensa dello sguardo.
    Contemporaneamente, quasi fosse ancora parte di te, anche tuo figlio ha smesso di giocare e mi ha guardato, aprendosi in un sorriso smagliante di denti bianchissimi.
    Subito dopo, come se ormai tutto fosse stato detto, e del tutto superfluo sarebbe stato aggiungere altro, ti sei girata chinandoti, per tornare tirare le sottili sfoglie di pasta.
    Dopo pochi minuti siamo ripartiti.
    Non ho più incrociato i tuoi occhi, ma nei miei è rimasto quel sorriso radioso, quello sguardo che mi parlava di qualcosa che pure ben conoscevo, ma non sapevo definire, come la sensazione ancora vivida di un sogno che al mattino non riesci a ricordare.
    Sono passati molti anni.
    I safari ora sono solo fotografici, i villaggi di fango in mezzo alla savana che ho conosciuto non so se esistono ancora, ed i pastori masai hanno il cellulare ed il kalashnikov, o fanno i soldati in qualche guerra dimenticata, o tentano la sorte su un barcone al largo della Sicilia.
    Tu certo da tempo avrai vissuto la tua vita, e sicuramente mai più avrai ripensato agli occhi di un bianco allampanato, appoggiato ad un parafango in una calda giornata della stagione secca; o forse no: chissà.
    Anch’io ho ormai vissuto la mia di vita, e tra tutti gli incontri, gli amori, i ricordi che si sono accavallati negli anni, è a quell’istante che sono spesso tornato, continuando a chiedermi cosa mai di tanto arcano, eppure familiare, tu abbia voluto dirmi.
    Oggi passeggiando tra i pioppeti in una mattina nebbiosa, mi sei di nuovo venuta in mente. Forse per l’ambiente, anche se è difficile trovare qualcosa più lontano dalla savana, della bassa in una mattina autunnale, ma c’era quell’odore di terra e quel qualcosa di comunque selvaggio che una campagna deserta, per quanto addomesticata, richiama.
    Sostavo sull’argine di un canale, lo sguardo sul tappeto di foglie gialle e il pensiero che vagava su quell’attimo lontano quando, come in un lampo di luce, all’improvviso ho capito: ho sentito i tuoi occhi, il tuo sorriso, l’istante inutile da ripetere perché completo ed ho capito, come lo avessi sempre saputo.
    “Io ti conosco”, mi dicevi, “ti ho riconosciuto. Mille volte ci siamo incontrati, per mille anni, e mille volte c’incontreremo ancora. Siamo nati dalla stessa madre, siamo noi stessi la madre, ed alla stessa madre torniamo per ricominciare. Io ti conosco.”
    Ora lo so: anch’io ti ho riconosciuto appena ti ho vista. Anch’io ti ho incontrato ancora, ed ancora ti incontrerò, e ti riconoscerò.
    Stipati nei vagoni della metropolitana, o seguendo una pista di caccia nella foresta, siamo tutti nello stesso cielo, siamo un’unica vita in persone diverse.
    E facciamo tutti lo stesso viaggio.

  40. Mi sono soffermata tante volte a chiedermi qual è stato il tuo percorso dopo quel pomeriggio. Se davvero, come mi dicevi, la vita ci scolpisce a suo piacimento, quale foggia avrebbe mai dato ad una “materia “ particolare quale eri tu ? E davvero saresti rimasto impregnato di quella vena un po’ misogina un po’ euforica che in te ho sempre immaginato essere il tratto dominante?
    Misogino magari ma mai veramente scostante da trascendere nell’antipatia.
    Parlammo per ore ( ricordi ?) sul tavolino di fronte alla baia, in quel bar minuscolo arroccato vicino al faro. Ogni tanto il vento sferzava il tuo viso, lasciando che i ricci scomposti a tratti lo ricoprissero completamente. Non una mossa, non un gesto per scostarli: a volte scorgevo il tuo sguardo, a volte sparivi completamente e la tua voce mi guidava facendomi dimenticare dove mi trovavo, con chi parlavo.
    Ti conoscevo solo da qualche ora ma non capivo cosa mi attraesse di te. Non la bellezza, della quale non facevi sfoggio ma in qualche modo possedevi, non una nota di fascino particolare e neanche l’affabilità che in certe persone giustifica un immediata confidenza e la sensazione che la conoscenza, pur giovane, esista da sempre.
    Mi guardavi con un misto di tenerezza e compatimento, quasi come se ti rendessi conto che i tuoi racconti e le anse di vita scoscese per cui mi conducevi fossero troppo difficili da percorrere con i miei piedi di giovane donna.
    Quanti contrasti avevi, e quanto si riconoscevano nelle tue parole, nei tuoi racconti ! Eri giovane ma sembravi avere già vissuto tanto da conoscere quanto molti non arrivano neppure ad immaginare in una vita. E di quella vita che pure ti stava davanti, che pure dovevi ancora godere nella sua quasi interezza sembravi già essere padrone, in grado di dominarne anche gli aspetti più drammatici e imprevedibili.
    Mi spaventavi, sai? Eppure mi abbeveravo delle tue parole con un piacere meraviglioso, pur sapendo che non sarei mai stata capace di raccogliere quegli inviti velati a condividere in qualche modo quelle esperienze. Mi turbava la consapevolezza che ti animava della tragicità delle tue scelte, della ineluttabile condanna a vivere in un contesto agitato, senza pace. Senza pace, certo, ma affascinante.
    Anni dopo avrei letto una poesia che ti rifletteva in qualche modo, direi che ti te affascinava sia l’impossibile che la disperazione: di entrambe sembravi avere un controllo assoluto.
    Il promontorio del faro lo rivedo oggi, dopo tanti anni: vivi sempre lì, mi hanno detto. Che tu sia tornato dopo il tuo girovagare, che tu non ti sia mai mosso (ma è davvero possibile questo? )poco importa ormai.
    Ma, per quanto dentro di me si agiti il desiderio di sapere se davvero quello che promettevi è realmente maturato, non voglio vederti, non voglio sentirti.
    La casetta quasi addossata al faro è ancora più nascosta dalla vegetazione. Il far stesso, orfano del suo custode e ormai automatico, riceve solo visite sporadiche, accentuando la solitudine del luogo. Ho dato una mancia al ragazzo del bar, salirà lui da te a portarti queste righe.
    Minaccia tempesta e il traghetto parte tra mezzora. Ho freddo.

    Un abbraccio.

