Palestra numero 7 – Qualcosa di dantesco!

Le avete attese, me le avete chieste ed ecco che le palestre ritornano! E mica con un tema preso a caso o messo lì tanto per fare, perché stavolta si parla del sommissimo padre della nostra cultura: Dante Alighieri. No, no tranquilli, non vi chiederò di rimettervi sui libri del Liceo o di risalire a lontanissime reminiscenze scolastiche, mai come oggi dovrete essere creativi per inventare qualcosa in cui Dante c’entri ma in una luce nuova.

Illustrazione di Simone Gori
http://simonegori.blogspot.it

E qui vi tocca iniziare a mettere in moto il cervello e le penne perché dovrete inventarvi una nuova storia o prospettiva legate al sommo poeta e ai suoi personaggi. Che vogliate trasformarlo in un investigatore, un guerriero, nel vostro amico immaginario, in un gatto, un cane o magari fornirmi una rilettura di una delle sue avventure o delle vicende che narra nella sua Commedia, tutto è lecito, tutto vi è concesso, scegliete voi tema, genere, prospettiva, fatene un protagonista o un personaggio marginale o magari solo un sentore che aleggia sull’intera storia… so che non è semplice ma sono certa che riuscirete a stupirmi come spesso avete fatto nelle palestre precedenti. E se state pensando che io sia impazzita la risposta è no! Semplicemente questa palestra la voglio dedicare a una delle “cose” che mi ha impegnata nella mia lunga assenza. la pubblicazione col marchio Nero Press del libro Exilium – L’Inferno di Dante di Kim Paffenroth. In attesa di parlarvene in maniera più approfondita trovate qui un po’ di informazioni. Ma adesso torniamo a noi!

Come da tradizione introduco la palestra con un mio pezzo. In verità si tratta di una versione ridotta (che fatica dover tagliare!) del pezzo su Paolo e Francesca che ho realizzato per il numero di Knife uscito a giugno che faceva da traino a libro e conteneva uno speciale su Dante e l’inferno. Vi consiglio quindi di trovare 5 minuti per scaricarlo e leggere la versione integrale.

In questa palestra c’è anche un’altra novità! Oltre alla consueta fascia di Autore coi muscoli e all’intervista qui sul blog, il vincitore si aggiudicherà una delle sei esclusivissime copie di Exilium autografata dall’autore!

Vi aspetto numerosi e sono curiosissima di vedere cosa riuscirete a inventarvi!

Regolamento

Da oggi e fino al 31 Ottobre  potete postare qui le vostre palestre, come se fossero dei commenti. Non ci sono limiti di genere, tono o stile (a parte la civile decenza). La lunghezza dovrà essere compresa tra 500 e 2500 caratteri. Entro il 15 Novembre sarà proclamato il vincitore che si conquisterà un posto d’onore nella categoria “Autori coi muscoli” che conterrà una presentazione e una breve intervista. Solo epr questa edizione in palio ci sarà anche una copia del libro Exilium – L’Inferno di Dante di Kim Paffenroth, edito da Nero Press.

Non è possibile partecipare con più di un racconto e saranno eliminati coloro che sforeranno il limite di lunghezza concesso dal regolamento (a insindacabile giudizio della giuria – cioè me – lavori di particolare pregio che superano di poche battute il limite suddetto potranno essere inseriti nel gruppo dei finalisti ma non conquistarsi il primo posto).

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Colombe di polvere
(liberamente ispirato alle vicende di Paolo e Francesca)

Una cenere sottile, bianca e profumata danza in vortici che la trascinano sempre più lontano. Candide colombe si disperdono nell’oblio, rapite in una tempesta che le condurrà nel cielo per un tempo infinito. Colombe che tornano polvere, sparendo oltre l’orizzonte.

«È in casa Gianni?»
«No, è di nuovo in viaggio»
«Sai che piove e mi sto bagnando?»
«Sali scemo»
«Come mai da queste parti?» lo incalza subito dopo averlo accolto.
Lui tentenna, prima di rispondere senza troppa convinzione.
«Ero al bar all’angolo per un aperitivo, poi è scoppiato il diluvio e ci hanno sfollati».

