Palestra n. 6 – Attenti allo stalker!

Bentrovati amici!

Dopo il successo della palestra precedente ero quasi decisa a rallentare per un po’, prendermi tutto il tempo necessario a riordinare il blog, sistemare alcune cosucce, rimettermi al pari coi lavori lasciati indietro. Ma, come insegna la tradizione agonistica, è cosa nota che se si rallenta con gli allenamenti si rischia di vanificare i risultati ottenuti. E quindi eccoci qui con una palestra nuova di zecca e un nuovo tema che sono davvero curiosa di vedere come svilupperete.

Il titolo non lascia dubbi: si parla di stalking. Ma cos’è esattamente? Eccovi una delle definizioni ufficiali:

Il termine “Stalking” deriva letteralmente dall’inglese “To Stalk”, ovvero fare la posta. Citando la letteratura scientifica lo Stalking è identificabile come “un insieme di comportamenti ripetuti ed intrusivi di sorveglianza, di controllo, di ricerca di contatto e comunicazione nei confronti di una vittima che risulta infastidita e/o preoccupata da tali attenzioni e comportamenti non graditi” (Pathè, Mullen 1997).
Il termine stalking, quindi, indica il comportamento di colui che minaccia o molestia qualcuno con atti ripetuti ed idonei a procurare un perdurante e grave stato di ansia e paura, nonché ad ingenerare un fondato timore per la propria incolumità, tanto da costringere la “vittima” a cambiare proprie scelte o abitudini di vita quotidiana.
Non una robetta per pivelli quindi, si parla di violenza, reati, persecuzioni, ossessioni, menti malate e persone sfortunate. Sono davvero curiosa di vedere come ve la caverete! Ovviamente non avete alcuna limitazione riguardo al punto di vista da mantenere che sia quello di vittima o del persecutore o di un esterno ai fatti . Massima libertà anche rispetto al luogo, all’ambientazione e al tipo di relazione tra i protagonisti. Insomma sbizzarritevi e tirate fuori un po’ delle vostre ossessioni ché, ne sono certa, il germe dello stalker alberga, in maniera più o meno conscia, in ognuno di noi.
Non vi tedio oltre, a seguire il breve regolamento e il mio pezzo sull’argomento!

Regolamento

Da oggi e fino al 20 Dicembre  potete postare qui le vostre palestre, come se fossero dei commenti. Non ci sono limiti di genere, tono o stile (a parte la civile decenza). La lunghezza dovrà essere compresa tra 500 e 2000 caratteri. Entro il 30 dicembre sarà proclamato il Vincitore che si conquisterà un posto d’onore nella categoria “Autori coi muscoli” che conterrà una presentazione e una breve intervista.

Non è possibile partecipare con più di un racconto e saranno eliminati coloro che sforeranno il limite di lunghezza concesso dal regolamento (a insindacabile giudizio della giuria – cioè me – lavori di particolare pregio che superano di poche battute il limite suddetto potranno essere inseriti nel gruppo dei finalisti ma non conquistarsi il primo posto)

————

Labbra

La nebbia di fumo e fiori secchi che mi avvolge quando attraverso le tende non è proprio quello che mi immagino se penso al profumo di Nicole. Eppure è l’odore del suo mondo e, adesso, anche io ne faccio parte.

Nella penombra del soggiorno inizio a collezionare i particolari di quell’universo sconosciuto. Passo un dito sulla mensola alla mia destra. Anche la polvere, qui, è preziosa. I miei occhi si fermano sul portacenere pieno di cicche. Amore non sai che fa male? Dovresti avere più cura di te, ma il pensiero sfuma presto in un altro: la bocca di Nicole, che rivive nell’alone di rossetto incrostato su quei mozziconi.

In bagno l’aria ha un sapore diverso. Muschio bianco. Ecco, è questo l’odore di Nicole. Quello che immagino abbia la sua pelle quando la stringo a me e sogno di baciarle i capelli. Sono nel luogo più intimo della sua casa: Il naos del suo tempio. Apro una a una le boccette di creme ed essenze. Un vortice di odori speziati che per me hanno un solo nome e un solo volto.

Eccolo, sulla piccola mensola di vetro il suo rossetto. Lo prendo, lo guardo, lo apro, lo annuso. Odora di cera. È questo il sapore di Nicole? Senza pensare lo passo sulle labbra. È morbido. Sì, è come darle un bacio. Un bacio di addio, anzi no un arrivederci. Lei sta per tornare e io ho pochi minuti per andar via. Ma tornerò, il suo mondo ha ancora troppi segreti da svelarmi.

Annunci

49 risposte a “Palestra n. 6 – Attenti allo stalker!

  1. Cara Laura,
    mi dispiace.
    La mia anima è a brandelli e a fatica scrivo questa ultima mail, ma quando la riceverai avrò smesso d’avere paura.
    Lo trovai due mesi fa il primo tulipano.
    Aprii la porta della camera e mi bloccai: un solitario fiore cremisi adagiato al centro del letto che annaspava nel bianco oceano di lenzuola. Lenta mi avvicinai senza toccarlo, e solo allora mi accorsi delle pallide macchie ocra che incrostavano il tessuto.
    Ero sconvolta.
    Urlando corsi per tutta la casa, in ogni stanza; ma non c’era nessuno.
    La paura avvolgeva, le orecchie fischiavano.
    Piombai a terra contro un armadio e piansi; singhiozzi e conati si susseguivano rapidi nel mio smarrimento.
    I fruscii parevano boati, il soffitto marcio pieno di buchi era una cupa notte di stelle nere e nell’orgia di caos colsi un vago puzzo d’incenso nell’aria.
    Fu il giorno dopo che il telefono squillò. Risposi, ma un tetro, profondo silenzio scrosciò per alcuni secondi. Infine un sibilo nasale mormorò: “Ti vedo”. La linea cadde.
    Da allora ho cambiato serratura tre volte e tengo le finestre sempre serrate, ma telefonate e tulipani non smettono mai, come le immonde macchie sul mio letto.
    Sono sfinita. Le mie mani tremano e la mia voce è un sussurro. L’olezzo d’incenso aumenta, il mio peso diminuisce. Ho perso 15 chili in questi due mesi, Laura.
    Anche ora sento strani fruscii che colmano il silenzio.
    Ma è tardi ormai, non ho più forza.
    Ho appena appeso la corda alla trave.
    Oddio Laura, sento qualcosa muoversi sopra di me!
    Sto fissando il soffitto rancido e dai buchi nel legno cade polvere e cenere.
    Ho paura, Laura!
    Mi sono chiusa in camera, ma qualcuno corre nelle altre stanze.
    Sento colpire la porta. E’ arrivato.
    Mi ringhia di fermarmi. E’ qui.
    Sta piangendo. E’ finita.
    La webcam registrerà fino al tuo arrivo, devo fare presto!
    Oddio Laura, la puzza d’incenso è insopportabile, non ce la faccio più!
    Ti voglio davvero bene, Laura.
    Perdonami.