  41. Ti ho visto da lontano al centro del rettilineo. Un’ombra furtiva, non ancora delineata. Man mano che mi avvicinavo, hai preso forma e mi sono perfino permessa di pensare che eri folle a rimanere lì, nel mezzo di una strada statale a rapida percorrenza solo per annusare un animale morto, o magari per mangiarlo. Solo quando sei scappata via, mentre rallentavo fino a quasi fermarmi, ho capito.
    Ed ho pianto. Qualcuno vedendomi avrebbe sorriso, dicendomi che gli animali non sono come noi, non provano le nostre stesse sensazioni, che ciò che ci caratterizza e diversifica da voi sono proprio la capacità di ragionamento e le emozioni. Ed io non ci credo, sono certa che anche voi soffriate. Sono sicura tu fossi lì in mezzo, a rischio della tua stessa vita, perché eri tornata a prendere il tuo cucciolo più fragile, quello che era rimasto indietro. E forse lo stavi leccando per incoraggiarlo ad alzarsi, a camminare, a raggiungere il ciglio, ad andare a casa. E, quando hai capito che il tuo piccolo sarebbe rimasto esattamente lì dov’era perché un’auto era stata più veloce di lui e più veloce di te, che andavi a recuperarlo, hai pianto. Mentre guadagnavi rapida la tua salvezza, per raggiungere gli altri gattini che avevi lasciato, eri sconfitta, piegata. Ed io con te. Ci ho pensato tutto il giorno. Ho pensato a cosa potrei provare se venisse a mancare all’improvviso uno dei miei figli, al senso di perdita lancinante, al vuoto incolmabile. Allo sguardo che avrei nel rendermi conto che non si muove, che mai più mi regalerà un suo sorriso, che mai più potrò baciare la sua pelle, sentire il suo odore. Come si fa, come si sopravvive ad un lutto così grande? Non lo so, spero di avere la fortuna di non saperlo mai. A te, piccolo gatto in mezzo ad una strada, a te, madre come tutte le altre, una carezza lieve che porti via le lacrime ed un mio pensiero, ogni sera, quando bacio i miei bimbi addormentati.

  42. Ciao sorellamica.
    non c’è mai tempo per parlare veramente, quando ci incontriamo non riusciamo quasi mai ad andare oltre ai racconti spezzettati delle nostre giornate e a dare voce alle emozioni che ruotano immediatamente intorno a quanto ci accade. Poi arriva il giorno in cui tuo padre improvvisamente scompare ed il dolore è tanto, lacera l’aria, ma soprattutto mi fa pensare che la vita può finire quando meno te lo aspetti e tante parole rischiano di rimanere nell’aria densa che le ha trattenute per troppo tempo.
    Il termine sorellamica lo abbiamo inventato insieme, quando ci siamo accorte che la nostra amicizia era forte, così forte da assomigliare al legame che si instaura tra due sorelle, ed io è proprio così che ti vivo, come la sorella che non ho mai avuto e che avrei tanto desiderato.
    Il nostro incontro, del tutto casuale, risale ormai al lontano 1993: tu eri una ragazzina e giudicasti me come una “signora” per via del tailleur troppo serio che portavo quel giorno, senza sapere che si trattava di pura coincidenza. Entrando nell’appartamento che avremmo di lì a poco condiviso, scelsi la mia camera: era la più triste e cupa della casa, un tempo abitata dagli ormai defunti nonni della ragazza che affittava l’appartamento, mentre la tua era più luminosa ed aveva anche il balcone, però affacciava sulla pescheria e quindi pullulava di mosche … ma a te piaceva ugualmente.
    Tua madre era china, tutta intenta a pulire il bagno, mentre tuo fratello minore, che aveva pochi anni, saltellava per la casa incuriosito. Io cercavo di apparire sicura di me, anche se sapevo fin troppo bene che quello per me sarebbe stato l’inizio di una nuova vita ed ero quindi spaventata.
    Quello che non sapevo ancora è che sarebbe nata una grande amicizia che mi avrebbe accompagnata per sempre. Da allora in poi non mi sono mai più sentita sola perché la tua discreta presenza è stata per me un regalo che mi ha aiutata ad entrare in un mondo diverso fatto di nuove amicizie, nuovi amori, nuovi colori.
    Anche per te era l’inizio di una vita nuova, perché dalla piccola città di provincia dalla quale arrivavi carica di paure, eri giunta a Roma per lavoro. Ricordo bene tutti i fine settimana durante i quali tornavi a casa dai tuoi e quando rientravi la domenica sera carica di pietanze cucinate che riponevi nel congelatore, sapendo che non le avresti mai mangiate! Ricordo quando asciugavi le mie lacrime, ascoltavi i miei racconti, restando sveglia e preparando un caffè dopo l’altro, dispensando consigli in virtù del buonsenso che hai sempre avuto. Abbiamo cambiato casa insieme per ben due volte, abbiamo riso e pianto insieme, preparato insalate di riso, invitato amici che ormai erano diventati comuni, accorse una in aiuto dell’altra in ogni momento e ad ogni ora. Tu mi sei stata vicina quando mia madre mi faceva perdere il lume della ragione come quando rileggevo ad alta voce i miei diari di quando ero piccola. Tu eri con me quando mio padre se n’è andato per l’ultima volta.
    Ieri, entrando in quella piccola chiesa, ho cercato il tuo sguardo ed ho trovato la ragazzina di tanti anni fa. Quando mi sono avvicinata, mi hai abbracciata forte e le nostre lacrime si sono mescolate, mentre il sollievo di esserci ritrovate ancora una volta provava a vincere il dolore della perdita. Quando mi hai chiesto di sedermi accanto a tuo marito, insieme alla tua famiglia, mi sono sentita un nodo in gola perché ho capito che per te ne faccio davvero parte e il tuo gesto mi ha riempita di orgoglio ed emozione. Questa lettera è per dirti grazie di aver incrociato la mia vita e di non avermi più lasciata nella mia infinita solitudine.
    Ti voglio bene, sorellina.

