Scrittura vs editing

Buongiorno amici, reduce da un’influenza che si è aggiunta ad altri mali più o meno stagionali, fiaccandomi non poco, torno a voi. Sono tante le cose che avrei da dirvi ma non voglio tediarvi con post lungherrimi quindi ve le diluirò nel tempo.

In verità stamattina volevo parlarvi di libri, di un libro, ma mi sono svegliata con un pensiero fisso che probabilmente mi porterà da tutt’altra parte.

Il fatto è che una volta scrivevo, prima di capire che la mia strada fosse un’altra, e anche dopo, per un bel pezzo. Non che adesso non lo faccia più, ma da circa un anno a questa parte il tutto è “finalizzato”. Scrivo se mi chiedono di farlo, scrivo su commissione per progetti a  cui sono invitata, articoli per siti e riviste, racconti che so già saranno pubblicati da qualche parte. Per lungo tempo – e ancora adesso – ho creduto che questa fosse una garanzia del mio percorso. La scrittura è un esercizio cui un editor non può sottrarsi ma è giusto che rimanga marginale rispetto al resto. Però ogni tanto la penna mi manca. Ci sono storie che stanno lì, in attesa abbozzate su un foglio di carta o anche solo nella mia mente. Sono lì da anni, alcune più nitide altre appena accennate. Personaggi a cui sono affezionata anche se nessuno oltre me sa che esistono. E c’è la voglia, che a tratti ritorna, di mollare tutto e dedicarmi solo a loro. Una voglia che però dura sempre troppo poco perché la verità è che io non sono una scrittrice.

E che vuol dire penserete voi? In Italia, paese di gente dalla penna facile, tutti siamo scrittori. E poi editare, scrivere, scrivere, editare, dove sta la differenza? Chi fa uno può fare anche l’altro no? In giro è pieno di gente che scrive ed edita, scrittori ed editor.

Mi spiace deludervi amici ma io la vedo diversamente. Anzi no, non sono io a vederla in un certo modo che forse è distante da quello della maggior parte della gente. Io so che è così. E non perché ho capito le cose meglio di tanti altri o perché sono più intelligente o sensibile, ma perché stiamo parlando di due cose, che pur sembrando così simili da apparire come due facce della stessa medaglia, sono invece profondamente diverse. Chiedere a uno scrittore di fare un editing sarebbe come dire a un falegname di riparare un’automobile. Magari sa pure farlo, e se prova una, due, dieci volte non è detto che non diventi molto bravo, ma in ogni caso si sta cimentando in un mestiere che non è il suo. Allo stesso modo scrittura ed editing sono due “mestieri” che pur maneggiando la stessa materia prima – parole e scrittura – sono del tutto diversi in quanto a regole e tecniche. A volte addirittura opposti potrei dire. E per dimostrarlo vi faccio un esempio.

Quando si può dire di uno scrittore che è davvero bravo? Quando oltre a costruire buone storie riesce a trovare una sua “voce”, uno stile personale e riconoscibile che lo eleva sopra gli altri. Non è così? Vi immaginate cosa succederebbe a un editor con la medesima peculiarità? Ve lo dico io, tenderebbe a far prevalere la sua voce sopra quella dell’autore, snaturando l’autorialità dell’opera a cui sta lavorando. Questo è un errore imperdonabile che nessun editor dovrebbe fare. Eppure quando l’editing è un ripiego cui si approda dopo un lungo periodo di insuccessi editoriali, o quando si inizia a capire che nonostante qualche pubblicazione di scrittura non si vive, è proprio questo che succede. Vi dirò di più, un vero scrittore trova insopportabile la continua misura cui deve attenersi nell’editare un testo, almeno quanto un editor trova difficile scrivere senza paletti o senza darsi una struttura.