    • Ciao.
      Trovo che la liricità dello stile, specie nella prima parte, non si leghi al carattere di urgenza che vuoi far risaltare soprattutto nel finale.
      Questo approccio spesso fa intuire al lettore di trovarsi di fronte a un “testo scritto” non a una “storia che sta leggendo”.
      Mi ha fatto tornare più volte sulle stesse righe anche il continuo riferimento al soffitto marcio, come se avessi voluto specificare qualcosa con quel dettaglio; ma poi non ho trovato agganci. Stessa cosa per l’incenso e per i tulipani.
      Specie in un racconto brevissimo, molti scenari rimangono aperti, in questo caso però i dettagli non si legano con un criterio immediatamente percepibile al resto della storia.

      • Grazie a tutti per i commenti. Interessante critica costruttiva da parte di Sergio, ma lasciami fare alcuni appunti: la rottura repentina del racconto da lirico a urgente è voluta. Hai ragione, perde di realismo, ma è una scelta compiuta con con cognizione di causa. Sia il soffitto marcio, sia l’incenso hanno un significato specifico non facile da intuire ma che li accomuna. Il tulipano l’ho scelto perché la leggenda narra che sia nato dal sangue di un giovane suicidatosi per una ragazza. Perfetto per sottolineare il vero, seppur ossessivo, amore.

  2. Lui mi guarda. Mi segue mi osserva mi chiama mi aspetta. Non sono mai sola. Mi brama, colleziona le mie cose.
    Il telefono non ha tregua. Quando rispondo, sperando che qualcuno mi salvi, dall’altra parte, sempre Lui.
    Sospira. Dice di amarmi, che non devo avere paura, Lui mi protegge.
    Mi sta distruggendo la vita.
    La paura e l’ansia mi divorano. Non esco, ho smesso di andare al lavoro, non dormo, non mangio. Sono debole. Sola. In trappola.
    È onnipresente. Vivo al buio, le tende tirate, le luci spente. Non guardo la televisione, non leggo, per fare queste cose ci vuole la luce. Dannata luce. L’oscurità mi protegge dai suoi occhi. Non faccio nulla, assolutamente nulla. Me ne sto seduta per ore, per terra, sul divano o sul letto con le ginocchia tra le braccia. I minuti, le ore, i giorni mi scorrono addosso. Non so come fare. Aiuto, mi sento soffocare.
    Sento la sua presenza davanti alla porta di casa. Cerca di guardare dallo spioncino ma l’ho coperto con il nastro adesivo nero. L’ho battuto sul tempo. È capace di rimanere lì per ore. Mi chiama, sussurra il mio nome.
    Detto da lui il mio nome risulta disgustoso.
    È inquietante, terribile, avere qualcuno così ossessionato da costringermi a vivere segregata nella mia casa. Sto impazzendo. Mi capita di scoppiare a piangere per la disperazione. Non voglio più vegetare in questo stato.
    Vattene, sparisci.
    Voglio uscire da qui, voglio vivere!
    Basta. Facciamola finita.
    Mi alzo. Il mio corpo si muove da solo. Non lo sento spostarsi mentre mi avvicino alla scrivania. Apro il cassetto. Estraggo la pistola.
    Ho preso il porto darmi lo scorso anno.
    Non avevo mai pensato di usarla.
    Si struscia contro la porta.
    Bastardo.
    È il desiderio di farla finita a muovermi. Giro piano la chiave nella serratura. Non scappa. È ancora lì. Afferro la maniglia e, lentamente, apro.
    Sento la sua voce schifosa: “ Finalmente ti sei decisa ad uscire. Amore mio”.
    Gli punto la pistola contro.
    Sparo.
    Un tonfo sordo.
    Odore di sangue.
    Sono libera, forse.

    • Ciao.
      Hai fatto uso della paratassi per mantenere un ritmo ansimante. Purtroppo il racconto non ha un forte elemento esotico, e il lettore legge ciò che un caso di stalking gli può già fare intuire.
      Il finale è l’unico elemento di rottura, ma ormai è troppo tardi per salvare il resto dello scritto.

      • è vero non sono riuscita a trasmettere quello che avrei voluto trasmettere e leggendo gli altri racconti me ne sono resa conto ancora di più. Secondo te che cosa avrei potuto migliorare? Te lo chiedo in modo che la prossima volta che mi ricapita una traccia simile posso fare di meglio ^_^
        Grazie per il commento!

        • Provo a risponderti, ma non sarò esauriente; te lo premetto.
          La prendo da lontano.
          Soprattutto nei racconti brevissimi ci sono due modi per riuscire: o scrivi dannatamente bene o trovi la fabula che nessuno aveva mai pensato. A volte un buon incastro può imbellettare una fabula anonima; altre, una fabula grandiosa fa perdonare una scrittura scipita.

          Veniamo a te.
          Nel tuo pezzo non c’è nulla di completamente sbagliato e *forse* in un romanzo da cinquecentomila cartelle potrebbe nascondersi anche abbastanza bene, ma in un racconto brevissimo no. Devi scegliere con cura quello che vuoi scrivere, perché l’occhio del lettore deve cibarsi di quel poco che può vedere.

          Prendo i primi capoversi del tuo racconto:
          “Lui mi guarda. Mi segue mi osserva mi chiama mi aspetta. Non sono mai sola. Mi brama, colleziona le mie cose.
          Il telefono non ha tregua. Quando rispondo, sperando che qualcuno mi salvi, dall’altra parte, sempre Lui.
          Sospira. Dice di amarmi, che non devo avere paura, Lui mi protegge.
          Mi sta distruggendo la vita.
          La paura e l’ansia mi divorano. Non esco, ho smesso di andare al lavoro, non dormo, non mangio. Sono debole. Sola. In trappola.”

