A 4 mani -Traduttori e traditori

Con questo articolo inauguriamo una nuova rubrica che conterrà una serie di articoli scritti a 4 mani. Le mie e quelle di amici, conoscenti, frequentatori del blog. Chiunque avrà qualcosa di interessante da dire su scrittura o editoria, intese nel senso più ampio, da oggi potrà proporre la sua idea e intervenire come “special guest”. Basterà inviarmi una richiesta all’indirizzo lalaurachescrive@gmail.com. In altri casi sarò io stessa a invitare autori che conosco ad approfondire spunti e aspetti particolari dei nostri argomenti preferiti.

Fatta questa doverosa premessa vi anticipo subito che oggi si parla di traduzioni. Che c’entra questo discorso in un blog sulla scrittura, l’editoria e l’editing è presto detto. Gran parte dei libri che noi leggiamo, dai grandi classici alle storie più moderne ci giungono da oltreconfine. Sono traduzioni di testi stranieri. Non sempre ci si sofferma abbastanza su questo punto. Noi conosciamo quello che leggiamo senza pensare affatto a ciò che è stato prima e come è diventato quello che è adesso. Pochi, pochissimi conoscono il modo di lavorare un testo in lingua, le difficoltà del mestiere del traduttore e quelle dell’editor che dovrà intervenire su quei testi.

Proviamo oggi a sviscerare queste metodologie con l’aiuto dell’amica Eliana Stendardo che alcuni di voi conoscono già come la vincitrice della palestra n. 4. Oltre a essere una scrittrice talentuosa ha anche una certa conoscenza del mestiere della traduzione e quindi diamole subito la parola!

Dopo le immani ricerche linguistiche, storiche, politiche, scientifiche, seguite dalle innumerevoli ambiguità lessicali risolte con brillanti intuizioni e ardite acrobazie stilistiche, cosa avrà pensato il povero traduttore francese quando è stato accusato dai suoi dotti colleghi italiani di avere tradito il testo originale di un certo Dante Alighieri? Di non avere compreso appieno tutte le reali intenzioni dell’autore, le sfumature dei termini da lui scelti, di non avere saputo rendere appieno la forza lirica del pensiero dantesco? Non sarà certo stato orgoglioso di essere il primo traduttore-traditore della storia…

Per riabilitare questa professione e discuterne la qualità è necessario chiarire in cosa consiste realmente il lavoro del traduttore, sconosciuto ai più. Il suo affascinante ma ingrato compito è molto impegnativo, richiede una indispensabile quanto solida preparazione linguistica nonché un inesauribile desiderio di conoscenza multidisciplinare che lo sostenga  nel suo continuo lavoro di ricerca e aggiornamento linguistico e culturale.

La mediazione linguistica, di fatto, non si esaurisce nella semplice traduzione, verbale o scritta, di un testo costituito da parole, frasi, costruzioni grammaticali o sintattiche più o meno complesse: il traduttore è il tramite attraverso il quale due culture differenti possono entrare in comunicazione.

Se è vero che tra lingue diverse non c’è quasi mai una corrispondenza traduttiva perfetta, per il traduttore è tuttavia essenziale soddisfare il requisito di equivalenza tra il testo di origine e quello di arrivo, ovvero tradurre nel modo più fedele possibile da una lingua in un’altra.

Al traduttore di testi scientifici o tecnici si richiede l’approfondimento di discipline settoriali, specialistiche, innovative, non solo dal punto di vista terminologico ma anche contenutistico in quanto non è possibile tradurre un testo in modo soddisfacente senza comprenderne il significato.

La traduzione di testi divulgativi, letterari o narrativi, dovrà inoltre tenere conto dei riferimenti sociali, politici e culturali espressi nel testo che spesso sono evidenti ed efficaci in una data lingua o in un paese ma risultano incomprensibili se trasferiti in un diverso contesto. Analogo discorso vale per la satira, i proverbi, i giochi di parole, la poesia: una vera e propria sfida per il traduttore che non voglia tradire il vero significato del testo originale.

Come nella vita, la fedeltà è un requisito indispensabile affinché una traduzione sia efficace, ma si tratta sempre di un impegno delicato e difficile da mantenere poiché è sufficiente scegliere una locuzione, una parola o semplicemente conferire un tono leggermente diverso al testo tradotto per allontanarlo inevitabilmente da quello di partenza fino ad alterarne il senso.