Quella scena si ripeteva da mesi, con piccole varianti. Una volta era l’aperitivo sfumato, un’altra la macchina in panne o ancora un fantomatico pacco lasciato da Gianni per il fratello. Poi le scuse erano finite ma Paolo, suo cognato, non aveva smesso di frequentare quella casa. Il sottointeso era chiaro a entrambi. Gianni voleva qualcuno di fidato che controllasse la giovane moglie quando lui era fuori per questioni di affari. A lei la cosa, lungi dal risultare fastidiosa, non dispiaceva. Rientrava appieno in quell’insieme di attenzioni coniugali che la facevano sentire amata.

«Stasera fanno un film bellissimo!»
«Una delle tue solite commedie cretine?»
«No, no, vedrai è un film serio!»

Non l’avesse mai detto, o fatto, o anche solo pensato.
Galeotto, galeotto il film e ciò che venne dopo.

 La chiave nella toppa cala come una mannaia sull’ennesimo orgasmo. Una pallottola la colpisce alla spalla destra. Una fitta di fuoco che l’attraversa da parte a parte ma ne lascia lucida la mente. Non è lo stesso per Paolo. Il proiettile gli passa il cranio tra l’occhio e l’orecchio, alla donna non resta che un urlo soffocato mentre l’ultimo colpo le accarezza i seni fino a piantarsi nel cuore.
Gianni va avanti così fino a esaurire tutti i proiettili. Poi sparge di alcool, fiamme e fuoco i due corpi, l’unico modo per sanare ogni brandello di quell’amore indecente.

Sono le 5 del mattino quando arriva alla casa in montagna, lì dove ha consumato la sua voce a urlare dietro le spericolatezze del fratello. Una scimmia che saltava tra gli alberi mentre lui storpio e goffo arrancava per stargli dietro. Barcollando come allora raggiunge il punto più alto dell’altura. Davanti a lui solo il precipizio e l’alba sanguigna di un nuovo giorno. Allunga una mano sull’abisso e lascia scivolare nel nulla un cumulo di polvere.

«Andate all’inferno» dice Gianni spargendo nel vento ciò che resta dei due.

 

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26 risposte a “Palestra numero 7 – Qualcosa di dantesco!

  1. Bellissima rivisitazione! Complimenti! Solo ” dall’ alto dell’ altura” è da correggere.
    Bravissima
    Salvo

  2. Non è un peccato da girone dantesco(tanto per stare in tema) ma elegantissima non è come assonanza. Chamiamola più ridondanza. Ma ripeto è un’inezia. E’ che le noto subito.
    Salvo

  3. Ecco il mio contributo; si chiama:
    MADONNA, BEATRICE!
    Madonna, Beatrice!
    Salvo Figura

    Madonna, Beatrice, quanto rompi! Sì lo so, avrei dovuto scriverla io e invece l’ha fatto lui. E’ bravo, lo so, è bravo con la metrica e con le scro… (Maremma che stavo pe’ dire) con le strofe. E’ un bravo menestrello e ha successo presso i potenti. È intonato, scrive bene, ma io sono il Sommo, non scordarlo. Non sono mica un giullare di corte che recita e canta a ogni batter di mai di quattro ubriaconi e un pugno di baldracche che gli fanno corteo.
    Sono un perditempo, dici? Provaci un po’ te a scrivere Inferno, Paradiso e Purgatorio e poi mi dirai se resta del tempo per pensare alle canzonette. Saran di moda ma io non le scrivo.
    Però che rabbia! L’avevo già io quell’ispirazione, tempo fa, quando in quell’ansa dell’Arno ti vidi prendere il bagno… Ma che volevi che facessi, che ti sputtanassi pe’ tutta Firenze? Lo si sapeva già che ti facevo il filo. Volevi metterci sulla bocca di tutti? Hai tu visto che fine ho dato a Paolo e Francesca per un bacetto “tutto tremante”?
    E invece, arriva lui, il Franceschino, tutto bell’e pulito, garbato e pure un po’ finocchio e ti scrive “Chiare, fresche e dolci acque ove…”. Un successone! E bravo il mi’ Francesco.
    Anch’io avevo sulla punta della lingua “Chiare, fresche e ombrose acque, ove Beatrice…”.
    Perché non l’ho scritta? Perché m’ero infognato con questa minchia di Commedia. Che ora mi tocca pure finire in fretta altrimenti non si mangia. Ve bene che il finale è già bell’e pronto; è sempre uguale ma che m’importa “E uscimmo alfin a riveder le stelle”. Ma la parte di mezzo è intrigante assai.
    Madonna che rabbia però, se ci ripenso. Ma quasi quasi la ripiglio daccapo e ci metto un canto doppio e mi piglio la mia vendetta. Ci metto dentro il Franceschino, nel girone dei lussuriosi finocchi: V canto bis: “Paolo e Francesco”. Sono il Sommo, io, che mi frega!