          Rileggiti.
          Stai dicendo al lettore già tutto. Non glielo stai facendo scoprire attraverso gli atteggiamenti della protagonista.
          È un resoconto.
          In narrativa ci può stare ma, soprattutto se usi la prima persona, questo modo di raccontare si rivela monotono, cantilenante. Prova a immaginare il rapporto che lega lo stalker alla protagonista e poi raccontane un frammento. Non c’è bisogno di spiegare tutto; si possono lasciare anche degli spazi che il lettore può riempire con la fantasia. Per esempio, non è necessario che tu spieghi come si siano conosciuti, ma devi fare in modo che chi legge si interessi al rapporto modificatosi e alle nuove emozioni della donna.
          Cerca di riflettere un po’ di più su quello che scrivi. Lascia decantare il testo per qualche giorno e rileggilo.
          Prendi il finalissimo, per esempio. Usi frasi e immagini fatte: “tonfo sordo”, “odore di sangue”. Sicura che si sentirebbe l’odore di sangue piuttosto che quello della polvere da sparo, dopo un colpo di pistola?
          Devi cercare di essere il più “originale” possibile senza sconfinare in lirismi che allontanerebbero il lettore da ciò che sta vivendo, sempre che la liricità non sia funzionale alla storia.
          È un gioco di equilibri. Devi essere in grado di portare il lettore dove vuoi tu senza lasciargli credere di averne la presunzione.
          È una questione di rispetto reciproco.
          In ultimo: devi far parlare ciò che scrivi. Se il lettore si accorge di te come scrittore, l’incantesimo si rompe; come quando scrivi del porto d’armi preso l’anno scorso. Non è quello il momento. Il lettore capisce che lo hai messo per giustificare la presenza dell’arma… e tutto svanisce.

          • Sergio sono Salvo(jpaulverlain della WMI), sai quanto ti stimi e apprezzi i tuoi commenti sempre perfetti, gradirei un tuo commento-editing sul mio racconto:”Il capanno”.
            Ciao ti ringrazio.
            Salvo

  3. Le nuvole di Agosto mi furono compagne e a loro fui tremendamente grato tutti i giorni e tutte le notti che seguirono quel pomeriggio grigio.
    Sei tu la colpevole di questa dannata bramosia, la stessa a cui anche il cielo aveva ceduto, quel giorno. La sua bava di cane affamato osò toccarti, prima di me, goccia dopo goccia, facendosi padrona di tutto il tuo corpo e oltrepassando ogni fibra dei vestiti fino ad accarezzare il calore tuo più nascosto.
    Cercavi un riparo da quel capriccio di nuvola senza troppa agitazione. Ti muovevi sotto i balconi conservando una maledetta eleganza dei movimenti, la stessa che mi ha avvelenato i pensieri.
    Era uno dei miei soliti insulsi pomeriggi, e tornavo a casa per riprendere a scandire le ore vuote della mia vita.
    Tu non dovevi!
    Non avevi il diritto di entrarmi nell’anima, ignorandomi mentre incrociavo il tuo sguardo distratto. Ed io ci sono cascato, povero illuso, in quella tempesta di perfezione e bellezza che chissà quale fenomeno della natura ti ha dipinto addosso senza vergogna.
    Ti ho seguita, seguendo il richiamo dei tuoi passi che suonavano nelle pozzanghere le note di una partitura di grazia, affanno, dolcezza, paura. L’ho vista la seta delle tue guance che avvampava quando ti sei accorta di me e continuavi a voltarti. Sei stata brava a sfuggirmi dentro quel portone.
    Ma io sarei tornato.
    La tua finestra, i tuoi vestiti, gli occhiali scuri, il solito bar, la tua auto.
    Mi ero riempito gli occhi di te e i miei respiri non vivevano se non dei tuoi giorni.
    Strappavo un rametto dell’erica che custodivi sul davanzale al pianterreno, ogni volta che venivo a trovarti, scavalcando in penombra la cancellata. Ci dormivo nel mio letto.
    Ma come faccio adesso? Ora che con egoismo preservi la tua bellezza ed io vivo segregato in casa, braccato da uomini in divisa che misurano in metri quanto il tuo profumo debba essermi distante?

    È già Agosto.
    Piove.
    Non mi rimangono che trecento rametti secchi.
    Penserò a morire, stanotte, per non sognarti ancora.

  4. Il leone di peluche

    Diciotto anni.
    E già i suoi occhi dimostravano un profondo disagio interiore.
    Paura. Tanta paura.
    Quel suo atto di coraggio poteva costarle molto caro.
    “Denunciare?”
    Una domanda alla quale non avrebbe mai saputo rispondere.

    La sala d’aspetto era ormai deserta.
    Il cellulare squillò. L’angoscia ritornò a comprimerle la gola.
    “Chi sarà mai?”
    Osservò il display: numero sconosciuto.
    “Che fare?”
    “…E se fosse lui?”
    Si ricordò dall’ospedale.
    Della madre appena ricoverata…

    Frugò febbrilmente dentro la borsa.
    Agguantò il cellulare aprendone la comunicazione.
    “Non faccio altro che pensarti”.
    “Ancora voi?” Reagì disperatamente con la testa fra le mani.

    Un nuovo squillo. Decise stavolta di non rispondere.
    Corinne sbiancò in viso.
    La paura stava per prendere il sopravvento…

    Ancora un terzo squillo. Rispose.
    “Non potrai sfuggirmi!”
    Strinse forte i pugni cercando un qualche appiglio.
    Si ricordò del suo piccolo leone di peluche.
    Lo portava sempre con sé.
    L’abbracciò forte.

    Come per una strana alchimia…
    Il cuore le pulsò di un improvviso moto di ribellione.
    “Buongiorno, Commissario. Mi chiamo Corinne De Blanc”.
    “In cosa posso esserle utile?”
    “Devo denunciare un caso di stalking”.

    El Man

  5. Il Capo
    Sento aprire la porta, non mi volto; il cuore prende a correre. Incollo gli occhi al pc, studiando il niente. I suoi passi leggeri sono dietro di me; l’ansia invece è dentro, stringe la gola e gela i pensieri.
    Devo girarmi per rispondere al suo buongiorno smielato, non posso più fingere. Costruisco un sorriso sbilenco e qualche suono incerto, prima di tornare a fissare lo schermo. Adesso andrà nel suo ufficio, mi dico, e per un po’ starò tranquilla, fin quando non mi chiamerà con una scusa e tornerà a ripetermi che sono attraente e che mio marito è un uomo da invidiare. Allora io mi sforzerò di sorridere e la butterò sullo scherzo, anche se non lo è.
    Credevo di essere stata fortunata a trovare questo lavoro, ci avrebbe aiutati a pagare il mutuo, a metter su famiglia. E così è stato all’inizio, quando c’era l’altro direttore, poi tutto è cambiato, al lavoro e non solo. Anche mio marito ha notato gli sguardi assenti, i silenzi a tavola e a letto. È stanchezza, gli dico, và tutto bene. E invece no, è l’impotenza di non avere scelta, l’angoscia di aspettare l’alba sperando che non arrivi mai.
    Anche oggi è sorto un nuovo giorno, caldo e assolato, pieno dei suoi colori primaverili. In questo ufficio tutto sembra grigio, come la vita che mi ruba il tempo migliore.
    Trattengo il fiato e aspetto di vedere la sua sagoma sparire nella stanza accanto. Nulla. Passo una mano sulla fronte per scacciare qualcosa che non c’è; un’altra mano si posa delicata sulla mia spalla. Un brivido percorre la schiena, ho la gola secca e il sudore che scivola dalle ascelle. Sono impietrita. Ora avverto il suo respiro caldo sul collo e nell’orecchio, poi la sua bocca si stampa sulla guancia bollente. Chiudo gli occhi e prego. Un telefono suona, il suo; lo benedico, mentre con sdegno si allontana per rispondere. È andata, sospiro, e penso a stasera, a mio marito e al mutuo da pagare.
    Vado in bagno e vedo due labbra rosse disegnate sul viso: ha cambiato rossetto, e mi sbrigo a lavare quell’oltraggio.