Nel processo traduttivo, infatti, la comprensione profonda del testo originale si associa ad uno sforzo interpretativo. Molto è lasciato alla sensibilità del traduttore che dovrà individuare i diversi stili, immedesimarsi nell’autore per coglierne il pensiero e renderne efficacemente in un’altra lingua le intenzioni reali, facendo attenzione a non personalizzare il testo.

Sono frequenti, purtroppo, traduzioni approssimative, insoddisfacenti o addirittura errate; le motivazioni sono di diversa natura e dipendono da numerosi fattori oggettivi e soggettivi.

Tra le molteplici cause, incidono in modo determinante i tagli dissennati che il governo italiano applica alla cultura penalizzando di fatto l’istruzione e, quindi,  anche la formazione linguistica.

I centri di eccellenza dove l’insegnamento delle lingue è mirato alla creazione di professionalità competenti nelle tecniche di traduzione scritta e orale sono rarissimi e troppo spesso gestiti da privati con costi talvolta proibitivi.

Altro fattore determinante è il mercato del lavoro. Forti della crisi occupazionale e delle leggi della concorrenza, poco sensibili alle difficoltà peculiari di questo lavoro, troppo spesso i committenti impongono tariffe bassissime e tempi di lavorazione insufficienti per garantire un lavoro di qualità. In nome del budget, spesso si affidano più o meno consapevolmente a traduttori improvvisati o amatoriali che talvolta mancano di competenza linguistica, tecnica o anche deontologica.

Il traduttore tecnico dovrebbe avvalersi della consulenza di esperti, mentre il traduttore letterario -quando possibile – dovrebbe confrontarsi con l’autore del testo originale per verificare la coerenza della sua traduzione.

Trasferire un testo da una lingua di origine a una di destinazione richiede anche ricerca e riflessione; si tratta di un processo delicato che, piegato alle logiche della “produzione”, espone al rischio di una traduzione frettolosa, poco attenta ai trabocchetti della lingua o ai sottintesi insiti nel testo. Quanti clamorosi “scivoloni” presi da autorevoli traduttori in nome dell’urgenza! Quante polemiche all’uscita di alcuni best-seller in cui è evidente che la traduzione affidata a “più mani” non è stata sufficientemente uniformata nello stile, nella scelta dei vocaboli e non risulta coerente né nel suo insieme, né rispetto al libro nella lingua originale… Quante volte la rapidità di esecuzione ha impedito anche ai migliori traduttori di “vedere” una sfumatura o rendere in modo esatto una frase…

È questa la vera condanna del traduttore: essere l’artefice di un compromesso tra un testo originale e un testo tradotto in una lingua diversa; tra le proprie esigenze professionali e le spietate logiche di mercato; tra le intenzioni autoriali e la propria interpretazione tenendo conto, nel caso della traduzione letteraria, delle scelte dell’editore che a loro volta dipendono dalle aspettative del pubblico.

Arte, professione o mestiere, traduttore-traditore è un binomio impietoso che si ritrova in molte lingue, ma il compromesso è la vera chiave di lettura delle difficoltà che incontra il traduttore nel proprio cammino.

Se sono una EX-traduttrice, ora sapete il perché!

È con questa chiusura sincera e spassionata che la nostra Eliana ci rivela di essere stata lei stessa vittima delle spietate dinamiche di questo mestiere e noi la ringraziamo per aver messo a nostra disposizione la sua esperienza e professionalità.

Io la capisco perché anche lavorare da editor su una traduzione non è affatto semplice.

Mi è capitato una volta, si trattava di un manuale sulla leadership. Un lavoro di gruppo condotto con alcuni colleghi del master. Il testo era arrivato già tradotto. Una traduzione a basso costo, fatta decisamente al risparmio. Una traduzione che io stessa che d’inglese non sono ferratissima (ma dopo quell’esperienza ho rivalutato parecchio le mie capacità traduttive e interpretative) avrei fatto meglio. Un traduzione in cui la U.S. Navy (Marina Americana) diventava il corpo dei Marines e poi l’Esercito e poi ancora la Marina. Una traduzione in cui le oche non volavano in formazione a “V” ma aprivano le ali a “V” per chissà quale assurdo motivo o mutazione evoluzionista. Una traduzione infarcita di barzellette e modi di dire che non facevano ridere nessuno perché il traduttore si era limitato a mettere in fila una serie di parole senza preoccuparsi minimamente di dar loro un senso. Una traduzione commissionata da un editore mica trovata per strada! Uno che di testi ne sforna decine e decine l’anno. Uno abbastanza cresciuto insomma. Di quel libro avrà acquistato i diritti ma l’editing sarebbe stato gratis perché durante il master noi allievi ne curavamo i testi senza pretendere alcun compenso, giusto per farci le ossa insomma.