  43. Ho letto in un libro prezioso che gli antichi credevano che nel corpo ci fosse un ossicino minuscolo, indistruttibile, chiamato “luz“, che non si decompone dopo la morte e non brucia nel fuoco. Io credo alla saggezza degli antichi. Siamo più saggi noi che avveleniamo il mondo sommergendolo di petrolio e costruiamo ogni giorno armi più micidiali? Siamo forse più felici noi “moderni” ?
    Quando gli antichi hanno ricevuto il fuoco dagli Dei, sono sicuro che abbiano ricevuto anche qualche ulteriore dritta, custodita gelosamente al giorno d’oggi in qualche tempio sul monte Athos o nel Tibet. Questa cosa del luz mi ha intrigato. E mi ci sono messo alla ricerca, novello Indiana Jones. Nonostante l’età, sono ancora abbastanza magro e ho pensato di cercarlo a tastoni, magari stava nel palmo della mano destra, oppure nel costato, vicino al cuore. Ogni ricerca direttamente sul mio corpo si è rilevata infruttuosa. Allora sono ricorso all’atlante anatomico della biblioteca, ma anche lì non c’è traccia del luz.
    Infine ho capito. Il luz non era “in” me. Il luz era “con” me.
    Era con me tutte le volte che ho scherzato e che ho riso. Quando canticchiavo “Cuccurucucu Paloma” o battevo il pianoforte cercando “Per Elisa”. Tutte le volte che ho fatto il mio lavoro con passione vera. Quando ho strappato un sorriso ad un giorno triste di un amico. Tutte le volte che ho abbracciato e coccolato i miei figli. Quando la mia anima ha vibrato ascoltando Morricone. Era con me quando facevo a pallate di neve e quando accarezzavo un cane. Era con me nelle notti umide di pianto. Era nei miei passi goffi quando provavo a ballare il tango. Era con me tutte le volte che ho provato a scrivere poesie d’amore e nel foglio rimanevano solo geroglifici. Quando ho guardato oltre la pioggia aspettando il sole.
    E lo sai a cosa stavo pensando? Che i nostri luz si incontreranno quando ti dirò ti amo, prima di baciarti.

    (tratto dal mio romanzo “Le lettere d’Amore (al tempo delle chat)” e ispirato ad una pagina del romanzo di Grossman. Per altre informazioni si veda il mio sito http://www.leletteredamore.it)

  44. Lettera mai spedita

    Mia cara amica,
    ti scrivo questa lettera perché,
    non ho il coraggio per venire li da te.
    Da quando ho saputo, quello che ti sta succedendo,
    penso a te, ogni ora ogni giorno ogni momento.
    Avrei voluto venire a trovarti, ma mi è stato impedito,
    mi hanno detto che tu, non avresti gradito.
    Io, ho fatto ciò che tu volevi, ma adesso,
    ci sto male, più di quanto tu possa immaginare.
    Mi sembra come se avessi tradito la tua amicizia
    lasciandoti sola in questo brutto momento
    e seppure tutti mi dicono che questo è ciò che tu volevi
    nulla riesce a placare il mio tormento,
    Vorrei abbracciarti,parlarti e guardarti negli occhi,
    dirti quanto ti voglio bene,
    poi penso che tu, hai già tante di quelle pene
    che di aggiungerne altre non va bene,
    Quindi continuo ha pregare per te amica mia
    e spero che tutto questo finisca al più presto.
    Un’altra cosa mi sento di doverti dire mia cara,
    è che tu sei stata, sei e sempre sarai,
    la mia più cara amica,
    ed è questo un grande dono, che Dio mi ha fatto,
    e lo ringrazio di averti messo sul mio cammino,
    perché, grazie a te, ho conosciuto il valore dell’amicizia.
    Ti ringrazio per essere stata sempre cara e sincera con me,
    tanto da darmi sempre buoni consigli amica mia.
    Ti voglio bene, e sarò tua amica per sempre
    se tu lo vorrai ancora, d’ora in avanti.
    Ciao a presto.

  45. Cara xxxxxxx ,
    ci tenevo ad avvertirLa che per questa ultima lettera passerò a darLe del “tu”. In tutta la mia carriera non mi era mai capitato un caso come il tuo; adesso che ci penso non mi era mai capitato nemmeno di dare del “tu” ad una cliente. Sono stato sveglio tutta la notte a riesaminare gli incartamenti, ma non ho trovato vie d’uscita: l’arma del delitto è stata determinante. Ci inchioda sulla scena e anche in assenza di movente siamo fregati. Scusa, il plurale per te forse suonerà stonato, ma non sono ipocrita. Mi è venuto spontaneo. Ormai non voglio più tacere nulla. Riguardo il mancato movente, il precedente del caso n.12735 del Signor xxxxxxx è stato cruciale per la condanna di omicidio volontario. Ti giuro che ho fatto tutto quello che ho potuto. Da due settimane ormai non mi dò pace, non dormo, mangio pochissimo. Ho tentato in tutti i modi di scovare un precedente a noi favorevole, un cavillo cui appigliarsi, un modo contorto e pindarico di aggirare un decreto o di screditare uno dei testimoni chiave. Lo sai che sono il miglior avvocato sulla piazza. Le ho pensate tutte, anche le più sporche. Non me ne fregava più nulla, volevo solo farti uscire. La vita è davvero bizzarra: sei l’unico caso che perdo in dieci anni di carriera. Sei l’unica donna di cui mi sia mai innamorato. Perdonami ti prego. Penserai che sono un vigliacco. Hai ragione, come biasimarti: è facile dichiararsi così, quando domani… Avrei tanto voluto riportarti in quel ristorante sul lungomare…quello dove siamo stati la domenica della tua unica libera uscita . Ancora non so se avrò il coraggio di assistere all’esecuzione. Ho avuto il coraggio di scriverti questa ultima lettera. Addio. Non immagini quanto mi mancherai. Penserò a te ogni giorno.

  46. Cara moglie n. 2,
    ti scrivo in qualità di moglie n. 1 del nostro Roberto. Nostro perchè adesso è mio, ma quando leggerai questa pagina sarà tuo.
    Sicuramente ti avrà parlato dei nostri (miei e di lui stavolta) 20 anni di vita insieme. Quando ci siamo conosciuti, lui aveva circa 25 anni e io 55: nonostante ciò, ci siamo amati subito. Diversi di età e di carattere, ma di mentalità incredibilmente uguale: non abbiamo mai, ma proprio mai litigato.
    All’epoca Arianna, la figlia di Roberto, aveva 4 solo anni; i miei tre maschi erano già adulti, o quasi.
    E’ bastata una notte: la sera era un’avventura (che altro poteva sembrare?); la mattina dopo invece stavamo insieme a tempo indeterminato. Il che non significa “finchè morte non vi separi”: significa solo che il capolinea è in posizione ignota.
    Ci siamo sposati sapendo che, se l’amore viveva abbastanza a lungo, allora subentrava il fattore tempo.
    Ora ci siamo: lui ha 45 anni ed è una forza della Natura. Io, coi miei 75, posso e devo uscire di scena. I prossimi, ultimi anni, voglio viaggiare in Italia e all’estero, ritrovando gli amici di una vita. Lascio il mio bellissimo principe per fare la selvaggia.
    Roberto è contrario: vorrebbe prendersi tutto di me, anche gli ultimi momenti. Io preferisco risparmiargli i peggiori. Gli ho chiesto di sostituirmi al più presto e, se mi stai leggendo, significa che l’ha fatto.
    Ti immagino giovane, bella e tranquilla: lui avrà trovato in te una persona affidabile, che lo sostiene e lo rilassa. Mentre io, di solito, lo agito parecchio… Camomilla anziché caffeina: non è più mattino presto, neppure per lui.
    Roberto è un uomo dolce, freddo e solitario. Ti raccomando, non cercare mai di cambiarlo:potresti farti molto male; oppure riuscirci in parte, rovinando un capolavoro.
    Lui è come un falco: per lui esistono solo il cielo e il nido: tu sii il suo nido e basta, poichè nel suo spazio aereo volerà sempre e comunque da solo. Capito tutto?
    Ora vado: buon divertimento a entrambi.
    Gatta Nera.

