L’editor, oggi

In questi giorni stavo preparando una nuova dispensa – la numero 9, la penultima – Per il Corso di Editing che tengo sul forum di Nero Cafè. In questo rush finale si parlerà di editing vero e proprio. Dopo aver imparato a distinguere i veri professionisti coinvolti nel processo di lavorazione di un libro, dopo essersi confrontanti con correzione di bozze e impaginazione, i ragazzi che lo stanno frequentato si cimenteranno con la comprensione profonda e la revisione del testo.

Questa premessa non per dire quanto sia bello e utile il mio corso quanto piuttosto per sottolineare come scrivendo per loro mi arrivino nuovi spunti a scrivere anche per voi. Le due cose talvolta coincidono, tanto che sto pensando di mettere insieme dispense e post e farne un manualetto… ma questa è solo un’idea e ve ne parlerò più avanti.

Insomma, per non girarci troppo intorno, oggi – l’avrete capito! – si parla della figura dell’editor. Ne abbiamo discusso già parecchie volte, ma a quanto pare non è mai abbastanza, anche perché trattandosi di una delle figure più arcane e misteriose dell’editoria, In genere si tende a lasciarla in disparte. E se gli altri non ne parlano allora lo faccio io!

L’editor è nell’immaginario di molti quella figura metà umana e metà penna rossa. Una penna rossa che usa come una falce per cancellare gli strafalcioni degli incauti autori che vorranno sottoporgli i propri testi. Nulla di più sbagliato ovviamente. Ma purtroppo il mondo dell’editoria continua a essere un universo confuso. Confuso in tanti sensi e in tanti aspetti. La figura dell’editor è uno tra gli aspetti che ne risentono di più.

Basta guardarsi intorno per capire quanto vera sia questa affermazione. Per molti l’editor semplicemente non esiste. E non parlo di mia mamma o mia nonna per le quali i libri servono solo a riempire le librerie e accumulare polvere. Parlo di editori, quegli stessi editori che poi immettono sul mercato libri degni del più sontuoso falò di ferragosto o, se preferite, del macero preventivo. Parlo anche della Camera di commercio, perché in effetti se sei un editor e vuoi aprirti una Partita Iva – esperienza tristemente vissuta – fai meglio a cambiare mestiere o rassegnarti al fatto che il nostro paese è molto più indietro di quanto si pensi. Il massimo che potrai fare sarà registrarti come un professionista che offre servizi alle imprese. Che tu venda patate o lavori sui libri a loro poco importa (Anzi no, forse il venditore di patate una sua codificazione ce l’ha).

Poi vai su internet, frequenti certi ambienti, e ogni persona che conosci e che abbia la capacità di tenere una penna in mano o è uno scrittore, o un editor, o spesso – cosa più triste – entrambi. E i conti iniziano a non tornare.

La verità è che in un mondo senza regole ognuno si fa le sue. Quindi se a scuola sono bravissimo a correggere i compiti in classe dei miei compagni perché non posso fare l’editor? O semplicemente, se mi piace leggere, perché non posso fare l’editor? E ancora, se non riesco a pubblicare il mio romanzo, perché non posso intanto racimolare qualche soldino facendo l’editor?

La risposta a tutte queste domande dovrebbe essere il carcere a vita, invece il più delle volte non c’è nessuno che risponde e quindi il mondo è pieno di editor che non sanno fare quello che dovrebbero fare e soprattutto contribuiscono a compromettere la già poco solida immagine della professione.

Partiamo dall’assunto, non mi stancherò mai di ripeterlo, che l’editor è una figura professionale a sé. Non è un correttore di bozze (e qui porto a esempio me stessa: posso accorgermi di una singola, banale incoerenza in un romanzo di 500 pagine e farmi sfuggire un refuso che riconoscerebbe anche un bambino) e non è nemmeno un redattore.

Può succedere, non dico di no, che una sola persona possa essere capace e competente in più di un ruolo ma sono casi rari, non di certo la norma.

Altro punto, a dispetto della dilagante improvvisazione, un editor deve avere una cultura superiore. Non per essere classisti ma l’impostazione mentale necessaria per sviscerare i più minimi e reconditi aspetti di un testo non è un’attitudine innata (o almeno non solo) quanto piuttosto qualcosa che si eredita da un approccio allo studio di stampo “paranoide”. E non parlo dell’editor come risultato dell’evoluzione del primo della classe, del secchione sempre gobbo sui libri. Non parlo di tempo speso o di voti eccellenti. Ciò a cui mi riferisco è la curiosità di conoscere. Io al liceo studiavo Letteratura da otto libri diversi, di cui quattro universitari. Finita l’università ho iniziato a fare tutoraggio tesi. Lì la mia mania per la struttura ha raggiunto il suo apice.