Quindi, mi chiedo, perché risparmiare anche sulla traduzione? Forse perché una traduzione SERIA costa decine di euro a cartella? Forse perché in Italia la logica del pressappochismo ha la meglio su tutto? Insomma senza entrare troppo nel merito delle logiche dell’editore che in questo caso come altri mille sembrano scaturire da profondità insondabili, mi pare evidente quali siano in tali circostanze le difficoltà di un editor che si ritrova a lavorare su un volume che non rispecchia né la lingua d’origine né quella d’arrivo. Il testo americano era del tutto snaturato e quello italiano aveva una forma da terza media. La traduzione era pressoché letterale cioè ogni parola inglese era trasposta in una italiana senza troppa cura per quello che ne veniva fuori: sintassi, grammatica e costrutti assolutamente scorretti. Nessuno sforzo interpretativo o adattivo era stato fatto nel passaggio da una lingua all’altra.

Per un editor trovarsi tra le mani un manoscritto del genere significa dover operare scelte che esulano dalla sua professione e che qualcuno avrebbe dovuto fare a monte. In nessun caso l’editing di un testo in traduzione dovrebbe coincidere con la necessità di “ri-tradurre” e l’esigenza del confronto con l’originale dovrebbe essere qualcosa di momentaneo e sporadico, non una costante.

L’editor ha il compito di rendere uno scritto al meglio lavorando nella propria lingua. Stiamo quindi parlando di un testo già tradotto da qualcun altro. Non rientra affatto nelle sue competenze un doppio lavoro su un livello che non gli compete, quello linguistico, e per il quale esistono professionisti appositi e molto validi. Costano? Ebbene sì, ma il loro lavoro vale il compenso, e pagare per un buon lavoro è di certo un investimento più fruttuoso che andare al risparmio rischiando di incappare in un flop pauroso. Lo dimostra la fine del “nostro” manuale sulla leadership.

Il risultato è stato che dopo sei giri di bozze la forma lasciava ancora a desiderare, il master è terminato e nessuno può immaginare il nostro sollievo nel liberarci di quello che ormai era diventato un vero e proprio incubo. L’editore che di quel volume aveva acquistato i diritti probabilmente non riuscirà mai a portarlo a una forma pubblicabile a meno che non affidi il lavoro a un nuovo traduttore degno di tale titolo.

Morale della favola? La professionalità si paga e questa è l’unica strada per la qualità. Ma finché la logica predominante sarà quella del risparmio le cose non cambieranno e in Italia continueranno a uscire testi in traduzione indegni!

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18 risposte a “A 4 mani -Traduttori e traditori

    • Grazie a te Marco! In verità sarebbero così tante le cose da dire in proposito che un solo articolo non basta di certo a esaurire l’argomento ma può di certo darne una panoramica… magari ne arriveranno altri!

  1. Purtroppo la logica del mercato (tutt’altro che corretta e rispettosa della professionalità) non aiuta i traduttori, spesso considerati come tassello di serie b nella realizzazione di un testo. Il dibattito sull’utilità di una buona traduzione e sulla figura del traduttore è ampio e per fortuna ci sono ancora spazi che vi lasciano spazio… Di sicuro alla base di un buon lavoro di resa vi sono la collaborazione e il confronto tra le varie parti che danno vita al testo.