  6. Fantastico quel finale. Grande sorpresa e ottimo racconto. Bravo Giacinto non avevo dubbi che avresti scritto qualcosa di… travolgente.
    Salvo

  7. IL CAPANNO
    Salvo Andrea Figura

    Premetto che in questo tracconto, mi sono attenuto al significato letterale del termine “stalking”, come posta, appostamento.

    Mi ero già accorta da un po’ che mi marcavano stretta, padre e figlio. Li osservavo da lontano e loro osservavano me: la mia andatura dinoccolata, la mia pelliccia che ondeggiava quando il vento tirava più forte… poi riuscivo a seminarli con dei lunghi giri e così non capivano mai dove abitassi.
    Sono stata prudente e accorta. Mi era stato insegnato che “la posta” è pericolosa “espone a dei gravissimi rischi… può succedere qualunque cosa…” e così cercavo di depistare le loro ricerche. Evitavo di lasciare tracce. Non effettuavo mai lo stesso percorso… ma quei due erano sempre laggiù, oltre quei due alberi di mandorlo a puntarmi come una preda preziosa: mi facevano la posta. Ma contro due cos’avrei potuto fare? Seppi da amiche e da persone del posto che erano padre e figlio. Li chiamavano… cacciatori, ma non sapevo di preciso cosa significasse quel nome o quel lavoro in cui tutti, dicevano, fossero bravissimi. Giorno e notte, col sole o con la luna o coi fari della macchina a perseguitare quelle come me; le più timide, le più riservate.
    Portavano appresso uno strano arnese anche quel giorno. Avevo lasciato i miei piccoli a casa, giocavano beati con le loro cose. Vidi loro due, fermi al solito posto; padre e figlio, appostati, silenziosi, immobili.
    All’improvviso un lampo, seguito subito da un botto. Un latrare di cani e qualcosa di bollente mi raggiunse al fianco. Solo allora capii il senso di tante parole ascoltate nei giorni precedenti: cacciatori, fucili, cani, capanno, posta.
    Avrei voluto piangere dal dolore. Scappai e mi rifugiai nella tana accanto ai miei piccoli coniglietti. Non so se mi troveranno quei due cacciatori. La posta ha dato il loro frutto. Dicono che in inglese si chiami stalking. Se mi trovano prima i cani sarà la fine, ma prego il Dio degli animali che risparmino me o almeno i miei figli.

    Salvo Figura

    • Molto originale, Salvo, lo stalking da un altro punto di vista. A quanto pare ci stiamo impegnando tutti per rendere la vita dura a Laura.
      Dimenticavo… grazie per gli apprezzamenti, ed anche a Michele ovviamente.

    • Sei andato all’origini del termine e hai costruito un racconto con la rivelazione a sorpresa. Mi è piaciuto.
      A parte il finalissimo.
      Da quando cominci a specificare “coniglietti”, perdi un po’ il contatto con il testo e ti sollevi dalla pagina determinando la specie animale (a mio parere, un particolare ininfluente, dato che chi racconta sa cosa è, e il lettore non sente la necessità di saperlo. Insomma, non è la specie animale che cambia il valore del racconto, anzi, non specificandola puoi lasciarlo intendere come una base grezza su cui modellare anche esperienze umane), e la precisazione del termine posta tradotto dall’inglese stalking. Questo chiarimento spezza l’atmosfera e si avverte l’intrusione dello scrittore che ha voglia di spiegare al lettore per il timore che il testo non sia compreso fino in fondo.
      La scrittura è anche rischio. Bisogna avere fiducia delle capacità del lettore.

      Alla fine, sono andato a cercare proprio il pelo nell’uovo, come vedi.
      Il racconto è saldo, è tondo e sta in piedi benissimo.

      • Sergio carissimo,
        grazie per il commentgo, soprattutto per aver confermato il mio atgroce dubbio: Stavo commettendo un Infodump… e mezzo. Considero TOTALE l’jnfodump quando faccio dire al personaggio il significato di “stalker”( e mi sarei tagliato la mano che scriveva) e mezzo quello dei coniglietti che al limite il lettore poteva percepire come specie animale ma anche come modo vezzoso di una madre nel chiamare i propri figli. L’avevo visto che stavo cadendo in… tentazione eppure i maestri di scrittura come prima regola, mi avevano sempre insegnato a considerare il lettore molto più colto e scaltro e intelligente dello scrittore, ma ci sono caduto come un “pivello”. Ho avuto il timore che non capisse e come giustamente dici tu, nella “scrittura” bisogna rischiare. Va bene ormai è andata, se potessi riscriverei quel finale ma la sorpresa verrebbe tolta.
        Grazie ancora per i tuoi preziosi consigli li terrò a mente per tutti i futuri racconti.
        Salvo

    • Direi che Sergio ha segnalato già i due punti che possono sollevare qualche dubbio: personalmente non avverto più di tanto il problema per quel che riguarda i “piccoli coniglietti” perchè sono portata a interpretarlo come un vezzeggiativo che si usa spesso per i bambini piccoli. Per il resto un bel racconto, con un’interpretazione veramente originale del tema.

      • Grazie di cuore laura,
        ne approfitto per dire a tutto il BLOG che sono diventato nonno… della piccola Miryam, nata la notte del 6 alle 4,37.
        Un abbraccio circolare.
        Salvo