  47. Chanel n.5

    Questo folle amore svanirà come scia di profumo nel tempo. Il ricordo di un anno impazzito. Un segreto che brucia negli occhi. Giorni di attese e finzioni nello scorrere di parole dette e trattenute.
    Questo folle amore che consuma le notti. Gocce di desiderio sui vetri della malinconia come treni in fuga dalla mente verso un tuo sorriso. E si sgretolano le albe in assenza di un gesto.
    Questo folle amore respira un sogno d’oscurità. Il tuo riflesso nello specchio mentre scompari è un delirio in corsa per fermarti in un abbraccio, in un bacio non mio.
    Ma adesso, adesso lasciati guardare ancora. Il tuo doppio sul vetro guarda al-di-là. Sì è un viaggio in treno il mio sguardo al termine dei tuoi occhi e non c’è arrivo possibile. Nessuno scampo al mio desiderio. La tua bocca è un confine spinato. Tenterò di sfiorarne il riflesso seguendo la linea perfetta di una camicia bianca sporcata dal sangue d’un bacio. Camminerò tra i tuoi pensieri a piedi scalzi e il mio cuore avrà mille tristezze come di violino. Troverai sul foglio petali di malinconia per questa stanca primavera.
    Non attenderò l’alba. Sparpaglierò i miei fiori rossi al vento per dirti l’addio che non conosci.
    Un errore questo amore folle. Un viaggio in bilico su ponti di solitudine. Ma sarò viva in letti caldi di nostalgia solo per ricordarne la profumata carezza…

      • Ciao. Non ti scrivo perché mi piace farlo. È piuttosto un’esigenza. Il bisogno di doverti chiarire certe cose, di rassicurarti e rasserenarti, di calmarti e darti un po’ di pace.
        Quello che hai fatto non ha colpa, non è meschino, non è vigliaccheria, ma il tentativo di prendere una strada. Questo devi capirlo senza fraintendimenti. Non ti concedo più né il tempo né lo spazio per piangerti addosso.
        Abbiamo ucciso? Abbiamo rubato? Ricattato? Estorto? … no … ti dico io di cosa siamo veramente responsabili. Noi abbiamo riscattato le nostre esistenze. Riconquistato dignità. Ottenuto finalmente il rispetto che ogni essere umano deve a se stesso.
        Vorrei esserti fratello e amico. Tengo fede ai significati di queste parole che uso con coscienza e consapevolezza. Io ho il dovere e il diritto di farlo, per riconsegnarti la parte di bontà della vita che ti spetta.
        Ora puoi desiderare, sognare … disegnare con colori e sfumature il tuo futuro. Puoi lottare vigoroso contro il destino oppure andargli benevolo a braccetto. Ora puoi scegliere chi essere.
        Ti obbligo ad ascoltare banalità retoriche? Be’ pensa allora a tutti quelli che nascono solo per il lusso di mangiare una volta al giorno e morire come bestie.
        Come vedi sto sconfinando. Volevo confortarti e ti sto accusando. Sbaglio come sempre.
        Comportati come credi: spreca il nostro sacrificio o godine a piene mani. Spero che un giorno tu decida di rispondermi, di conoscermi, di vedere coi tuoi occhi chi sono. Decido di non dirti una parola che sia di troppo. La chiudo qui aspettandoti per un abbraccio onesto e sincero.

  48. Caro Mio Futuro, caro per modo di dire, innanzi tutto: ce l’ho con te, molto, tanto da metterlo nero su bianco. Da scrivertelo, a chiare lettere. Da attendermi risposta, da te, risposta che pretendo. Darai seguito, alla mia lettera? Ne dubito. Continuerai a fare il furbo; non ti smentisci, mai. Continuerai a nasconderti, dietro la nebbia fitta del Caso, del Destino, della Fortuna o della Sfortuna, a seconda. Ciò malgrado, ti scrivo ugualmente. E ti sfido, ad uscire dalle nebbie, ad abbandonarti alle spalle il fumo in cui comodamente traffichi e traccheggi, ai miei danni, per affrontarmi a viso aperto. Per misurarti, con me, ad armi pari, cosa mai accaduta, fin’oggi. Al contrario, la mia lotta con te è stata inevitabilmente segnata dallo strapotere della tua macchina da guerra, lanciata a mille contro le mie mani nude. Intendiamoci, caro -sempre per dire- Mio Futuro: non chiedo clemenza, per me, né temo il tuo invincibile apparato bellico. A mani nude ho combattuto, a mani nude intendo continuare a combattere; ma, appunto, voglio combattere. Voglio cimentarmi, voglio confrontarmi, voglio scontrarmi con te, Mio Futuro; invece, che fai tu? Ti nascondi. Ti sottrai. E, con la potenza schiacciante dei tuoi mezzi, giochi con me come il gatto con il topo. Ecco, a questo trattamento non ci stò. No ci stò perché non lo merito. E tu non hai il privilegio, che pure ti arroghi, d’infliggermelo. Fatti vivo, e che sia sfida fissandoci negli occhi, un rituale duello, da vecchio film western. Non è una richiesta, questa mia, che ti rivolgo: è una pretesa. Te lo dico a lettere trasparenti: sono stufo di aspettarti, sempre, e di spendere la mia vita, nell’attesa. I miei giorni passano, mi sanno di acqua gettata sulla sabbia, che scompare tra i granelli senza lasciare traccia; oltre le dune s’allarga il mare, fino all’infinito. Voglio essere mare, non acqua perduta nella tue furbizie. Nelle tue scaltrezze. Nelle tue macchinazioni cinici e sleali. E’ una vita, la mia vita, che attende; ed io con essa. Ogni volta una data, ed un’ora, che segnano la svolta, finalmente! Ed invece nulla. Ogni volta una scadenza, un incontro, un passaggio, per cambiare rotta. Ed invece niente. Solo falsi allarmi, ripetuti. Ora basta, lo dico io, e tu mi starai a sentire. Non invoco trattamenti di favore, da te; t’impongo, semplicemente, di non giocare più. Sono disposto a rimetterci le penne, pur di uscire dalle sabbie mobili in cui mi sono impantanato, nella volontà feroce di costruirmi quel mio futuro nel quale tanta fiducia riponevo, dal quale di tutto m’aspettavo tranne che si rivelasse come te!, pavido, infido, traditore, l’opposto a come sono io. Attendo tue notizie, Mio Futuro; e ti consiglio di farti vivo, per quanto non sia elegante terminare una lettera con un “consiglio” così pressante. Fatti vivo, e chiudiamo la questione: o la svolta, o la pelle; ci stò. Fatti vivo, perché ho deciso di darci un taglio, e lo farò. Se non ti riveli, ti verrò a cercare. E stai certo che ti troverò. Dovessi cercarti per il resto dei miei giorni.