  2. Il traduttore, fino a quando tradurre non è diventato parte di un business (e l’Italia è il paese dove il business è tra i più attivi, dato che ben oltre 3/4 di quel che si pubblica è tradotto da altre lingue, soprattutto l’inglese) era un letterato, una persona estremamente colta, qualcuno insomma che per mestiere faceva lo scrittore o l’intellettuale e, traducendo opere da altre lingue, si assumeva il compito di far conoscere idee, autori e culture diverse e nuove.
    Opere sono state tradotte da altre lingue fin dall’antichità, ma chi traduceva si occupava di quegli argomenti: poesia, filosofia, teologia, teatro ecc. I traduttori erano poeti, filosofi, teologi, tragediografi o drammaturghi ecc. E in genere la scelta delle opere era motivata non certo da ragioni di mercato.
    Pare ovvio, dato che si può tradurre bene solo ciò che si conosce, così come si può scrivere solo di ciò che si conosce.
    Poi un primo forte impulso alla traduzione fu dato dai Romantici. Traduzioni dei poeti e degli autori tedeschi che diffondessero le nuove idee.
    E in fondo la traduzione a questo servirebbe, a diffondere idee nuove.
    Uno dei primi casi eclatanti è stato quello del Werther, di Goethe, ma anche I Promessi Sposi, tradotti in francese, tedesco, inglese (a proposito: Edgar A. Poe scrisse una recensione dell’edizione inglese dei Promessi Sposi, cosa che pochi sanno).
    Un’osservazione interessante è che, il diffondersi di una cultura attraverso la traduzione, in genere è un fenomeno legato al potere – politico, economico o culturale che sia – che quella cultura ha.
    In passato questo si è verificato nel passaggio dal latino ai volgari, poi dal francese, lingua dell’Illuminismo, ad altre lingue, dal tedesco, lingua del Romanticismo insieme all’inglese, ecc.
    Oggi, il dilagare delle traduzioni dall’inglese denota la dominanza della cultura americana. E’ vero che si traducono moltissimi autori indiani, (io ne ho tradotti molti) qualche cinese, qualche giapponese, qualche autore arabo ecc. Ma nessuno di questi (tranne rare eccezioni per cinese e giapponese) scrive nella propria lingua.
    Per quanto riguarda gli autori indiani, ora così di moda perché l’India è già una potenza economica che, insieme alla Cina ci ha già sorpassati) praticamente nessuno di quelli che conosciamo in occidente scrive in una lingua indiana. Hanno capito che è molto più remunerativo usare l’inglese.
    E, quando proponi a un editore la traduzione di un testo originale in hindi, o bengali, ad esempio, dicono di no.
    Così la vera letteratura indiana, ricchissima e meravigliosa, nessuno da noi la conosce se non qualche specialista.
    Ci arriva solo ciò che gli indiani che hanno deciso di far soldi scrivendo, pensano che noi vogliamo ci si racconti dell’India.
    Mi scuso se ho divagato, ma mi pareva importante puntualizzare il valore della traduzione e del traduttore. Questo valore è legato al valore della letteratura e alla sua diffusione.
    Ma, la globalizzazione e il business che, soprattutto in Italia, è ormai l’editoria, ha falsato completamente questo scopo e il ruolo nobile di mediatore che un traduttore dovrebbe avere.
    Si pubblica a catena di montaggio, robaccia e cose belle, spazzatura e arte, ma senza il minimo interesse, da parte degli editori, per quel che pubblicano, se non l’immediato guadagno.
    La qualità è l’ultimo dei loro problemi.
    Essendo quindi l’editoria (cosa diversa dalla letteratura) in Italia più che altrove un business, il traduttore gode della stessa considerazione di cui gode la letteratura: cioè nessuna. Il che si traduce in compensi miserabili e poca attenzione al contributo fondamentale che si dà all’opera.
    Una mia amica traduttrice in Francia, molto brava, molto preparata, ma certo non con la mia esperienza e curriculum, prende ben di più di quanto io riceva dopo 30 anni di lavoro di alto livello, non solo come traduttrice, ma come editor e consulente editoriale in questo campo. E, come lei, i traduttori inglesi, francesi, olandesi, tedeschi, americani.
    Fare il traduttore letterario in Italia, se lo si vuole fare da letterato, non conviene. Meglio lasciare lo spazio ai giovani inesperti, poco preparati e poco pagati, che tradurranno benissimo il tipo di letteratura straniera che il mercato propone. Tanto non saranno molti i lettori che se ne accorgeranno. Purtroppo.
    Il traduttore deve avere una sola caratteristica: costare poco. Dunque meglio se giovane, inesperto, se non è scrittore, autore egli stesso.
    Quasi nessun recensore ti cita, come se un libro dallo stile elegante o comunque che riproduca quello originale dell’autore, non fosse opera di un ottimo traduttore.
    Ho scritto diffusamente su questo argomento in articoli e sul mio blog e sulle mie spessissimo spiacevoli esperienze in 30 anni di traduzione letteraria.
    Le uniche volte in cui tradurre è stata un’esperienza emozionante, arricchente, un vero lavoro letterario, sono state quelle in cui ho tradotto le opere proposte da me, perché legate ai miei studi e interessi. Opere che, tra l’altro, sono state dei best sellers.
    Ma in effetti ora mi sono stufata e, dato che scrivo quasi da quando sono nata, ho deciso che non c’è motivo di far fare bella figura ad altri. Quello che so fare seguito a farlo soprattutto a mio beneficio.