  4. Vittoria e Guglielmo, un angelo senza ali e un demone. L’amore che non conosce confini li ha uniti una volta, ma una minaccia ora incombe sul loro destino. Un’antica leggenda preannuncia il risveglio delle anime nel giorno in cui si romperanno i confini tra il mondo degli angeli e l’Averno. Per salvare il proprio amore Vittoria si ritrova di fronte al bivio tra la vita di Guglielmo e la salvezza della propria anima.

  5. Ha caldo, ma ci è abituato. La pelle è bruciata e coperta di piaghe; la spaventosa magrezza degli arti lascia intravedere in alcuni punti dove è consunta, il bianco delle ossa. Il devastante deperimento fisico esalta il ventre innaturalmente gonfio. Le membra dolgono, ma ormai sa che la salvezza passa attraverso il dolore fisico. Estremo. Ha rinunciato da giorni all’idea di alleviare le sue pene corporali; la Morte lo circonda e al pari della Vita urla il suo violento richiamo.
    Sorge un sole spietato sulle sue giornate sempre uguali, la tortura della lotta per la sopravvivenza si ripete e si rinnova. Il corpo va avanti, la mente è concentrata sullo sforzo di ogni passo.
    Giornate roventi si alternano a notti gelide. A piedi nudi, si trascina in un cammino senza sentiero, rincorrendo il miraggio di una meta in cui il tormento del calore, della sete, della fame, finalmente si plachi. L’assenza di dolore è quanto di più simile alla felicità lui possa immaginare.
    Sono giorni che non parla con nessuno, neanche più con se stesso. La lingua è gonfia, i pensieri confusi.
    La solitudine è la sofferenza peggiore: non poter esorcizzare la paura attraverso la condivisione con un compagno di viaggio. Una tristezza acuta e senza lacrime lo pervade. La Morte ha tante facce, è in agguato in ogni istante. Si camuffa in una fiera mostruosa che lo sbrani, nell’arsura che non concede tregua e devasta le viscere già provate da un’estenuante dissenteria.
    Continua a camminare sotto il sole rovente: il suo viaggio sarà lungo e rischioso, ma non ha scelta e non c’è via di ritorno.

    Il passo sempre più incerto. Negli occhi, senza luce e senza gioia, ancora lo sguardo terrorizzato eppure rassegnato di suo fratello Amir, inseguito e lapidato per avere rubato un po’ di cibo. Erano giorni che non mangiava, sarebbe morto comunque, qualcuno aveva mormorato.
    L’inferno. Lui non lo conosce. Non ha studiato, non sa dei precetti impartiti ai suoi coetanei per la Prima Comunione e ignora l’esistenza de “La Divina Commedia”. Non sa neanche di avere un’anima da salvare, il suo martirio è nel corpo. Che oramai si piega, si ferma. Lo sguardo vuoto al cielo si fissa sulla Morte vestita da avvoltoio che incombente gira in tondo su di lui. Il suo inferno in Terra è finito.

  6. Dante,che tu conoscessi la matematica è risaputo, ma…fino a questo punto! Vogliamo fare i conti? Divina Commedia : Cantiche 3 di cui 2 di 33 canti l’una e una da 34 Canti 100 Angeli del Paradiso 10 con 188 zeri Numero totale dei versi 14.233 nove i cerchi dell’Inferno 10 le bolge 3 i fiumi 3 le fiere il cui nome inizia con la lettera L, la decima dell’alfabeto BEATRIX ha il nome che finisce con il 9 in romano. Il Purgatorio ha 7 balze al suo arrivo un angelo imprime a Dante 7 “P” sulla fronte Al suo apparire qui Beatrice sarà vestita dei 3 colori simbolo della Trinità Il Paradiso ha 9 cieli più 1…totale 10 con 9 cerchi di fuoco e 9 cori angelici. 3 sono le religioni rappresentate iniziando dalla Trinità dei cattolici e proseguendo con il 7 simbolo degli ebrei e 10 dei musulmani 7 i giorni complessivi del viaggio iniziato alle 7 del mattino…potete continuare voi trovando ancora 1000 curiosità.

