Generazione Precaria

Questo post non parla di editoria se non di rimando, diciamo che è un off topic. Forse avrei dovuto pubblicarlo sull’altro blog, quello personale, o in una nota di facebook, ma alla fine ho deciso di metterlo qui, dove ormai ci sono tanti amici che non sono solo “lavoro” ma anche “vita”. Vi avviso subito che è molto molto lungo e quindi se gli sfoghi non vi interessano saltatelo a pie’ pari. Vi avviso anche che ho messo da parte la sindrome della maestrina e scritto di getto senza scervellarmi troppo perché oggi non è giornata. Quindi fate poco gli schizzinosi su qualche refuso e punteggiatura ad cazzum.

Il punto di partenza di questa lunga riflessione è semplice: mi si è rotto il cellulare. Display lesionato. Non coperto da garanzia.

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Ecco, penserà qualcuno di voi, un’altra cretina che dipende dalla tecnologia come fosse una droga. Vero solo in parte risponderò io perché quel telefono non era l’ultimo Iphone o un modello all’avanguardissima. Sì ok faceva un sacco di cose ma non era il più innovativo nemmeno quando l’ho comprato, dieci mesi fa. Era già uscito l’Iphone 4, stava per uscire il galaxy sIII. Io ho preso l’S plus che stava sul mercato già da un anno, era in superofferta e aveva un prezzo adeguato alle mie possibilità: 299 euro. La riparazione del danno mi costerebbe circa quasi più o meno 150 euro.

Ora, fatta la premessa veniamo agli aspetti social-economici-politici della faccenda. Nel 2012 a conti fatti ho guadagnato supergiù 5mila euro. Non in un mese, non in un giorno, non in una settimana. In un anno.

Questo significa che ho investito circa il 6% del mio budget annuale in un cellulare che oggi è inutilizzabile e dovrei aumentare questa percentuale a quasi il 10% se decidessi di ripararlo. Scusate se è poco ma a me viene da piangere. E ripeto, la disavventura tecnologica è solo un pretesto perché il problema vero è un altro.

Ho scelto di lavorare in un mondo – quello dell’editoria – che non è chiuso, di più. E nonostante io ami il mio mestiere con tutto il cuore, i conti appena fatti dimostrano che a meno che tu non abbia santi in paradiso o avi editori, riuscire a campare di questo è pura utopia. Quindi primo suggerimento a chi mi scrive in privato di voler intraprendere questa strada, questo lavoro meraviglioso e affascinante perché gli piace leggere o a scuola faceva bene i temini: lasciate perdere! Ci vogliono fegato, dedizione, spirito di sacrificio – una vagonata – e ancora spirito di sacrificio – una montagna.

Ma forse il problema sono io che dovrei macinare editing come fossero noccioline. Una virgola qua, un avverbio là, qualche d eufonica cassata senza pietà et voilà, passare al successivo. Invece no! Io leggo tutto, analizzo la struttura, i personaggi, i dialoghi, studio un metodo di intervento ad hoc, impiego mesi, anni, non lavoro mai su più di due testi allo stesso tempo. Nel 2012 è anche capitato che nonostante le non proprio rosee previsioni economiche io abbia rifiutato dei lavori proprio per non venire meno alla qualità dei miei servizi. Capite bene che facendo 4-5 editing all’anno non si diventa ricchi di certo. A dirla tutta non si vive proprio. L’ho detto più di una volta, è una missione, un percorso di redenzione per l’autore colpevole di aver sfornato un testo perfettibile e per me che di colpe ne ho di certo anche se adesso non me le ricordo. Certo poi può capitare che arrivi la soddisfazione di essere vantata come il miglior editor in circolazione, ma è una soddisfazione personale, un gongolamento momentaneo, di certo non serve a resuscitare il mio cellulare morto. Allora, mentre perseguo la mia idealistica missione di rendere più belli i libri del mondo (anche se in molti casi basterebbe un falò) coltivando quell’aspetto del mestiere di editor che a mio avviso è la sublimazione dello stesso – ossia il rapporto con l’autore – devo vendermi agli editori.

Premetto che editare per un editore è una delle cose più svilenti che possano capitare a un editor. Loro spesso non hanno bisogno di un editor, non vogliono qualcuno che gli dica che nel testo che hanno già deciso di pubblicare ci sono una quantità di problemi tale che non basterebbero sei mesi per risolverli. Loro vogliono un testo pulito, libero da schifezze, nel minor tempo possibile. In genere un paio di settimane, mai più di un mese. Ho passato tre mesi in una casa editrice, ho avuto l’ulcera per i sei successivi. Forse potrei sopportare il prezzo di questa legge così ingiusta se un editore decidesse di assumermi, mettermi in regola, pagarmi i contributi, darmi una scrivania e un mac supersonico. Ma da freelance mai. Mai più se non posso essere io a fare le regole.