    • Cara Francesca, trovo che il tuo commento sia molto interessante e non è una divagazione ma una interessante panoramica sulla storia della traduzione. La traduzione era in effetti in passato un lavoro riservato a persone estremamente colte, a studiosi e letterati in epoche in cui l’accesso ai testi scritti era ristretto a élite di intellettuali, generalmente nobili o ecclesiastici. Non dimentichiamo però che anche in epoche remote, nel passaggio da una lingua all’altra, il testo poteva essere reso in modo scorretto per motivi di errata interpretazione o anche per strumentalizzazioni ideologiche. Magari non c’era il problema delle leggi del mercato, ma il rischio del tradimento del testo originale nel lavoro di traduzione è sempre esistito. Condivido inoltre la frustrazione che prova il traduttore nel dover lavorare a testi poco interessanti rispetto alle proprie inclinazioni personali o alle proprie aree di specializzazione. Purtroppo, la traduzione letteraria per molti resta un sogno; è un campo in cui è molto difficile farsi spazio. Quando nel tuo commento hai spiegato le difficoltà del lavoro nelle lingue rare, e in particolare hai fatto riferimento a ciò che ci arriva da altri paesi direttamente in lingua inglese, mi è tornato in mente il tormento del “tecnichese”, ovvero quella specie di inglese maccaronico inventato ad hoc in determinati settori tecnici. Per intenderci, alcuni big boss di grandi aziende (che ritengono di conoscere la traduzione di termini impossibili proprio perchè di nuova generazione) impongono a tutta la gerarchia di sottoposti, fino ad arrivare al traduttore, la loro personale traduzione di un termine o di un concetto. Guai a cambiarla, anche se a volte rasenta il ridicolo! Vogliamo anche parlare di quegli orribili software che, con il pretesto del controllo della qualità, calcolano le frasi già tradotte per pagarle la metà? Sono con te quando sostieni che il lavoro del traduttore in Italia sia stato svilito. Di traduzioni non si vive, diventa per forza di cose un’attività parallela ad altre più o meno affini, ed è per questo motivo che prima o dopo molti abbandonano questo percorso intrapreso per passione.

  3. Grazie Eliana, è tutto molto condivisibile quello che dici. Aggiungo che io, nonostante mi sia scelta quasi sempre opere in campi di cui sono esperta, per studio (sono una storica dell’arte e una studiosa di folklore irlandese da decenni, e da una decina d’anni mi occupo di letteratura angloindiana) e interesse, mi sono spesso trovata a discutere con editor di poca esperienza sulla necessità di tradurre un termine in un certo modo, perché QUELLA è la traduzione corretta. Non è il caso di dire che i dubbi venivano da persone che nulla sapevano di quella materia….
    Per quanto mi riguarda, a parte sviste che possono capitare anche al traduttore o allo scrittore più attento, il testo lo si deve consegnare PERFETTO. Una volta sono inorridita di fronte a una tizia, che pure fa la traduttrice per una delle case editrici che si piccano di pubblicare roba all’avanguardia, la quale diceva che lei traduceva solo all’ultimo momento e di corsa, anche se non capiva tutto, perché tanto poi l’editor correggeva!
    Sconvolgente. E’ anche il fatto che c’è gente così.
    Io in verità non traduco per passione, (dato appunto il ruolo che ormai ha la traduzione letteraria in Italia) se non alcune opere storiche che ho fatto conoscere in Italia. Ho iniziato per pubblicare l’opera su cui avevo fatto la tesi, un importantissimo trattato di critica d’arte dei primi del 900, dal tedesco e poi la vita mi ha condotta anche su questa strada, ma in fondo proprio con quella disposizione di cui dicevo all’inizio: quella di far conoscere capolavori famosissimi ma da noi ignoti.
    Dato che ora questo è diventato molto difficile, e certo non ci ho mai campato, faccio quello che ho sempre fatto: scrivo. Solo che ci dedico tutto il mio tempo.
    Mi permetto di aggiungere il link a un mio recente post sull’argomento
    http://emiliashop.wordpress.com/2011/05/20/politica-editoriale-italiana-fiabe-e-leggende-sono-out/

    Comunque, nel mio blog, ci sono vari post sulla traduzione.