  7. Originale! Ivana. Anche il tuo nome e l’iniziale del tuo cognome si può estrapolare: una ricetta da farmacista. IV(parti)= V
    Oppure Dante come il primo editore on line. Divina.com.media!
    Potremmo conitnuare all’infinito.

  8. ULISSE di Barbara Risoli

    In onirica visione vuolsi l’iride mia attonita a colui che caro mi fu sin da infante. Tremito in core mi avviluppò e ginocchio instabile m’indusse a poggiar la mano sull’ampio petto del Sommo a me accanto, per non rovinar su suolo infernale. Emozione vibrante mi colse e discese con lacrima scintillante che illuminò la cupa ombra del loco in cui venimmo a trovarci. Guardai Ulisse dalla mente senza catena e lasciai che l’occhio suo bruno trafiggesse l’anima incredula e vinta. Mi concesse un passo, il latino vate che ci era guida, pur sfiorandomi il braccio a cauto avvertimento.
    – Pago nel patimento la mia arsura di conoscenza, pago la rabbia di non esser bruto, senza pietade fui condannato e ora tu giungi, mortale destinata all’ombra com’ogni mortale, a contemplare di me vacua spoglia – disse il sovrano d’isola ionica ancora esistente. Cercai di lenir la sete che mi colse perché asciutte divennero le fauci mie mute. Contemplai, sì, il re che amavo da sempre e lenta la mia gamba si flesse riservandogli unica devozione ch’io concedessi a uomo. Il suo sorriso dalla curva trista mi sfiorò simile a lama che non ferisce e felicità illimitata lasciai che m’attraversasse.
    – E ti ringrazio, ancella di un tempo senza monarchi, schiava di un dio che non conosco, per il tuo pensiero che lieve lenisce la mia pena – mi disse ancora l’uomo dalla mente senza frontiere, gioioso nel limite misero che supplizio concede alla gioia.

  9. Abbandono
    di Roberto Bommarito

    Stringendomi la mano con le sue dita nodose, gli occhi sbiaditi dall’età annacquati, mio padre borbotta: «Mi spiace.» Dalla finestra entra la luce fioca delle sette, pennellate color pesca sulle pareti della stanza d’ospedale, il suo volto rugoso, le pagine della Divina Commedia che tengo aperta sulle mie ginocchia come una farfalla morta.
    «Mi spiace» ripete; e io scuoto la testa.
    I bambini sono accompagnati dalle storie della buonanotte, favole più o meno inventate, magari interpretate da peluche animati dai genitori. Di solito è così. Ma non per me. Da piccolo mio padre mi recitava invece i versi di Dante. Per lui ero come uno dei suoi tanti alunni. Lo odiavo per questo. E anche perché ero troppo piccolo per capire cosa diavolo stesse leggendo.
    Poi un giorno mi abbandonò.
    «A volte la gente cambia» era il modo di mamma per dirmi che lui aveva deciso di costruirsi una vita altrove, da qualche parte su, nel nord Italia.
    Che non lo avrei mai più potuto chiamare papà.
    Malgrado la rabbia, il rancore, mi domandavo quanti ragazzi avrebbero invece continuato ad ascoltare la Divina Commedia recitata da lui?
    «Mi spiace sia troppo tardi» dice mio padre, la voce tremante quanto il suo corpo, come se l’intero suo essere fosse un elastico tirato da Dio fino al punto di spezzarsi.
    «No, non lo è» ribatto, fermandomi di leggergli quei versi, dopo trent’anni a ruoli invertiti. «Ti ho ritrovato in tempo»
    «Vieni qua.»
    Lo abbraccio.
    In corridoio, l’infermiera mi dice: «Gli rimangono quarantotto ore di vita.»
    «Ne è sicura?»
    Lei fa cenno di sì. Gli occhi lucidi, le braccia incrociate strette come se faticasse a trattenersi dall’abbracciarmi pure lei, cerca di consolarmi: «È bello vedere come in poco tempo sia riuscito a ricostruire il rapporto con suo padre.» Sorride. «A domani.»
    Ma si sbaglia.
    L’ascensore si chiude.
    Nello specchio, il mio volto sorridente.
    Perché domani non tornerò. Domani sarà il turno di mio padre scoprire cosa significa essere abbandonati.