  8. SI VEDE DAL MATTINO

    Cammino per il parco e dico buongiorno a chi incontro. Di solito sono anime sole, rannicchiate. Si capisce che hanno timore di incontrare qualcuno. Camminano guardinghe, spaventate ancor prima di conoscere ciò di cui aver paura.
    Allora io dico buongiorno.
    E loro s’incurvano e rispondono ‘rno, oppure bugiorno, masticando le sillabe.
    Le persone hanno paura.
    Ho scelto Barbara proprio perché lei non ne ha e perché i suoi buongiorno riempivano la cucina mentre mettevo su il caffè. Glieli facevo ripetere, e a lei piaceva. Si sedeva e mi picchiettava delicatamente con quella parola, perché alla fine, quando arrivavo con le tazzine era diventata un sussurro, con le consonanti che muovevano appena labbra e lingua e le vocali atone, un po’ arrochite. Allora mi avvicinavo e le parlavo della lezione di filosofia che avrei tenuto quel giorno, guardandole tutto il viso, ogni particolare.
    Barbara non è desiderio. Il desiderio è qualcosa di ragionato ma non ancora raggiunto. Barbara invece è pulsione. Non è premeditata. È un ribollire improvviso della libido. Non è uno schizzo, perché la senti dentro. Sai che l’hai ma non sai quando si manifesterà. È il voglio prima di essere controllato dalla mente e trasformato in non posso.
    Facemmo l’amore il giorno in cui le dissi quelle parole, sul tavolo. Tra le briciole e le tazze.
    Poi se n’è andata, perché lei è una che non ha paura di dirti che la filosofia non le interessa più, che è stanca senza spiegare di cosa, che si annoia di ripetere la stessa vita. Così, ha smesso di dire buongiorno.
    Sono cose che possono succedere. Non sono uno di quei matti che non se ne fanno una ragione. Ma i buongiorno che sento dalla persone mentre cammino non sono quelli di Barbara. Vale davvero la pena la mattina attraversare il parco e citofonare al suo portone, prima di andare in facoltà.
    All’inizio Barbara mi diceva brutte cose. Ora invece solleva la cornetta e sta zitta. Respira. E a me sembra come quando finiva di sussurrare, in cucina. Prima di fare l’amore.

  9. Boh… stranamente e da solo è apparso benissimo. Mi spiace ma la prima volta appariva in quel modo. Reitero il mio giudizio sulla bontà del racconto e dello stile. Sergio è sempre una garanzia.
    Salvo

  10. S.P.M.

    “Per SILVIA , s.p.m.”, segue indirizzo, CAP etc…, Un plico come tanti altri, lo aprirò stasera, adesso è tardi. La riunione con la troupe, colazione di lavoro alle 12:00…Poi le prove tutto il pomeriggio, alle 18:00 da Antony: mani, piedi, massaggio. Mi infilo sul taxi, l’indiano alla guida mi fissa: “Agli studi televisivi, presto!”. La mia vita è tutta di corsa, non ho neanche il tempo di pensare al mio tempo, da quando tutti mi cercano, produttori, scrittori, giornalisti, mi sento continuamente derubata, spogliata…E questo mi piace – e ci gioco anche un po’. Il taxista sbircia dallo specchietto mentre mi do una ripassata al trucco e penso alla cena con Erick questa sera al Vouge, adoro le loro ostriche!
    La giornata passa in un lampo, tutto come previsto: flash, complimenti di qua e di là, fiori, e ancora flash. La sera, al salone mi rilasso sotto le mani sapienti di Antony, il mio massaggiatore e confidente preferito…Anche la cena è splendida, Erick è sempre elegantissimo; dopo cena non si è concluso niente, lui doveva partire all’alba, mi ha riaccompagnato al mio appartamento e, assicuratosi che fossi dentro il portone, mi ha sussurrato: “A bientot, ma cherie…”.
    Rientro in casa, mi libero dei tacchi a spillo con un calcio e affondo sul divano…c’è ancora il tempo per un po’ di tv, intanto scorro la posta: biglietti d’invito, pubblicità, bollette inutili, e quel plico. Indirizzo scritto a mano, indiscutibile calligrafia maschile, niente mittente. Lo apro distrattamente, contiene…Oh mio Dio, contiene svariati pezzetti di carta stracciata (ma è la mia calligrafia, questa!), qualche mozzicone di sigaretta con del rossetto sopra, un chewing-gum usato, una bustina per assorbenti (quelli che uso io)…Svuoto tutto sul tavolino, questa è roba mia, cioè credo, ma è roba gettata nella spazzatura…rovisto un po’, disgustata, c’è un gomitolo di capelli (miei), polvere (mia?), bucce di mela marce ed un bigliettino rosso:”Adoro tutto di te…a presto!”. Di colpo ho freddo.

  11. Bello. Veloce il ritmo e ben strutturato. Unico “appunto”, piccolo:
    ” indiscutibile calligrafia maschile”. Dichiari una certezza troppo… certa; avrei messo un dubitativo oppure omesso del tutto, che fosse maschile.
    Ma ripeto è una cosa da poco.
    Salvo

  12. LA PRIGIONIERA
    Era così bella e così sola e lui avrebbe saputo come trattarla: non l’avrebbe lasciata reclusa in casa tutto il giorno, l’avrebbe riempita di regali e di attenzioni e lei sarebbe stata felice. Ma l’unica cosa che poteva fare era guardarla: lo faceva per tutto il giorno, mentre l’altro era fuori. A volte riusciva a intravedere i lunghi capelli biondi e sapeva che lei era dietro alle finestre, sola e triste.
    Aveva cominciato a fotografarla, ma era riuscito solo a rubare pochi scatti sfocati dietro i vetri. Poi le aveva mandato dei fiori, era sicuro che le rose le piacessero: l’altro, quando li aveva trovati sulla porta, era rimasto interdetto. Non aveva osato mettere un biglietto, sarebbe stato troppo pericoloso per lei.
    Con il tempo si era fatto più audace e aveva suonato alla sua porta: ma lei non gli aveva aperto, nemmeno quando lui l’aveva chiamata e allora aveva capito che l’altro la teneva imprigionata, la usava solo per il suo piacere e poi la buttava come un giocattolo abbandonato. Allora aveva deciso di agire.

    Sembrava una questione semplice: una finestra sfondata, un probabile tentativo di furto e un colpevole colto sul fatto; ma quando il presunto colpevole si era messo a farneticare di una donna tenuta prigioniera, la questione si era complicata e il magistrato aveva ordinato un’ispezione accurata per fugare ogni dubbio.
    Finalmente i suoi uomini erano rientrati: ma perché quei cretini ridacchiavano?
    – Dottore, abbiamo trovato la donna imprigionata, guardi qui che pezzo di figliola!
    Al commissario era venuto un mezzo infarto quando i due agenti avevano aperto un grosso sacco nero e ne avevano rovesciato il contenuto sul pavimento: minchia, una donna morta e fatta a pezzi!
    Poi, quando aveva guardato meglio, il suo cuore aveva ripreso a battere normalmente e aveva mandato a quel paese quei due che continuavano a ridere come pazzi. Certo che le facevano proprio uguali alle donne quelle bambole gonfiabili.

    • FREGATO IN PIENO…! Col tuo finale. Molto molto carino, anzi direi bello. Forse un paio di passaggi da rivedere( un po’ lunghi o con aggettivi “scontati”) ma roba di pochissimo davvero.
      Complimenti; colpito e… affondato.
      Salvo

      • Grazie Salvo, sono contenta che l’effetto sorpresa del finale ti sembri riuscito. Per quel che riguarda i periodi lunghi, sono la mia croce (retaggio di troppo latino al liceo classico), spesso i miei pezzi hanno bisogno di interventi che diano un minimo di respiro al lettore.