    Abbiamo avuto grandissimi traduttori, da Pindemonte, la cui traduzione di Omero è ancora l’unica leggibile, a Cesarotti, che ha fatto conoscere i Romantici inglesi, a Foscolo, a Leopardi, per arrivare fino a Pavese e Calvino. Grandi traduttori di classici greci e latini. Lo stesso Quasimodo che, anche se non sapeva una parola di greco, con l’aiuto della compagna, la classicista Caterina Vassalini, ha reso vivi i versi dei lirici greci.
    Il più grande traduttore di Poe è stato Baudelaire ecc.
    Ma nessuno di questi era traduttore di mestiere. Questo tipo di traduzioni non lo si fa per mestiere.
    Poi, certo, ci sono i buoni traduttori, che assommano competenze e conoscenze, oltre al mestiere.
    Ma, ogni volta che io sostengo che per essere traduttori di letteratura è necessario essere degli scrittori e per tradurre poesia si deve essere dei poeti….apriti cielo….

  4. Ma che bella discussione argomentata e animata! Care Sara e Francesca benvenute e grazie per i vostri contributi e gli approfondimenti sul tema che è così vasto e complesso da essere, credo, pressoché inesauribile. E un abbraccio alla nostra Eliana che anche in vacanza è sempre attiva e presente!

  5. Salve mi scuso se m’intrometto, sono d’accordo con quanto dici, Francesca, aggiungo che ho avuto l’occasione di leggere delle poesie in lingua originale e poi tradotte. Ebbene mi è sembrato di leggere dei versi che avevano perduto l’anima e la magia della poesia… un tecnico non può avere la sensibilità di un poeta e cogliere le sfumature della sua anima.
    Ciao alla prossima!

  6. Grazie Laura e ad Anna dico che ogni contributo alla discussione è benaccetto! Concordo con Francesca sul fatto che il traduttore debba avere preparazione sull’argomento o quanto meno lavorare a quattro mani con un esperto che possa contribuire ad una buona resa. Aggiungo che per tradurre poesia bisogna calarsi nell’animo del poeta altrimenti tutto resta tecnica, occorre dare forma e sostanza alle immagini; in alcuni casi, tradurre poesia è più complesso dell’affrontare testi tecnici. Nell’ultimo anno ho lavorato spesso su aforismi di scrittori contemporanei e non, collaborando con un appassionato e studioso (vedi il sito http://aforisticamente.wordpress.com/): si tratta di un genere letterario purtroppo a volte sottovalutato e che richiede una grande capacità di gioco lessicale… Comunque, dopo essermi documentata ed aver approfondito l’argomento, è stato molto utile il confronto con l’esperto quando non direttamente con l’autore. Un lavoro davvero entusiasmante. Tradurre è per me entusiasmante ed il processo di traduzione estremamente affascinante!

  7. Grazia a Laura, che ci ospita in questa bella discussione, grazie a Eliana, ad Anna e a Sara che mi ha indicato questo post.
    Per sdebitarmi, se vi fa piacere, posto la mia traduzione de “Il corvo”, di Edgar A. Poe.
    Poe è non solo un autore che amo svisceratamente (ne ritrovo molte caratteristiche in Calvino, anche se può sembrare bizzarro, e adoro Calvino, ma è anche un poeta sperimentatore e avventuroso quanto altri mai, che ha fondato la teoria della poesia come musica pura, poi ripresa dai poeti decadenti francesi. E’ questo il motivo per cui è molto difficile tradurla e in italiano non ci sono traduzioni delle poesie di Poe che abbiano una qualche rilevanza.
    Proprio perché mi piacciono le sfide, già molti anni fa avevo iniziato a tradurle, cercando di mantenere il più possibile sia la fedeltà al testo (cosa per me essenziale in una traduzione) che il ritmo musicale.
    Qualche anno fa, all’editore con cui allora collaboravo, (un grande nome) le mie traduzioni piacquero moltissimo e mi propose di pubblicarle. Ma pretendeva di pagarmi…..a cartella! E una tantum…Ovviamente le cartelle del testo non erano molte. Cioè, questo voleva sfruttare un’opera dell’ingegno (tale è una traduzione poetica) per far soldi alle mie spalle? Ho proposto un contratto a royalties. Dato che non l’ha accettato, non se ne fece nulla.
    Buona lettura e sarò felice delle vostre osservazioni.