  49. Sono onesta, non ti conosco. Sicuramente c’è chi avrebbe più ragioni di me per scriverti questa lettera, ma visto che mi è stata data questa possibilità ho deciso di prenderla al volo.
    Ti ho visto solo in un paio di occasioni, con amici comuni, eppure non riesco a togliermi dagli occhi il tuo sorriso così dannatamente felice. Mi chiamo Alice,che maleducata, non mi son neanche presentata!
    Mi sento in dovere di scriverti a nome di tutti gli Altri che adesso sono così…sospesi tra il ricordo quasi abbagliante del tuo sguardo e e il dovere di andare avanti sapendo che non lo incroceranno più.Sai già cosa voglio da te, quindi non fare quella faccia stupita! Voglio chiederti: PERCHE’? Dammi una risposta semplice a questo quesito impossibile. E’ un ordine.Tutti lo vogliono sapere e il minimo che tu possa fare ora è rispondere! Hanno bisogno del tuo aiuto per cominciare a ricostruire il Paese dopo il passaggio dell’ “URAGANO TUO”.
    So già che sarà tutto diverso e che gli Altri ormai sono diversi ,ma dobbiamo fare un tentativo, quinti ti prego, dammi una mano.
    Aspetto una tua risposta.
    Alice

    P.S. guarda che le Poste qui non fuonzionano molto bene, quindi rapido nella risposta!!! grazie 🙂

  50. Carissima me,
    ecco il destinatario sconosciuto di questa lettera … Tu, che sei straniera a te stessa, che fissi lo specchio e, negli occhi riflessi non conosci i tuoi perché ti sembrano nuovi, diversi. E fissi poi quel volto e non ti senti più te stessa. La medesima sensazione che provi nel letto, quando il corpo è ormai abbandonato ed è solo l’anima a perdersi nell’intricata trama di una logica strana, nel dormiveglia. E proprio lì, in quell’istante, una coscienza nuova e sconosciuta prende il sopravvento, ma al risveglio i ricordi si offuscano, svaniscono come l’alito sullo specchio dell’anima e ciò che c’era la sera è dimenticato la mattina. Sempre quello senti quando ti isoli e galleggi nel silenzio assoluto, senza nulla intorno, e pensi, finalmente sola. E i pensieri vanno avanti corrono, volano, si intrecciano come scie di aerei passati nel cielo, si posano come fiocchi di neve sull’asfalto ruvido e annaspi, sommersa, anneghi e ti perdi, sopraffatta, in quel mare di lacrime, gioiose e sofferte. E ti chiedi chi sei e cosa vuoi da questa vita. E i giorni scorrono accanto a te. Cosa farai tra un’ora, tra un giorno, tra un mese, tra un anno, tra dieci anni, quando sarai vecchia, quando sarai morta e il mondo andrà avanti … vivi il presente! Vivi le gioie, i dolori come sai fare. Hai iniziato un puzzle da anni. Ogni tassello è la felicità, la malinconia, il rimpianto, l’entusiasmo, la paura, l’eccitazione che provi ogni giorno. Ogni volta un pezzo in più. Eppure quel puzzle, senza un modello definito, senza un disegno da copiare, è molto più dei tasselli che lo compongono. L’intero ha proprietà non condivise dalle parti.
    Ogni giorno sveli la pagina di un racconto, sveli una storia e, intanto che la leggi, la scrivi, la vivi. Non sai nulla della pagina dopo, ma sai che puoi non essere solo un lettore cui è sottoposto il seguito di una storia già scritta. Tu puoi cambiare il racconto, puoi scriverlo. È come inventare una fiaba, in questa adolescenza, e coi soli personaggi immaginare avventure, sapere che puoi fare ciò che vuoi. Sì, adesso si prova la libertà. E quei pezzi faranno un puzzle, e quel puzzle sei tu. E quelle storie unite saranno più di loro stesse. Saranno un romanzo, e quel romanzo, da scrivere, è la tua vita.

  51. Lettera a un nuovo sconosciuto: me stesso

    Ciao Paolo,
    Ti scrivo perché mi han detto che sei fuggito, che te ne sei andato senza lasciare tracce di te: hai preso valige e bagagli e sei partito. Mi manchi da morire…mi mancano le tue sicurezze, le tue paure che con estrema facilità esorcizzavi, mi mancano le tue battute, mi manchi tu. Qualcuno dice che ti potrei trovare a Londra, qualcuno a New York mentre altri ancora dicono tu sia nascosto in qualche grotta dei Monti Urali. Non so dove invierò questa lettera, credo che ne farò diverse copie e poi la spedirò in giro per il mondo. Qua dicono che tu te ne sia andato perché trascurato e trasparente a me, come se ti avessi messo da parte, come se ti abbia sostituito con delle visioni, dei giochi di luce, delle apparizioni…Ho giocato con te come se fossi un fantasma, forse ho giocato troppo a lungo e ora non ci sei più…Ho un grande vuoto dentro incolmabile e so che nulla di tutto ciò che mi circonda potrà mai riempirlo …Siamo cresciuti insieme, ti ho visto dal primo secondo in cui son nato e poi insieme abbiamo fatto l’asilo, le elementari, le medie, le superiori e l’università….ora però mi abbandoni, prima che io possa, con tranquillità, sostenere la laurea; mi abbandoni come se il tuo tempo con me fosse finito e invece no…io voglio ancora passare tanto tempo con te. Qualcuno dice tu sia soltanto uno spirito chiamato non Paolo ma Paul Joung e che per forza di cose un giorno te ne saresti andato perché carattere imprescindibile del tuo essere …
    Io ora ho soltanto tanta paura, tante insicurezze…prima c’eri tu e ora invece son solo…ora invece sono solo io…Se mai leggerai questa lettera torna da me…Se non dovessi tornare, sarò io a cercare te…perché noi siamo la stessa identica cosa…due miserie in un corpo solo che si facevano, e spero si facciano, ancora tanta compagnia…