    • Corretto! Finché siete voi autori a segnalarmi i refusi a palestra ancora aperta mi è concesso di correggerli! O almeno abbiamo sempre fatto così. Benvenuto Roberto, mi pare che è la prima volta che partecipi a una palestra, ma conosco bene i tuoi successi a Minuti Contati!

  10. Il traditore
    di Simonetta Longo

    Traditore, così mi chiamano a Pisa.
    Fa freddo qui, così freddo che non posso muovermi. Come pietra viva e disperata condenso l’eternità in un unico gesto, mentre lo specchio ghiacciato mi rimanda l’immagine bestiale di me che rodo l’infame alla nuca, all’infinito. L’inferno è questo pasto feroce, quotidiano, i miei denti che guastano il cranio all’Arcivescovo
    .

    L’uomo solleva la bocca sudicia, pulendola con i capelli dell’inseparabile partner. Poi comincia a parlarmi. Voglio capire il suo odio, forse al ritorno dal viaggio racconterò la sua storia.

    Troppe notti sono passate attraverso la piccola finestra della prigione con la luna. La fame infesta il sonno di incubi rivelatori. Una caccia. Un lupo e dei lupicini fuggono braccati da cani. I lupi sono stanchi, rallentano. I cani li mordono, con denti aguzzi.
    Non sono solo. I lamenti dei miei piccoli compagni di cella mi svegliano. I miei quattro figli che chiedono pane.

    Ascolto. Non c’è nulla che possa dire. Dovrei forse piangere per non essere crudele?

    Il risveglio è un preludio crudele per noi tutti. Inchiodano la porta. Niente cibo. È la prigione della fame. Guardo i ragazzi. Nessuna parola, non una lacrima. L’anima è un sasso aguzzo.
    La luce dalla finestra (ma quanto tempo è passato? un giorno, forse due?) specchia la mia magrezza e disperazione nelle facce di quattro creature, la cui unica colpa è essere sangue del mio sangue. Sarei io il traditore o il tradito? Ah! È tremendo il dolore dei denti nella carne delle mie mani. Che stupido gesto d’impotenza! I ragazzi pensano abbia fame, “mangia noi” dicono. Devo calmarmi.
    Silenzio. Sono passati altri due giorni. Potesse sprofondare la Terra intera!
    Il piccolo Gaddo mi chiede aiuto come Cristo nel Getsemani. Poi più nulla.
    Quinto giorno. Sesto giorno. Morti. Sono morti anche gli altri tre. Non distinguo più niente. Brancolo al buio. Urlo. Chiamo i loro nomi. Anselmuccio! Gaddo!…
    Poi…più che il dolore, può il digiuno…

    Non capisco completamente cosa voglia dire. Ma non mi piace. Non chiedo. Preferisco non sapere…Solo lo guardo e quello con gli occhi storti, pieni d’odio, riprende il teschio misero con i denti, che sono all’osso, come d’un can, forti.

    Traditore, così mi chiamano a Pisa.
    Fa freddo qui, così freddo che non posso muovermi. Come pietra viva e disperata condenso l’eternità in un unico gesto. L’inferno è questo pasto feroce, quotidiano, i miei denti che guastano il cranio del mio traditore, l’Arcivescovo Ruggieri. Sono Ugolino.

  11. Per utilità di lettura: graficamente le parti comprese tra le virgolette alte vanno considerate in corsivo.

  12. Grazie Laura, l’ho inteso proprio così per distinguere le “due voci”. Il tema era troppo intrigante per non partecipare!
    Bella l’immagine della cenere che turbina nel vento nella tua versione di Paolo e Francesca.
    Buona domenica

  13. Complimenti per il blog che mi ha spronato a cimentarmi per la prima volta nella scrittura di un racconto! devo dire che mi sono divertito! questo è il mio racconto, spero vi piaccia!