        • Eh, il latino( e il greco) ha fregato anche me molte volte. Poi dopo i brevissimi della WMI ho iniziato e imparato a tagliare “like a butcher” e adesso ci casco meno. Ma la tentazione è forte.
          Buona serata.
          Salvo

  13. Inizia una nuova giornata. Mi alzo, guardo fuori dalla finestra, c’è la nebbia. Vado in bagno, scendo per colazione e poi entro nel mio piccolo studio. Le foto che ricoprono le pareti mi guardano, mi chiamano e inizio a pensare a lei.
    Ieri sera mi ero ripromesso che non avrei più pensato a lei, ma è troppo doloroso. È difficile, è troppo bella.
    Dal cassetto della scrivania prendo una sciarpa, la sua sciarpa, quella che qualche giorno fa pensa di aver dimenticato in metropolitana. In realtà sono stato io a prenderla, era lì appoggiata al sedile e lei dormiva. Si sente ancora il suo profumo.
    Decido di uscire. Le mie gambe mi conducono fino al suo quartiere, intanto i miei pensieri sono altrove. Quante ore felici avremmo potuto trascorrere insieme. Quanti momenti di pura gioia.
    Lei è mia.
    Me ne sto lì al freddo ad aspettare che esca. Eccola finalmente. Com’è bella, solo vederla mi eccita.
    La desidero.
    Attraverso la strada, scavalco con cautela il cancello ed entro nel giardino. Vado sul retro. Guardo all’interno tra i buchi degli avvolgibili. La fortuna mi assiste. Ha lasciato una finestra aperta, devo solo riuscire a sollevare la tapparella e il gioco è fatto.
    Sono dentro, nel tempio del mio desiderio. Ora i pensieri non mi logorano più.
    Mi metto a frugare tra le sue cose, tutto mi ricorda lei. Mi siedo sul suo divano, entro in cucina e bevo dal bicchiere che trovo nel lavandino, c’è ancora il segno delle sue labbra. Entro in bagno. Il bagno è ancora umido, avrà fatto la doccia prima di uscire. Sento anch’io il bisogno di una doccia calda, mi lavo usando il suo bagnoschiuma e poi mi asciugo avvolgendomi nel suo accappatoio.
    Mi rivesto ed entro in camera da letto, entro nel suo letto ancora disfatto. Non si sente più il suo calore, ma si sente il suo profumo. Apro l’armadio e tolgo i suoi vestiti, li tocco. Sembra di toccare lei.
    Non riesco più a fare a meno di lei. Fra poco tornerà a casa.
    Cerco un posto dove nascondermi.
    La aspetto.
    Lei è mia.

  14. Ennesimo sollecito al gestore telefonico. Una voce asettica da call center si concede all’ascolto delle mie disperate proteste.
    Mi sono informata. Ho il diritto di sapere chi mi importuna al cellulare, giorno e notte. La sua privacy non può più essere tutelata se lede la mia.

    Certo, è stata aperta una pratica a suo nome. Entro due giorni le saranno resi visibili tutti i numeri chiamanti. Il servizio sarà attivo per venti giorni e potrà individuare tra le telefonate in entrata il numero che la molesta.

    Ho prodotto regolare istanza più di un mese fa, inoltrato ripetuti solleciti ma continuano a arrivarmi decine di telefonate da “numero sconosciuto”.

    Signora, l’iter è complesso, l’autorizzazione deve partire da Roma…

    Come è comprensivo questo operatore. Intanto, distrutta dallo stress, mi trasferisco nella casa al mare, dove nessuno può trovarmi. Spero.
    L’ultima telefonata anonima mi raggiunge in spiaggia. Chiamo il servizio clienti: ormai avrò parlato con tutti gli operatori d’Italia. Mi informano che il servizio richiesto è attivo sulla mia linea.

    Esulto. Ho vinto io. Ti prendo, verme! Chiedo conferma a un altro operatore.

    No, signora, mi dispiace. Le garantisco che entro un paio di giorni…

    Mi assecondano come se fossi matta. Guardo sconsolata il mare al tramonto mentre cerco di immaginare il volto del maniaco. Se lo avessi tra le mani!
    Squilla il telefono. Riconosco la sua voce odiosa. Non ci credo: leggo il numero sul display! Lo richiamo in preda a un’ira incontenibile:

    So chi sei, vigliacco! Non chiamarmi più che ti denuncio, bastardo!

    E’ lui a riattaccare per primo. Il telefono suona ancora.

    Buonasera, sono la dott. XYZ e chiamo dalla Direzione Centrale della XXX. La informo che la sua linea è sotto controllo.

    Grazie infinite! Ho già rintracciato il numero molesto!

    La donna insiste, seria.

    Autorizzo personalmente questa procedura solo in casi particolari. La invito a fare molta attenzione: dal controllo dei suoi tabulati risulta che il molestatore non è uno solo.