    Tuo

    Paolo

  52. Ciao, scusa se non uso nessun’altra formula di apertura, ma mi sembrano tutte inopportune: o formali
    o troppo informali, per noi che non siamo ancora nulla. Dirti egregio è un augurio, ma io so già che tu lo sei; dirti caro… mi sarebbe piaciuto, ma non so se lo sarai mai per me, perciò vedi è come essere su un’altalena e non riuscire a scegliere il punto in cui scendere.
    Ci siamo visti poche volte, è vero, e in quelle, mai da soli; quando ti ho telefonato l’ultima volta
    mi hai detto “chiamami, non mi dai fastidio!”. Al cellulare? Ma non è un mezzo di conversazione!
    serve per dare brevi comunicazioni, per informare, non per colloquiare. Non so quante cose avrei voluto dirti ma me ne è mancato il coraggio, non ho saputo oppormi a quell’aura di forte personalità che ti contraddistingue, a quella capacità di eloquio e di chiedermi consenso ogni volta che domandavi la mia approvazione. Anzi attendevo ansiosa e timorosa che
    ti rivolgessi a me.
    E così, ecco che il foglio accoglie ciò che la voce non riesce a far udire.
    Scusa, ma appartengo ad un tempo passato, sono più abituata alla penna, anzi alla matita che concede la facoltà di cancellare, di riscrivere e di ripensare, che non alla moderna tecnica.
    Alla fine son solo undici anni che vivo in questo secolo!
    E poi…, tu, tu che “giochi” con le parole, con i loro significati, le sfumature, gli accenti e le intonazioni, avresti chiamato una donna che ti avesse risposto così?
    Ed io non ho chiamato un uomo!
    Non avverti una certa condiscendenza nella tua espressione, una concessione. Una bonarietà
    di cui, ti assicuro, non ho bisogno: mi è stato insegnato ad essere attenta alle sottili allusioni e
    alle accezioni più minuziose.
    Ai miei tempi erano le signore che concedevano i loro favori, e invece…
    Sono offesa? No, non lo sono.
    Perché lo fossi avresti dovuto conoscermi, ma tu hai solo sfiorato il sentiero della mia vita.
    E’ vero ci siamo incontrati in un’aula: io da un lato, tu dall’altro.
    L’unica differenza è che tu sei rimasto dietro la cattedra, …ma io non sono mai stata davanti.

  53. Caro cecchino
    Salvo Andrea Figura

    16 gennaio 1916

    Caro cecchino,
    non ci conosciamo, non ci siamo mai gridati insulti, eppure continuiamo a spararci addosso quell’unico colpo che lascerà vivo chi di noi due farà centro.
    È quasi un anno ormai che miriamo ai nostri elmetti, l’unica cosa che riusciamo a vedere da una trincea all’altra. E di volta in volta sfiorandoli. Sette volte tu, cinque io. Mi sei in debito di due colpi. Una volta riuscii anche a vedere il tuo occhio sinistro dietro al tuo nuovo mirino a cannocchiale. Si vede che a Vienna hanno tanti soldi. Io devo accontentarmi del mio vecchio mirino col rialzo.
    Era la vigilia di Natale, ricordo che c’era una Luna che faceva sognare. Le nostre trincee risuonavano di canti e di grida di gioia che stridevano con l’atmosfera di morte che avvolgeva tutto e tutti. E tu, invece di pensare alla tua Marlene o ai tuoi figli, eri là, appostato, che miravi addosso a questo povero maestro elementare di Siracusa dalla vista buona, catapultato tra queste gelide Dolomiti.
    Avevo appena finito di scrivere alla mia Carmela lontana e ai miei figli, sperando che mi stessero pensando. A un tratto volsi lo sguardo verso la tua trincea. La luna piena era già alta e faceva brillare la neve come fosse un unico enorme diamante. Tra quegli sbrilluccichii di cristalli bianchi e immobili, ne vidi uno che si muoveva. Mi mossi allora anch’io e quel… cristallo si mosse all’unisono. Ebbi paura perché non capii. Mi abbassai di colpo, posai il moschetto e presi il binocolo. Allora, mi accorsi che era il tuo occhio azzurro, di ghiaccio, inespressivo, come quelle antiche statue con lo sguardo perduto nel tempo e nel vuoto.
    Facesti fuoco. Fui più svelto del lampo dello sparo e mi mancasti.
    In fondo ebbi un po’ pena per te. Ci provavi da chissà quanto.
    Sai col tempo mi sono affezionato a te. Cerco di capire i tuoi pensieri e forse anche tu i miei.
    Ti prego perciò di una cosa sola: quando sarai certo di farlo bene, spara un solo colpo, qui, in fronte. Non farmi soffrire.
    Salvatore.

  54. Ma mi accorgo adesso che dopo la firma…”Salvatore”, riparte nuovamente. E’ un guaio che non si possa riparare da noi. Ti spiace correggere anche lì?
    Grazie.
    Salvo

  55. Lettera ad uno sconosciuto

    E’ sempre difficile scrivere l’inizio di una lettera ed io non voglio iniziarlo con un semplice “ciao” o “caro”. Quindi ho deciso che non ti saluterò in questo incipit.

    Fuori sta piovendo. Credo che con oggi termini ufficialmente l’estate.
    I vetri delle finestre di camera mia sono tempestati di gocce di pioggia.
    Ed io sto fumando ascoltando i Sigur Ros (Untitle 3).
    Ti sto pensando. Come spesso faccio in questi giorni.

    Vorrei averti qui adesso. Sul mio letto. Tra queste fresche lenzuola.
    Vorrei le tue mani sui miei fianchi e la tua bocca sulla mia schiena.
    Vorrei abbracciarti, farmi stringere e sentirti mio. Mio. E di nessun altro.
    Vorrei appartenerti. Vorrei i tuoi occhi sul mio corpo coperto di brividi.
    Vorrei il tuo calore in questo primo freddo equinozio.
    Vorrei sentir gridare le nostre emozioni nel silenzio.
    Vorrei poggiare la mia testa sulla tua spalla e sentire il tuo sospiro sulla mia pelle candida.
    Vorrei scattare foto di noi. Nudi in questo letto di perdizione. Con i flash sul tuo corpo. Che abbagliano la mia vista in estasi.
    Mentre con un dito mi entri in bocca. Toccando le mie gengive e sfiorando i miei denti affilati d’ardente passione. Bagnato dalla mia umida saliva che chiede solo il tuo corpo una volta ancora.