    DURANTE DI ALIGHIERO DEGLI ALIGHIERI

    Della storia di Durante di Alighiero degli Alighieri mai è stata narrata la versione integrale. A ciò ha contribuito anche la signora Gabriella degli Abati, detta Bella, madre di Durante, col vizio di credere ai presagi. Altro non faceva che raccontare di una sorta di visione: «Questo è un segno, ne sono sicura. Ho sognato d’aver partorito sotto un alloro, in mezzo ad un prato, quando di soppiatto il mio bambino afferra dalle fronde una bacca e la mangia trasformandosi in pavone.»
    Bella era preda di una convinzione quasi delirante ed ossessiva di star per partorire un figlio dalla personalità disturbata. In parte fu cosi. Nacque Durante, per tutti matto e narciso.

    «Gemma adesso smettila, sono saturo della tua rettitudine, ho bisogno di vivere.»
    «Non ho mai creduto a tua madre ma presto dovrò cominciare. Hai tre figli di cui prenderti cura, la sgualdrina con cui fai l’amore te lo ricorda?» incalzò Gemma.
    Due sole persone parevano comprenderlo: Beatrice Portinari, detta Bice, sua giovane amante, ex regina del burlesque e Publio Virgilio Marone, con cui condivideva la bottiglia e il gioco d’azzardo. Le considerava delle guide.

    Erano ormai tre mesi che Durante non metteva piede in casa. Dimorava per strada, aveva sciolto l’ incarico affidatogli dal partito e non aveva più un soldo: le sue guide l’avevano prosciugato.
    «Che sensazione è mai questa, mi sento prigioniero di una selva oscura… non vedo via d’uscita.»
    «Figlio mio cosa fai gettato per strada, afferra la mia mano, t’aiuterò a rialzarti.»
    Durante seguì pedissequamente i consigli di Padre Bernardo di Chiaravalle. Curò l’animo e per lui si spalancarono le porte d’accesso al paradiso: Gemma non aveva smesso di sperare e lo riaccolse come una madre fa col figlio smarrito. Era divenuto un uomo nuovo ma per la gente era sempre Durante, matto e narciso. Dovette cambiare la sua identità, il suo aspetto, indossare abiti diversi, portare i capelli lunghi e la barba folta. Cambiò anche il suo nome e Durante scomparve dal paese: d’ora in poi si chiamò Dante, Dante Alighieri.

    È questa la storia integrale di Durante di Alighiero degli Alighieri che estirpò la sua malattia ma nulla poté contro il pregiudizio e i presagi.

  14. Scusa Laura, dovresti cancellare i miei due invii. Nel fare copia-incolla si perdono i dialoghi. Ti rimando il tutto per posta.

  15. L’auto sgangherata avanza sobbalzando sullo sterrato che penetra la foresta. La musica a palla sfuma nella foschia stagnante del sottobosco. Il ragazzo guida incerto, stringendo una bottiglia di vodka tra le cosce. La ragazza al suo fianco ha poggiato gli stivali sul cruscotto e sta preparando uno spinello. Quando è pronto aspira avida un paio di volte, prima di passarlo al compagno:
    -tieni Dante, senti che roba!-
    Lui allunga la mano e tira di gusto, poi con l’altra succhia la vodka.
    -Che meraviglia, Bea.-
    -Lasciami un po’ di fuoco- sbraita lei, strappandogli la bottiglia.
    Lui la guarda concedersi un sorso generoso e ride.
    -Che cazzo ridi?-
    -Non trovo più la strada- dice schivando un albero comparso all’improvviso.
    -Maledetta nebbia, forse è meglio se ti fermi e… –
    Bea non termina la frase che un ramo caduto fa sollevare le ruote della macchina, sorprendendo il guidatore. Dante, sceglie di salvare lo spinello e l’auto, dopo altri sussulti, pianta i suoi fari sul tronco di una quercia.
    I ragazzi scendono barcollando e, pur se confusi dall’alcool e dalla droga, si rendono conto che l’auto non può ripartire.
    -Madonna che posto, sembra di stare all’inferno. Te l’avevo detto di non fare la scorciatoia. E adesso?-
    -Adesso chiamo l’amico mio e ci facciamo venire a prendere- sbiascica Dante.
    -Stavolta s’incazza per davvero.-
    Il ragazzo le intima di spegnere lo stereo, mentre cerca di colpire quei tasti sfuggenti sul cellulare.
    Dopo molti squilli risponde una voce assonnata: -chi è?-
    -Ciao, sono Dante… –
    -Che cazzo vuoi alle tre di notte?-
    -Mi si è rotta la macchina.-
    -Fatti accompagnare da qualcuno.-
    -Non c’è nessuno. Io e Bea ci siamo persi in mezzo alla selva.-
    -Ancora?- impreca l’amico, intuite le condizioni alterate dell’altro.
    -Dai, ti prego, vieni a prenderci, è l’ultima volta, te lo giuro.-
    -Puoi esserne certo.-
    -Hai visto?- sorride Dante alla compagna.
    -Sì, ma io ho freddo.-
    -Questa ti scalderà- dice porgendole una pillola colorata.
    La ragazza la manda giù senza difficoltà e si siede per terra.
    -Che bello, vedo le stelle che si muovono. Sto in paradiso.-
    È quasi l’alba quando un fuoristrada si avvicina alle luci fioche riflesse sulla quercia. I due ragazzi, sdraiati sull’erba umida, si alzano lentamente.
    L’uomo che scende non è per niente contento. Dante gli barcolla addosso: -grazie Virgilio, sei proprio un amico.-
    -Amico un corno, questa è davvero l’ultima volta che mi fregate, tu e quell’altra tossica di Beatrice. Ogni sabato sera è sempre una commedia!-