  15. Salvatore D’Antoni

    L’uomo che non Esiste

    Io non l’ho mai saputa la verità, nessuno me l’ha mai detta, la vita l’ho sempre vista da dietro un vetro e nessuno mi ha mai spiegato nulla, ho represso i miei istinti dentro questa gabbia.
    Mia madre vive al piano di sotto e io nella mia cameretta con i miei giocattoli, non cambia niente da trenta anni, da quando papà è andato via. non ho un lavoro, non ho parole, ho i miei giocattoli ancora confezionati i miei soldatini nei cassetti e le pareti piene di poster di gente che ormai è tutta morta.
    Il mio computer mi serve per comunicare con il mondo, la mamma, quel mostro di 300 chili non vuole che io esca da casa. Non vuole, perché ha paura che io non torni più come ha fatto papà e io sto invecchiando nella stanza di un bambino. con un pigiama di flanella le pantofole di Willy il Coyote e la fronte più alta che si sia mai vista in un bambino di tredici anni.
    Navigando sul mio computer ingiallito ho scoperto un sito dove si chatta con le webcam, io ho detto che la webcam è rotta e mi sono inventato una nuova identità. È bello inventarsi, è tragico rendersi conto di averne bisogno. non ho il mio nome ne ho scelto un altro, non ho il mio corpo ne ho uno nuovo e non penso con la mia testa, fortunatamente ho visto tanti film non è difficile per me diventare un eroe senza macchia che parla per citazioni e frasi fighe che trovo grazie a Google.
    Su questo sito ho conosciuto Ambra, parliamo per tutta la notte, lei mi trova interessante, io credo di amarla o credo di volerlo fare. Lei mi parla e mi dice che sono bello o lo dice alla foto di mio cugino che ho messo sul sito. Ma non importa io per lei sono bello, perché sono io che digito sulla tastiera, anche se in fondo non sono io quello che parla.
    Mi piacerebbe frustarla e fare sesso con lei, qui dentro con i miei giocattoli che ci guardano.
    Contorcermi come si fa nei film però senza pantofole di Willy il coyote, senza vergogna stringerla e respirarla amarla e vorrei che lei mi amasse.
    Dopo un po’ di parole false su internet le chiesto di vederci, lei ha accettato, vuole vedere questa persona che ho creato, e che ha il volto di mio cugino.
    L’appuntamento è su un ponte , questa notte a mezzanotte. mi vesto mi sta tutto un po’ stretto era una vita che non mi toglievo il pigiama.
    Mi metto i pantaloni marroni, le scarpe marroni, il mio maglione bordeaux e la camicia gialla, mi metto una giacca leggera Beige, e un cappello perché fa freddo e poi la mamma si arrabbia anche se sto scappando dalla finestra,lei è piantata sul divano con il suo vestito a fiori, una volta era bella la mia mamma. Ma è successo tanto tempo fa.
    Cammino verso il ponte, ho il cuore colmo di gioia, è questo l’amore si ne sono sicuro, è questo l’amore e lei mi amerà non appena mi vedrà, le spiegherò che sono troppo timido e poi mi amerà. Si andrà cosi.
    Arrivo sul ponte, non c’è nessuno oltre ad una figura esile e piccola. Ha una giacca di pelle e i capelli rossi è giovane ma non troppo giovane, è bellissima ha le mani piene di anelli di argento, mi avvicino piano sorridendole, sembra che lei abbia paura indietreggia, ha gli occhi spaventati, è normale sono l’uomo della sua vita, le sto per dire che la amo.
    Ma quando la vedo non ho il coraggio di farlo, e le passo vicino e faccio come se non ci fossi, inventerò una scusa quando le parlerò attraverso il mio computer, inventerò una scusa, come me ne sono già inventate tante.
    Io sono l’uomo che non esiste, io sono un uomo che non esiste. Mi appoggio dietro una colonna e ogni tanto guardo nella sua direzione, lei fuma nervosamente una sigaretta dopo l’altra sembra agitata, muove il piede sinistro e lo batte e lo ribatte sul terreno. E io rimango dietro la colonna come un ombra, come la mia ombra che non esiste, ma a volte è quasi più presente di me.
    Decido di seguirla come farebbe un ombra, decido di scoprire dove vive per tornarci quando avrò il coraggio di dirle tutto quanto, la seguo a distanza e in silenzio sembra un film ma non riesco a capire se io sono il buono o il cattivo.
    Sono riuscito a trovare il suo numero di telefono, sono riuscito a telefonarle ma durante la telefonata ho solo respirato forte, anche lei respirava ma non poi così forte.
    Oggi ho capito di amarla, l’ho capito mentre l’ho vista uscire da casa io ero seduto al tavolino di un bar l’ho seguita fino ad una casa, l’ho vista citofonare e salire non so cosa sia andata a fare in quell’appartamento, forse mi tradisce, anzi sicuramente mi tradisce, ma in chat è cosi gentile, è cosi disponibile, si è dispiaciuta che l’altro me non sia andata all’appuntamento sul ponte, è diventato sempre più difficile reggere l’altro me. Mi è troppo superiore, l’altro me che mi sono inventato è una persona meravigliosa, a volte lo odio l’altro me, poi mi ricordo che non esiste e che esisto io solo io, solo tragicamente io.
    Ambra ride sempre di meno, si gira a guardarmi mentre la seguo e faccio l’indifferente, ha gli occhi annacquati e tristi, ogni giorno le mando un fiore ma lei sembra non gradire, forse è allergica, il fiore rimane sullo zerbino del suo appartamento.
    Ieri l’ho seguita fino al negozio di dischi, un posto bello e rumoroso, pieno di gente, lei guardava dei dischi in vinile sembrava agitata, questa volta mi sono avvicinato tantissimo a lei tanto da poterla toccare, avevo in mano un giglio bianco, ma lei si è girata di scatto mi ha colpito allo stomaco e mi ha urlato di lasciarla stare, un urlo disperato, me lo ha urlato mentre piangeva.
    Oh è stato imbarazzante tutti dentro al negozio di dischi mi hanno guardato male, ma io non so perché, io non capisco, l’ho vista allontanarsi di corsa mentre avevo la vista annebbiata.
    Non mi parla più in chat forse ha capito.
    Stasera andrò a casa sua e le dirò che la amo, l’ho anche detto a mia madre lei mi ha dato dello stupido.
    Mi preparo per bene, mi vesto bene, per dirlo che la amo sono felice andrà tutto bene, ha pianto di felicità lo so, ne sono sicuro.
    Mi siedo al solito bar, puzzo di acqua di colonia scadente, la vedo passare, mi guarda e il suo sguardo è sempre più impaurito ma non capisco perché vorrei chiederglielo, vorrei chiederle perché non accetta i fiori e perché mi ha colpito vorrei chiederglielo e lo farò. Lo farò stasera.
    Mia madre mi ha telefonato io non le ho risposto.
    Aspetto che si faccia tardi il bar ha già chiuso, entrerò dalla sua finestra, come farebbe un cavaliere,come ho visto nei film. lei dorme è bellissima, l’aria nella sua stanza ha un profumo buonissimo. La respiro fino in fondo, dorme con una mano sulla guancia, proprio come l’ho sempre sognata.
    Mi siedo sopra di lei, e le spingo il cuscino sulla faccia lo spingo forte mentre le dico di non avere paura, che io la amo che sono li per dirglielo per amarla e stare con lei, magari farla felice. lei si agita per un po’ e poi si lascia andare finalmente ha capito di amarmi le tolgo il cuscino dal volto e vado in bagno a lavarmi, voglio che la nostra prima notte sia perfetta, torno in camera ma lei non c’è.
    Mi guardo attorno, non capisco, improvvisamente la vedo con lo sguardo disperato e furente scagliarsi contro di me con in mano un coltello, me lo pianta nel petto con un rabbia incredibile, me lo spinge fino in fondo al petto, e mi brucia, ho paura del sangue, ho paura del sangue . . . chiamate mia madre.

  16. E io che pensavo che fare un regolamento breve breve avrebbe risolto il problema “autori-sbadati-che-non-leggono-i-bandi”! Prova ad accorciare, oppure riscrivere, deve stare sui 2500!