    N.B. Il ritmo in italiano è pressoché lo stesso dell’originale inglese e la traduzione assolutamente fedele al testo
    ***********************

    IL CORVO
    di EDGAR ALLAN POE
    Traduzione di Francesca Diano
    (C) 2006 by Francesca Diano

    Una tetra mezzanotte, meditando, stanco e debole
    Sopra tomi antichi e strani di perdute conoscenze,
    Con il capo tentennante, quasi mezzo addormentato,
    Ecco a un tratto un lieve battito, come chi grattasse piano
    Come chi grattasse piano alla porta della stanza.
    <>, mormorai, <>

    Ah, ricordo chiaramente ch’era un tristo assai dicembre,
    E ogni brace moribonda proiettava il proprio spettro.
    Agognavo all’indomani: – vanamente avea cercato
    Di trovare nei miei libri qualche tregua alla mia pena –
    Pena per Leonore perduta –
    Per la rara e risplendente giovinetta a cui hanno dato
    Nome gli angeli Leonore –
    Che qui un nome avrà mai più.

    Ed il serico frusciare, così incerto delle tende
    Rosse mi facea tremare – mi colmava
    di fantastici terrori sempre prima sconosciuti.
    Così ora, per tacere il pulsare del mio cuore, ritto in piedi ripetevo
    <>

    E d’un tratto ebbi coraggio; cancellai l’esitazione,
    <>, dissi, <> – e qui spalancai la porta; –
    Solo buio e nulla più.

    Scrutai a lungo nella tenebra, ritto, incerto, spaventato,
    Dubitante e poi sognando sogni che prima mortale
    osò mai nemmen sognare.
    Ma il silenzio era profondo e la tenebra spietata
    Ed un’unica parola – bisbigliata – fu <>
    Questo era il mio sussurro ed un’eco mormorante
    mi rispose, <>
    Solo questo e nulla più.

    Ritornando nella stanza, la mia anima un incendio,
    Presto ancora udii bussare con più forza del passato.
    <> dissi, <>

    E l’imposta spalancai quando, un frullo e un batter d’ali,
    Entrò un Corvo maestoso, di remoti giorni sacri.
    Non mi fece riverenze; né un istante stette fermo,
    Ma s’andò a posare sopra l’architrave della porta
    come un nobile signore o milady, appollaiato
    sopra il busto di Minerva che sovrasta la mia porta.
    Fermo, immoto e nulla più.

    Poi l’uccello nero ebano fece sì che in un sorriso
    Io sciogliessi le atre angosce, col decoro grave e nobile
    del severo atteggiamento.
    <>, dissi,
    <>
    Disse il Corvo, <>

    Molto mi meravigliai nell’udir quell’uccellaccio favellare tanto chiaro,
    Pur se quella sua risposta non aveva senso alcuno
    e a sproposito veniva;
    Ché chi mai può convenire, che vivente creatura
    Mai abbia visto un tale uccello sulla porta di una stanza.
    Un uccello o altro animale sopra il busto cesellato sulla porta della stanza.
    Il cui nome è <>

    Ma, posato solitario sopra quel busto sereno, solamente disse il Corvo
    Sol quell’unica parola, come se vi riversasse
    per intero la sua anima.
    E null’altro disse ancora – e non piuma scosse o mosse –
    Finché appena bisbigliai, <>
    E l’uccello: <>

    Mi sorprese quel silenzio, rotto solo dalla replica
    così a senso pronunciata.
    <>, dissi allora, <>

    Ma quel Corvo, trasmutò le mie tristi fantasie
    nuovamente in un sorriso
    Ed allora trascinai proprio accanto a lui e alla porta
    e poi al busto una poltrona:
    Poi, affondato nel velluto, presi allora a collegare
    Fantasia e fantasticare e mi chiesi che volesse
    dire mai quell’uccello antico e infausto –
    Cosa mai quel tristo, goffo, spaventoso e infausto uccello –
    Dir volesse nel gracchiare <>

    Ciò, seduto, riflettevo, ma non sillaba volgevo
    All’uccello i cui occhi accesi mi bruciavano nel petto;
    Questo ed altro ripensavo, con la testa reclinata
    Sul velluto del cuscino che la lampada assetata riguardava avidamente,
    Ma il velluto del cuscino viola, che la lampada assetata
    riguardava avidamente
    Lei non premerà mai più!