Ora non voglio portare il mio percorso a esempio di come dovrebbe essere ma solo sottolineare che senza una “storia” di grande vicinanza con lo studio, i libri, le parole, difficilmente si potrà ambire a fare bene il mestiere di editor.

L’editor d’altronde non è un “manovale” dell’editoria ma, almeno in via teorica, dovrebbe essere una delle figure più specializzate. Uno dei vertici della piramide di realizzazione del libro. Colui che sa riconoscere un testo che vale e portarlo alla sua forma migliore per la pubblicazione. Non dimentichiamo, infatti, che l’editor nella sua accezione più “pura” si occupa anche di acquisizione ossia della scelta e della proposta al direttore editoriale dei testi che ritiene più adatti alla pubblicazione. Il direttore avallerà o rifiuterà la proposta dell’editor ma il suo parere in genere si basa su criteri che sono più economici e commerciali che letterari.

Credo che a questo punto sia chiaro che la professione dell’editor, qualunque sia il livello a cui lavora, si basa su delle caratteristiche ben precise e non può essere frutto dell’improvvisazione di chi la esercita.

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5 risposte a “L’editor, oggi

  1. Ciao Laura,
    mi piace molto il tuo blog e apprezzo la sincerità dei tuoi post.
    Volevo domandarti se per caso hai in programma di riattivare questo corso di editing anche nel 2013.
    Forse è un po’ presto per domandartelo…
    Grazie!

    Francesca

    • Sì, il corso ripartirà tra gennaio e marzo (dipende da alcune scelte gestionali) ma se vuoi partecipare puoi già inviare il tuo interesse (non vincolante), scrivendo una mail con i tuoi dati all’indirizzo info.nerocafe@gmail.com. Servirà per capire quando saremo pronti con un gruppo già di almeno 6-8 persone che sono il minimo per far partire una nuova edizione!

  2. Ciao Laura, leggendo i tuoi post mi è venuta in mente questa domanda: quanto incide nei tuoi giudizi il tuo gusto personale? Io sono soprattutto un traduttore della poesia. Recentemente traducendo Marina Cvetaeva ho scoperto che spesso le versioni già pubblicate contengono veri e propri strafalcioni. E si tratta di editori prestigiosi. Non pensi che prima di stampare dovrebbero chiedere il giudizio di qualche vero esperto e non fidarsi ciecamente del “nome” del traduttore?

  3. Ciao Paolo, forse può sembrare retorico ma io credo che un buon editor debba venire a patti col suo gusto personale e fare in modo che incida il meno possibile. E la differenza tra un editor vero e uno improvvisato sta anche in questo. Tutti siamo capaci di dire se un racconto ci piace o no. In pochi riusciamo a motivare oggettivamente il valore di un testo. Riguardo alla poesia devo dire che è in realtà è un mondo con cui mi sono confrontata poco ma se già la traduzione di un testo di narrativa è un lavoro che richiedere un’attenzione e una sensibilità pazzeschi, credo che con la poesia sia ancora più importante riuscire a trovare il giusto metro. Molto spesso traduzioni troppo letterarie “uccidono” il testo, altre volte una adattamento poco fedele rischia di snaturare il senso originario. In questi casi il traduttore deve saper trovare un equilibrio tra le due tendenze.
    Per quello che posso dire e sulla base della mia esperienza un buon traduttore editoriale deve conoscere di certo la lingua con cui va a confrontarsi, ma ancora di più deve saper scrivere nella sua.

  4. Bell’articolo, mi è piaciuto!
    Soprattutto per quanto riguarda la situazione italiana: economicamente e culturalmente (oddio, due avverbi in -mente di fila!) siamo così arretrati, che a volte mi verrebbe da ridere (per non piangere). Pensa, mi sto laureando con una tesi in editoria.
    Quando la gente mi chiede in cosa ho chiesto la tesi, e io rispondo appunto “Editoria”, la reazione è questa: corrucciano lo sguardo, si guardando intorno e chiedono:
    “Ma serve per fare l’avvocato o il notaio?”
    Io rispondo: “Serve per fare l’editore”.
    A questo punto, metà delle volte mi viene risposto un “Ahhh” poco convint, l’altra metà delle volte un “Cioè?”.
    Penso che ci sia una sola “e” di differenza (editor/editore), ma che la mentaità generale sia grossomodo la stessa. Pazienza.

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