Vi inviterei a passare una giornata in casa mia per dimostrarvi questa cosa, perché io e il mio compagno quando ci mettiamo a scrivere siamo l’emblema vivente della teoria appena posta. Editor e scrittori hanno meccanismi di produzione esattamente opposti. Io faccio una scaletta anche se devo scrivere un racconto di 5000 battute. Per me diventa una guida “sacra”, mi fermo ogni frase e la rileggo finché non trovo che sia perfetta, solo dopo riesco ad andare avanti. Il termine “riesco” non è messo a caso. Se tutto non fila a dovere io non posso proseguire! Lui fa una scaletta solo se io lo costringo, scrive 50000 battute nel tempo in cui io – se sono fortunata e ben ispirata – porto a compimento le mie 5000, poi le rilegge e se vede che è andato fuori dal percorso corre a modificare la scaletta vanificando ogni mio intento di pianificazione estrema. D’altronde quando io tiro fuori le mie bozze, quella bella risma di carta stampata che mi porto sempre dietro, e inizio ad annotare a margine cose di cui nessuno si renderebbe conto, allora è lui a buttare gli occhi al cielo e a pensare che devo avere qualche rotella fuori posto se non trovo che sia una palla mortale spendere così tanto tempo su qualcosa che è stato qualcun altro a scrivere. Un editor non avrà mai l’esasperato narcisismo e la spiccata autoreferenzialità proprie di un autore, e direi che questo può anche bastare a confermare la mia tesi, ossia che qui si parla di mestieri diversi e persone con indoli e obiettivi distanti e inconciliabili come il giorno e la notte.

Vi dirò di più, forse non si nasce né editor, né scrittori, ma se non c’è quel quid, quella traccia nascosta che ci portiamo dietro e ci indica l’una o l’altra strada – e più passa il tempo più io mi convinco che sia innata – allora non si potrà mai eccellere nell’uno o nell’altro campo. Che entrambe queste nature possano coesistere mi pare davvero un’esagerazione. Per i nostri tempi almeno, molto distanti – in tutti i sensi – da quelli in cui un Calvino o un Vittorini fecero grande l’Einaudi.

Eccovi spiegato perché non scrivo o perché la mia voglia di farlo è così altalenante e perché quando lo faccio poi sto a posto per un bel pezzo. Scrivere per me è stancante. Nella mia esperienza le parole non sono un fiume dirompente ma gocce, metterle insieme è un processo lento e lungo che mi trascina fuori da quello che è il mio habitat. Eppure ogni tanto non posso sottrarmi, e non lo faccio per indole o vanità ma perché è l’unico modo che ho per allenarmi. Un editor deve saper gestire stili e voci diverse, amalgamarsi e uniformarsi alla materia plasmata da qualcun altro, deve saper calarsi tra le righe e confondersi nell’inchiostro, intervenire sulla storia senza lasciare traccia, mimetizzarsi tra i personaggi e conoscerli uno a uno, deve avere un tono per ogni occasione, e riuscire a usarlo con diligenza. Come potrebbe riuscire in tutto questo senza cedere ogni tanto alle lusinghe della scrittura?

Quindi per un editor una spolverata alla penna ogni tanto è d’obbligo, ma lo scrittore… perché lo scrittore si ostina a voler editare? Partendo dal presupposto che nessuno può essere editor di se stesso, o almeno non in maniera completa, cos’altro può spingere una persona dotata del dono della parola scritta a dedicarsi alla becera pratica dell’editing? Le risposte che mi sovvengono sono due. Una triste e squallida come solo le questioni economiche possono esserlo. Forse a editare si guadagna qualcosa in più che a scrivere – sto parlando di piccole realtà – ma di certo nessuno ci diventerà mai ricco. Senza parlare del fatto che così si alimenta un circolo di piccola editoria fatta male che è un vero e proprio problema. Ci sono editori che raccattano uno degli autori che hanno pubblicato – magari a pagamento – e gli chiedono di correggere un testo in cambio magari della pubblicazione di un secondo libro, o proponendo altri accordi simili. Il risultato sarà in ogni caso un numero imprecisato di libri fatti male. Non editati ma, nel migliore dei casi,  corretti in maniera approssimativa.

E la seconda risposta? Beh, si parlava di persone dotate del dono della parola scritta. Un dono che non è affatto diffuso come si crede.

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15 risposte a “Scrittura vs editing

    • Eccoci, i Vianello dell’editoria, i Sandra e Raimondo della carta stampata. Credo che potrei farci una rubrica su tutte le cose su cui non ci troviamo d’accordo quando si parla di libri e scrittura :p

  1. Hai ragione! Comunque un editor ai miei occhi somiglia molto a un co-autore e andrebbe pagato così, dovrebbe editare solo opere che gli piacciono e in cui crede e prendere anche lui una % sul venduto, non come autore, ma come editor, cioè quasi autore. Poi se a qualche editor piace fare il mercenario, ben venga, per fortuna questo ancora non è stato vietato :p

    • mi spiace ma non sono del tutto d’accordo con te. Io credo che il bravo editor si veda anche – e soprattutto – nella capacità di lavorare a testi distanti dal suo gusto o dalle sue preferenze. Sta poi alla coscienza di ogni professionista capire dove può arrivare. Chiedere soldi per editare un testo non è affatto una pratica mercenaria, se si ha la capacità di farlo. Anzi a essere sincera credo che quella dell’editor sia una delle professioni più “altruiste” dell’editoria.