    Sento che là fuori i nostri pensieri si elevano in cielo. In questo tardo pomeriggio di settembre. Per toccarsi. Avvolgersi e diventare una cosa sola.

    Non mi sento più solo se penso a te.
    Non solo più solo adesso. Non mi sento più solo. Adesso.

    Chissà dove sei. Con chi sei. Che stai facendo ed a chi stai pensando.
    Chissà a come ti incontrerò. Come ti conoscerò. Chissà a cosa penserai la prima volta che mi vedrai.
    Chissà che colore hanno i tuoi occhi. E che timbro ha la tua voce.
    Come i nostri sguardi si incroceranno per poi appartenersi per sempre.

    Spero che saprai tenermi la mano di notte quando avrò paura. E che starai sempre al mio fianco quando non avrò il coraggio e la forza di combattere in questa vita piena di ostacoli.
    Spero di vivere un sogno insieme a te. Un sogno infinitamente infinito. Uno di quei sogni che esistono solo nei film. Solo nei sogni. Un sogno nel sogno. Un sogno e basta.

    Ti voglio. Corri da me. Fai in fretta.
    Ti voglio adesso. Muoviti.
    Non ce la facci più senza di te. Ti prego.

    Scrivendo una lettera che un giorno ti darò guardandoti negli occhi. Sorridendo dall’imbarazzo. A te che ancora non conosco.

    A te. Amore della mia vita.

    Per sempre tuo.

    Gabriele

  56. Lettera a uno sconosciuto che vorrei conoscere.

    Non so se avrai mai queste parole, se saranno tue, o se diventeranno solamente sillabe da voltare e riciclare per stampare l’ultimo avviso dell’Università. Sappi che sto scrivendo per il semplice gusto di scrivere, e non per sapere se queste parole verranno lette. Spesso mi capita di non leggerti, e se ti leggo, lo faccio con vivo disinteresse per poi sviscerare un commento molto banale.
    La verità è che non ti conosco, ma di te potrei fidarmi ciecamente, come fossi un fratello, o una migliore amica a cui rivelare ogni segreto: mi fido perché non ti conosco, perché credo in una tua reazione umana, e non nel commento ad effetto che con poche sillabe pensa di poter definire il mio universo. Come stai? Hai sete?
    Qui il cielo tuona, e penso di versarmi qualcosa da bere, in modo da poter nutrire le mie fauci da predatore: non voglio che tu faccia quel che poi potrebbe infastidirti, ho solamente un vivo desiderio di svuotare tutto quanto me stesso. Davanti a me un palco, il mio corpo immobile dietro il sipario, un grande Punto Interrogativo si avvicina e mi fa cenno di fare presto. Così vivo il ricordo!
    Devo sbrigarmi! Non so che devo fare, ma devo correre, non c’è più tempo!
    Devo imparare delle battute, che devo fare? Non riesco a credere, salirò sul palco, apriranno il sipario, e dietro quel maestoso tendone rosso comparirò io, la mia nudità, una maschera senza freni pronta a parlare col mondo! Fantastico! Non mi sembra vero, sono felice.

    Cosa succede ora? Il Punto Interrogativo inizia a presentare lo spettacolo, parla per pochi minuti,
    le sue parole sembrano chiare e nitide, ma c’è come qualcosa dentro di me non mi fa ascoltare.
    Non posso crederci! Hai presente quando rivivi il tuo passato in pochi secondi, e ti sembra di sentire
    un leggero fruscio, un delizioso vento che rinfresca la tua anima e l’aiuta a ricordare?
    Ecco ho avuto la stessa sensazione. Così quando fu il mio momento non sono riuscito a farmi avanti, sono inciampato su una fune, e caduto rovinosamente sul grande sgabello, emisi un urlo terrificante, come quelli che capita di sentire durante un sacrificio.
    Purtroppo non ho saputo affrontare la vergogna, non sono stato capace di improvvisare, né di dire una battuta, anche una frase ad effetto per stemperare il grande imbarazzo, il vuoto che ha gelato gli spalti. Non sono stato capace! Tu cos’avresti fatto? Avresti saputo affrontare quella situazione?

    Se hai letto ti prego di rispondere, mi capita troppo spesso di non saper indossare con gusto gli abiti che vorrei distruggere: sono combattuto, nessunò la spunterà. Alla fine partorirò un ibrido, diventerà la mia guida e sarà la mia essenza. Ma ora non ho spade, nemmeno uno scudo per difendermi.
    La mia penna è una biro essiccata che ho sostituito con l’acume creativo delle mie falangi.
    Rispondimi, sono come in esilio senza vestiti, nudo sulla montagna della Rabbia, pronto a esplodere. Ti mando il mio abbraccio, confido in una tua risposta.

    Se non dovesse arrivarti questa lettera, non fare niente. Non saprai nemmeno della mia esistenza.

    Alessio

  57. Laura saresti così gentile da fare una correzione nel mio racconto?
    In una delle ultime frasi ho scritto far al posto di faro ….
    Inoltre lasceresti solo il nome e non il cogome che ho indicato? grazie mille e complimenti per la palestra.