  16. Marcella Martino. Ulisse.
    Quando torni amore mio?
    Il mio cuore è salito e sceso cento volte in un sussulto, ogni volta che un vento nuovo porta la speranza di riaverti. Ma non eri tu, non sei mai tu. Tornano i mariti, gli amanti, i promessi. Ma tu non sei fra loro. Scendo al porto ogni giorno di mare buono a misurare gli abbracci, quanto sono profondi , quanto hanno aspettato quelle mogli, quelle madri. Vendo invidia ai passanti per pochi soldi, non posso vedere la gente ritrovata, sputo sulla felicità di questi uomini che gettano a terra le armi, in cambio di un bacio. Penso che ti abbraccerò più forte, finché mi pregherai di lasciarti. Ma non ti lascio: ti odio troppo e ti amo mille passi di più. Torno ad occhi chiusi, trascinando la veste senza alzarla, lascio che raccolga la polvere della strada, che si sporchi della mia delusione e abbia il peso dell’arrendevolezza.
    Quando torni amore mio?
    Non posso più aspettare. Credimi, lo so che avrai il sapore di un’altra donna, mi dirai del suo letto che non ti ha meritato, ma io mi prenderò cura di te, ti farò un bagno caldo, ti coprirò di quell’ olio profumato che ti piaceva tanto, perché il tuo corpo e il mio corpo si riconoscano di nuovo. Ti lascerò giocare con i miei capelli, non li ho più tagliati da quando te ne sei andato. Ti prego: torna amore mio, perché se la tempesta ti ha rinchiuso e annegato, mi troveranno qui sulla battigia, stretta alle ginocchia a guardare i miei occhi che galleggiano e poi affondano. Ho solo questo da dare: li getterò in acqua, perché il mare se li prenda come pegno, pur di riaverti. La gente di qui dice che hai ingannato, per vincere, che hai tradito, per conoscere oltre Calpe ed Abila e che per questo verrai dannato; le madri recitano:“con lo scudo o sotto lo scudo”, ma io rido in faccia a quest’ ipocrisia. A me non importa di avere un eroe senza più respiro, preferisco bugiardo e perdente, ma ti rivoglio vivo.
    Ti terrò altri cento anni stretto al mio seno e non ti lascerò più partire. Chiedo solo alla prossima onda di essere clemente, di riportarti da me, di appoggiare la tua nave tra la posidonia abbandonata, come ha fatto con le navi degli altri amori, o di condurti a riva, aggrappato a un legno.

    • Avendo presentato anche io un brano, in genere cerco di non esprimere la mia opinione sui pezzi degli altri “concorrenti”. Ma in questo caso mi sento di dirti che la tua Penelope è davvero molto poetica e struggente. Mi è piaciuta molto.

      • Grazie, sono felice che ti piaccia. Ricambio i complimenti, soprattutto mi piace molto questo : “Sono giorni che non parla con nessuno, neanche più con se stesso. La lingua è gonfia, i pensieri confusi..”.

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