    Poi parve addensarsi l’aria, con profumi ch’esalavano
    da invisibile incensiere
    Oscillato da alati angeli, i cui passi tintinnando
    risonavano sul marmo.
    <>, gridai allora. <>
    Disse il Corvo, <>

    <> dissi, <>
    Disse il Corvo, <>

    <> dissi, <>
    Disse il Corvo, <>

    <>
    gridai alzandomi all’impiedi –
    <<Fa’ ritorno alla tempesta ed al lido plutoniano
    della Notte!
    Non lasciare piuma nera a ricordo del mentire che hai dianzi pronunciato!
    Lascia intatto il mio silenzio! Lascia il busto sulla porta!
    Togli il becco dal mio cuore e il tuo corpo dalla porta!
    Disse il Corvo, <>

    Ed il Corvo non s’alzò; sempre posa, sempre posa
    Sopra il bianco busto pallido di Minerva sulla porta;
    E i suoi occhi hanno l’aspetto di un demonio sognatore
    E la luce della lampada che lo inonda getta l’ombra
    sua di sopra il pavimento;
    La mia anima dall’ombra che per terra aleggia immota
    non si alzerà – mai più!

    (C) RIPRODUZIONE RISERVATA

  8. Care tutte, sono felice che il tema proposto da Laura abbia suscitato tanto interesse e entusiasmo! Ringrazio Francesca per il suo “omaggio” ai lettori di questo blog. Immagino quanto lavoro, studio e passione le abbia richiesto questa traduzione… incompresa! Solo una precisazione ritengo doverosa in questo contesto. E’ vero, cara Anna, che un tecnico non ha l’animo di un poeta ed è per questo che i traduttori dovrebbero lavorare nel loro ambito di specializzazione e verso la loro lingua madre. Per quella che è stata la mia esperienza, ho incontrato traduttori di medicina, informatica, ingegneria, che avevano acquisito, con lo studio ed il lavoro, una competenza più che apprezzabile in queste discipline. Tuttavia concordo con voi che la traduzione letteraria è un settore estremamente importante e complesso. La proposta fatta a Francesca di pagarle le traduzioni a cartella la dice lunga sulla sensibilità del mercato rispetto al lavoro del traduttore. E se siamo considerati un “tassello di serie B” nel mondo dell’editoria e non solo, come ricorda Sara, lo dobbiamo soprattutto alla totale mancanza di tutela giuridica di questa professione.
    Laura, grazie ancora per avere ospitato un dibattito tanto interessante!

  9. Grazie Eliana delle belle parole e del tuo apprezzamento. In effetti le mie traduzioni di Poe sono il frutto di un lungo lavoro di studio e conoscenza, non solo della sua opera, ma della cultura del tempo. Diciamo che è questo che dovrebbe fare un traduttore letterario. In questo caso, anche conoscere il linguaggio poetico, i metri, le regole e le tecniche poetiche. Insomma, essere anche poeta. Non certo pretendere di misurarsi con giganti come Poe, ma almeno sapere quel che significa scrivere versi. Che non è andare a capo a un certo punto.
    Ho imparato negli anni a esigere rispetto per il mio lavoro e le mie competenze e preferisco non fare al fare con compromessi simili. Perché far guadagnare altri sfruttando me? Io ho una età rispettabile – ho dedicato tutta la vita alla cultura (ho anche vissuto molto intensamente!) allo studio, alla ricerca della conoscenza e alla scrittura. Sono nata in una casa la cui biblioteca contava 10.000 volumi. E dovrei lasciare che un imb….le di direttore editoriale messo lì per politica sfruttasse ciò che so fare? Non esiste proprio!

  10. Care Laura ed Eliana, vi segnalo il mio blog musashop.wordpress,com (Un’anima e tre ali), dove ho inserito il mio testo “La traduzione poetica” e molta bella poesia nella mia versione. Sono felice di essere ospite di questo blog. A presto risentirci.

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