  58. LETTERA AD UNO SCONOSCIUTO
    28 settembre 2011
    Carissimo signore,
    lei non mi conosce, ma io ripenso spesso al giorno in cui l’ho incontrata nella sala d’aspetto del dottore. Lei era seduto, con la schiena eretta contro la spalliera della sedia. Aveva l’aria assente sul volto magro e rugoso, ma bellissimo, a giudicare dai tratti. Il naso, stretto e appuntito all’estremità, aveva in sé qualcosa di nobile. La bocca, piccola dalle labbra aride, rimaneva sempre chiusa. Tutto in lei sembrava ben curato, dal giubbotto blu scuro, ai pantaloni di lana, alle scarpe di pelle nera. Mi ha colpito il curioso cappello che portava in testa, nonostante fossimo al chiuso, dello stesso colore del giubbotto, con la visiera ampia. I pochi capelli bianchi facevano capolino dalla parte posteriore del cappello. Delle sue mani, arrossate per il freddo, una poggiava sul manico dell’ombrello, dritto davanti a lei come se fosse un bastone a cui affidava il compito di sorreggere il suo peso lieve.
    A guardarla bene, dietro gli occhiali dalla montatura fuori moda si vedevano guizzare due occhi vivaci che scrutavano senza tregua il viso di coloro che le stavano intorno. Non parlava, girava solo la testa qua e là per la stanza e ascoltava ciò che veniva detto intorno a lei. Forse nessuno si è accorto della sua presenza, nessuno ha notato l’espressione del suo viso. Eppure, era chiara l’ansia con cui attendeva il suo turno per poter parlare col dottore e confidargli dolori che solo lei conosceva, quasi fosse il suo confessore. Aspettava da lui parole di conforto, nuove speranze in cui credere, nuovi medicinali a cui affidare la sua fragile esistenza. Ma in quella sala d’attesa nessuno le ha rivolto la parola, nessuno si è preoccupato di tenerle compagnia. Io stessa sono rimasta muta a guardarla, quando invece avrei potuto donarle il mio tempo. Chissà dov’è ora, se ha bisogno di qualcuno con cui parlare, se la sua salute è migliorata. Le chiedo perdono per il mio silenzio.
    Un’amica

  59. Il profumo di zagara che penetra dalla veranda e inonda la casa, mi riportano a te, Rosemma.
    Ogni anno, l’aria arricchita di questi profumi mi trasporta al nostro incontro-scontro. I tuoi occhi scintillanti, mi sembra di rivederli nitidamente e, come per incanto, la mia giornata prende una direzione positiva.
    Eppure, quando ci siamo incontrate, io dall’alto della mia arroganza ti ripugnavo. Trasudavi campagna da tutti i pori e i tuoi modi grossolani e la tua scarsa eloquenza erano segni distinguibili di una bassa estrazione sociale.
    Il tuo corpo pingue schiacciato nei sedili stretti dell’aereo debordava nel mio spazio, troppo ampio per il mio corpo esile. Un’irritazione incontenibile. Purtroppo, ero già impegnata a lottare contro il mio attacco di panico, per cui mi limitavo a occhiate vane di sdegno.
    Ebbene sì! Soffrivo di questi attacchi. La mia carriera professionale era la mia vita. E il mio attacco di panico, il mio segreto.
    Ricordi? Stavi andando da tua figlia in procinto di partorire. Quanto blateravi…di te, della nipotina che stava per nascere e, io che ero concentrata a non impazzire per lo spazio che mi stavi invadendo con il tuo braccio grassoccio e quelle cosce che quasi lambivano le mie. Fastidio. Nelle viscere. Tanto prepotente da farmi quasi dimenticare il mio “male”. In effetti, più parlavi e più prendeva vita dentro di me una sensazione nuova. Piacevole. Come un’onda mi accarezzava, emanava la sua spuma balsamica, benefica.
    Ricordi? Il paesino in collina in cui vivevi, l’aria che respiravi a pieni polmoni, i profumi che aleggiavano nella campagna, in tutte le stagioni. E la luna?…ti tuffavi dentro. Aprivi la porta di casa e davanti a te si stagliava l’infinita natura e la luna in tutta la sua maestosità. E tu sognavi.
    Ricordi? “E’ necessario avere la testa per aria, sognare”. “La vita non va presa troppo sul serio!”
    E il mio attacco di panico? Solo all’atterraggio mi resi conto che fu l’unica volta che non lo provai. E da quel momento, cara Rosemma cominciai a sognare. Cominciai a vivere.

    • C’è un errore, Laura. Nella prima frase ho messo il verbo riportare al plurale anziché al singolare. Lo puoi correggere tu, perfavore?
      Grazie

  60. Anestetico. Anestetizzante.
    Droga i sensi sensibili di sensazioni. Illudimi la mente. Rendila stupida ed arida. Stupida, arida e felice di queste sue carenze. Trapassami le vene e sgorga nel mio corpo. Rendilo oggetto privo di vita.
    Distorci la visione oggettiva che ho delle mie infinite debolezze. Distruggi il fallimento, che sembra volermi tenere per mano e tentare un approccio amoroso, sempre meno casto, ad ogni passo che insieme ci accingiamo a compiere.

    Le dita ingiallite cingono il corpo di una penna comune, con inconsueta decisione mista a frenesia infantile. Desiderose di sfiorarne le forme appaganti, l’abbracciano e la sorreggono, l’accompagnano ad ogni movimento come se volessero farci l’amore. Ai tuoi occhi, l’unione di corpo e penna sarebbe risultata come un immortale connubio amoroso, ma in realtà, quelle tue dita ancora infantili ma sporche di vita vissuta stanno solo spremendo quel corpo minuto, affinché il suo sangue d’inchiostro prenda forma letteraria, rendendo leggibili le mie formule d’odio, dedicate a ciò che il futuro ti ha riservato.
    Alzo lo sguardo verso la solita finestra, che per te era un‘inavvicinabile porta socchiusa, oltre la qual soglia, nuovi mondi e nuovi mostri, giacevano. Scruto le gesta di una giovane donna, che tenace, sfida la forza di gravità. La vedo sorridere. Sento il mio stomaco contorcersi al posto del suo quando l’altalena si ritrova in orizzontale, sospesa in aria. Poi, d’improvviso provo pena. Un giorno quel sorriso facile svanirà ed un salto a mezz’aria non basterà a farlo tornare. Quella bocca distesa verrà resa impura da altre bocche e da qualche sigaretta, che decisa, si farà spazio tra le sue labbra, riempiendola del suo gassoso veleno, viziandola. Tu l’avresti invece osservata, incuriosita, per scrutarne i tratti somatici. Poi ti saresti sentita in colpa, per questa tua invadente voglia di capire, così come ti avevano insegnato a fare. E pensandola come futura compagna di giochi, saresti corsa tra le braccia di tuo padre, le stesse che ora sono artefici dei lividi che con cautela nascondo. Lo avresti guardato fumare, lo avresti pregato di non farlo, e proprio ora il fumo di una sigaretta accesa riempie questa stanza disegnando nell’aria insolite forme impalpabili.

    Mi manchi, vecchia me. Vecchia e bambina; vecchia perché lontana, bambina perché felice d’inconsapevolezza flebile. Quei tuoi occhi grigi, inesperti e spaventati, hanno perso l’inesperienza e custodito con cura la paura del mondo, tramutandola in terrore limitante ed adulto.
    Anestetizzami, torna ed attutisci la mia percezione della realtà.

    Con morboso affetto
    La tua futura proiezione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...