  2. Io edito i miei racconti, perché non posso fare diversamente… non ho denaro per impiegare un editor, ma è ovvio che un editore non possa chiedere allo scrittore di fare editing. E che uno scrittore non può essere editor di se stesso.

    Mi piacerebbe leggere qui, se non m’è sfuggito, un post sull’editing, ossia su ciò che comporta nel dettaglio un editing. Ho 2 piccole esperienze di editing con 2 case editrici: una secondo me non l’ha fatto come andrebbe fatto, l’altra sì.

    • Per scrivere come va fatto un editing non basterebbe un intero manuale tenuto conto che ogni tipo di intervento sul testo dipende più dalla materia stessa dell’opera che da tecniche e regole consolidate. Detto questo metterò in scaletta un certo numero di post in cui parlare di editing per provare a chiarificare il chiarificabile!

  3. Il problema è che secondo me molti pensano “e che ci vuole a fare un editing, scrivo…” senza pensare che a) il fatto di scrivere non significa che si scriva bene e in ogni caso editare è differente da scrivere; b) l’editor è una figura professionale che ha una base e una formazione che deriva da studi specifici.
    Voi mangereste in una pizzeria sapendo che il cuoco usa il formaggio fuso anziché la mozzarella nella Margherita? Vi fidereste di una diagnosi sfatta da un infermiere anziché da un medico? O, ancora meglio, vorreste che un vostro libro fosse pubblicato – se non avete pagato, ovviamente – anche se pieno di errori?

  4. Sottoscrivo sia Laura che Dan Imp: passare per un buon editor è moooolto importante; potersene permettere uno ogni volta che si scrive qualcosa… be’… magari è bene aspettare di avere un po’ di materiale “passabile”… 😉

  5. Secondo me non esistono regole generali. Insomma, su alcune cose mi trovi d’accordo, ma su altre no, perché a tratti la diatriba editing vs scrittura mi è parsa simile a sesso vs amore. Mi spiego, e la conclusione della mia spiegazione è una sola: dipende. Ci sobo: 1) Scrittori che non amano editare ma vogliono solo scrivere. Esempi? Maurizio De Giovanni e Barbara Baraldi: scrittura allo stato puro; 2) Editor che odiano scrivere, ma vogliono solo editare. Ho personalmente conosciuto un editor di Sperling&Kupfer che affermava di non riuscire a scrivere nemmeno gli auguri di Natale. Poteva muoversi solo sulle penne degli altri, dato che la sua era immobile; 3) Editor che, di tanto in tanto, a tempo perso, scrivono (come te); 4) E poi le mosche bianche, quelli che sanno fare bene entrambe le cose, senza metterle mai in contraddizione, anzi: indossando due abiti diversi a seconda dei casi. Esempi elevati? Franco Forte, Francesco Verso, Raul Montanari (che fa anche corsi di scrittura creativa…). Poi potrei citatre, a livelli meno famosi, anche qualche vecchia volpe di EDIZIONI XII (es. Daniele Bonfanti e Raffaele Serafini: ottimi editor e scrittori deliziosi). Quindi in realtà ci sono eccome casi di chi sposa bene entrambe le mogli, scrittura e editing: basta solo trovarli 😉 PS Ma in tutto questo, il mio racconto e Knife 5 mi arriveranno insieme? 😉

    • Come la genetica ha ampiamente dimostrato un ibrido ben riuscito può esistere ma si lascia alle spalle decine di “mostri” non altrettanto validi. E, se posso permettermi, senza voler fare polemica, tra i nomi che hai fatto ce ne sono alcuni che reputo dei bluff clamorosi…
      Knife e racconto in arrivo. 😛

  6. Temo sia un soggetto che, oggettivamente, si presta molto alla soggettività 🙂
    In generale su una cosa penso nessuno possa trovare alcunché da eccepire: lo scrittore PUO’ essere un casinaro mentre l’editor DEVE essere un metronomo.

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