    • il regolamento era chiaro sono io che ho sbagliato ad inviare il racconto scusatemi puoi eliminarlo se vuoi, non ci sono problemi

  17. Ho marcato ogni angolo, stanza, mobile, ripiano, oggetto, cassetto, abito, libro e ricordo.
    Sono dappertutto: dall’ingresso agli scaffali del ripostiglio, dal letto al cassetto della biancheria, dal cesto dei trucchi alla scatola delle foto. Dei diari non mi hai mai parlato, ma non sono una sorpresa: mi confermano solo che di te so già tutto.
    Ora sono parte di questa casa che ho sempre sentito anche mia, benché tu non fossi dello stesso avviso; per te ognuno i propri àmbiti, amici, impegni.
    Per te “stare insieme” è condividere uno spazio nel medesimo tempo; per me vuol dire essere un’unica cosa, nello spazio e nel tempo.
    “…e non potrà né scrivere né telefonare, né contattarla, e dovrà mantenere una distanza di almeno cinquecento metri dalla casa, dal luogo di lavoro, e da ogni altro luogo che ragionevolmente potrebbe frequentare”.
    Arida, amorfa e rancorosa, la vecchia befana mi squadrava dalla cattedra di giudice, con quell’aria ridicolmente severa.
    Ma credeva veramente che un’ordinanza potesse cambiare la realtà?
    Noi siamo uniti per sempre: tu sei da tempo l’unica parte di me che non potrei in nessun modo strappare via, ed ora, stai certa, così sarà anche per te.
    Non lo accetti, non lo capisci, vero? Ora lo capirai: io sono qui e ti aspetto, e sarà me che avrai davanti agli occhi per quanto ti resterà da vivere, fino all’ultimo respiro. Capirai che “per sempre” può essere un’intera vita o un solo istante, non ha importanza, perché non è una quantità di tempo ma una direzione: da qui non si torna più indietro.
    Potrai vendere o gettare, lavare o ridipingere, le cose, i mobili, le pareti, ma non potrai dimenticare, resterai comunque intrisa di me, come lo è di sangue la tastiera del p.c.
    Ho dovuto riempirmi di morfina per spargermi a pezzi in tutte le stanze, e così mi troverai tornando: non dimenticherai, e non sarai libera, mai.
    Pochi minuti per l’ultima lettera. “Ma quanto scrivi!” dicevi, ricordi? Beh, di questa non lamentarti: non sono che duemila battute.
    Spazi compresi.

  18. Amore mio!
    Ti prego, non cancellare la mail! Aspetta un momento. Prima finisci di leggere.
    Lo so che non mi sono comportato bene con te. La faccenda delle rose recapitate quando eri in ospedale, tu che pensavi fossero di tuo marito, e invece no…
    Lo so, lo so. Se eri costretta in un letto d’ospedale è solo colpa mia. Ma ti giuro, devi credermi, non volevo investirti quel giorno, davanti al mercato. Solo che non ti vedevo più, ti eri confusa tra i banchi della frutta e io con il motorino ho accelerato e svoltato l’angolo… come potevo pensare che proprio in quel momento attraversassi? D’accordo, c’erano le strisce… ma ti prego, ti prego di capire… è stato un incidente!
    E lo so, credimi, lo so che non mi sono comportato bene quel giorno, in piscina, mentre eri sotto la doccia, che quello era lo spogliatoio delle donne e io, insomma, io non potevo entrare. Ma dovevo consegnarti quella lettera, quella in cui ti svelavo i miei sentimenti così a lungo repressi… e non immaginavo, credimi, che fossi lì nuda nella doccia!
    Hai ragione, so cosa stai pensando, che dovresti inviare questa mail dritta nello spam. Lo so, cosa credi! Ma lasciami spiegare, ti scongiuro. Non posso vivere col pensiero che tu mi creda capace di cose orribili, nei tuoi confronti poi!
    Non sono stato io a schiacciare il tuo cagnolino quella sera, quando ti è scappato al parco. Questo devi riconoscerlo. Sì… lo so. Era mia la cagna che lui ha inseguito, ma non mi ero accorto che fosse in calore e poi… ero convinto che il tuo Black fosse castrato!
    Ascoltami, ti prego… solo un’ultima volta. Ti ho sempre amata, fin dal primo momento che ti ho vista, fin da quando sei entrata in quella vasca termale durante quel weekend a Ischia. Sì, io sono un valdostano, il fatto che ti abbia seguita fino a Palermo, dove vivi, ti ha spaventato, ma non devi pensare male. La casa che ho affittato non mi costa molto e da quando ho lasciato il mio lavoro di manutentore idraulico ho moltissimo tempo libero da dedicarti. Non ti lascerò, amore mio. Non ti lascerò mai. Ecco, questo volevo dirti. Su di me potrai sempre contare!
    Non è forse vero che hai chiamato un idraulico perché la tua vasca da bagno è rotta e tuo marito, che è via per lavoro, non può sistemarla?
    Sì, lo hai fatto.
    Presto sarò lì da te amore mio. Forse a quest’ora avrai già sentito il suono del campanello.
    Sono io, amore della mia vita. Aprimi!

  19. Vi meravigliate ancora di quello che faccio?

    Spesso provo il forte desiderio di voler viaggiare nella mia mente.
    Affittare un’automobilina o, magari un jet.
    Mi piacerebbe muovermi fra le ossa del mio corpo. Fra i muscoli. Capirne i meccanismi.
    Non mi sono mai chiesto perché faccio quel che faccio.
    Se mi guardo allo specchio, non mi vien da chiedermi:
    “Ehi ciao Mario, perché lo fai?”
    L’unica cosa che mi verrebbe da fare e sputare forte contro la mia immagine riflessa.
    Sì, mi faccio schifo.
    Dopo però, mi blocco.
    La mia mente mi suggerisce che in questo mondo tutti se ne infischiano di tutti.
    Allora, quasi mi piaccio.
    Non sono mica tanto diverso da voi che state leggendo.
    Nella mia vita ho commesso numerosi crimini, lo ammetto.
    Ho commesso tante, tantissime violenze a danno di donne, bambini e uomini.
    Sì, sono una mente perversa.
    Non vi nascondo che non mi crucciano per niente le urla delle mie vittime.
    La cosa che adoro di più è confrontare le diverse temperature del corpo e del sangue.
    Eh sì.
    Il corpo è freddo a causa della paura.
    Ma se fuoriesce del sangue, quello è caldo, veloce.
    Vi faccio paura, vero? Non mi frega.
    Posso farvi schifo quanto vi pare. Non mi frega.
    Credete di saper tutto, di poter giudicare. GIUDICARE. Chi cazzo siete voi per farlo?
    Qualcuno di voi si è mai preoccupato di aiutarmi? No, che vi frega.
    Ebbene, vi racconto un lurido ricordo della mia infanzia. Forse l’unico.
    Mia madre è morta dopo aver subito le solite violenze da parte di quel porco di mio padre.
    Io son sempre stato lì, ad osservare.
    Ero piccolo e nessuno si è mai preoccupato di mandarmi via.
    Dopo la morte di mia madre, la vittima di mio padre sono diventato io.
    Pensate, a soli dieci anni, subivo le violenze da parte di un altro uomo.
    Adesso, rispondete a questa mia unica domanda:
    “Vi meravigliate ancora di quello che faccio?”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...