Quindi per gli editori mi limito a impaginare, grazie a Dio sono capace di farlo. Perché buona parte dei miei guadagni arrivano da questo. Impagino e, al contrario di un grafico tradizionale, leggo TUTTO il testo e lo ripulisco, perché ci sono editori che mandano al grafico testi in cui i refusi la fanno da padroni. Testi che andrebbero in stampa così se non ci fosse qualcuno a dargli una scorsa finale. Ci metto un po’ di più che per un’impaginazione “alla cieca” ma molto meno che per un editing profondo. Guadagno come un grafico. Un euro a pagina, ma almeno posso farmi passare la nausea di impaginare un testo che è pieno di schifezze.

A conti fatti è questo che mi dà quel poco che ho per vivere. Per comprarmi un cellulare nuovo dovrei impaginare un paio di libri e rinunciare a tutto il resto. Solo che gli editori mica crescono sugli alberi. Quelli un minimo intelligenti che si accorgono che un libro impaginato bene è un investimento ancora meno. Conosco editori che impaginano in word. Conosco editori che non leggono nemmeno quello che pubblicano. Poi ce ne sono pochi pochissimi che aprono gli occhi e decidono di fare le cose per bene. Con alcuni di loro collaboro stabilmente, di certo ne esistono altri ma come scovarli? Ripeto, l’editoria è un mondo chiuso, c’è poca circolazione di informazioni e notizie. Poco ricambio. Chi ha un posto se lo tiene stretto, chi può risparmiare lo fa senza problemi. Ai piani alti sono sempre i soliti 4 nomi che passano da Feltrinelli a Mondadori a Longanesi andata e ritorno, ma i piani alti per noi sono troppo alti, scendiamo nei bassifondi dove in genere chi fa da sé fa per 3, e quindi una casa editrice è in genere un editore con il suo pc (è già tanto se ha un mac!)

In questo panorama così triste, non mir esta che tenermi  i miei 5mila euro l’anno e continuare, stoica, senza fiatare, a fare il mio mestiere. Evitando accuratamente di pensare al futuro, perché se lo faccio eh… sono cazzi. E non vorrei parlare del sistema che è sbagliato ma lo farò perché a me le cose sbagliate non piacciono, o non farei quello che faccio. Qualcuno potrebbe dire che sono choosy e poco flessibile. Ma qual qualcuno con 5mila euro l’anno ci paga solo il parrucchiere. Io non ho grosse pretese e, favorita da una famiglia che mi sostiene, con quei soldi ho vissuto, viaggiato, fumato, sono andata al cinema e ho anche preso una pizza ogni tanto. Ci ho anche comprato il cellulare ormai defunto. E sì, se fossi meno choosy forse potrei decidere di chiudere con il bastardo mondo dell’editoria e cercare posto in una grande e rinomata azienda tipo MacDonald che entro l’anno assumerà altri 3mila dipendenti in aggiunta ai 16mila già attivi, o Fastweb, Wind, Telecom e via dicendo. Un posto in call center a farmi detestare da chi non lo fa già sarebbe proprio l’ideale.

No no sono troppo classista se dico che con due lauree, un master e alla veneranda età di 32 anni vorrei qualcosa di più stabile. Ecco le poste. Quello sì che sarebbe un idillio. Anche loro pubblicizzano assunzioni facili, tre mesi, poi altri tre, poi forse tre ancora, e infine, se hai culo e santi in paradiso magari ci resti. Beh io non ho né l’uno né gli altri. Nel 2012 ho guadagnato 5mila euro, comprato un cellulare nuovo-ormai-vecchio e inviato centinaia di Cv. A case editrici sì, ma anche studi di grafica, agenzie pubblicitarie (la mia prima laurea è in Tecnica Pubblicitaria), librerie, poste, negozi, call center, franchising, supermercati  e di tutto un po’, proprio per dimostrare che sono flessibile e poco schizzinosa. Le risposte sono state pressoché nulle, nemmeno il disturbo di un no grazie o ritenti sarà più fortunata. Gli unici che hanno dato qualche feedback sono stati appunto i call center e le assicurazioni che cercano gente da mandare in giro come trottole senza fisso ma solo a provvigione. Ma scusatemi tanto se non ho approfondito.

Io la mia gavetta l’ho fatta, ho lavorato come segretaria per anni, ho scritto articoli di giornale che nessuno ha mai pagato, ho insegnato nei corsi di formazione e lavorato come grafico e redattore senza lamentarmi se venivo sfruttata. Anche negli ultimi due anni ho fatto esperienza, prima editando gratis fino a essere certa di essere capace di farlo e poi accontentandomi di guadagni irrisori per amore della causa. Ma adesso cerco il salto di qualità. O meglio cerco qualcosa che mi permetta di vivere senza dovermi ogni giorno preoccupare di cosa succederà se un piccole editore per cui impagino chiude i battenti o decide che un collaboratore esterno è troppo per le sue finanze. O se i miei di punto in bianco sparissero dalla faccia della terra e io non potessi più contare sul fatto che ci sono loro a coprirmi le spalle. Non che ne approfitti più del dovuto. Sto a casa e ho vitto e alloggio ma cerco di provvedere a tutto ciò che serve a me.  Diciamo che finché resto qui, ossia con loro, posso permettermi di continuare su questo trend. Ma se io volessi andar via, farmi casa, metter su famiglia? Ci penso, eccome se ci penso, perché in nessuno dei miei sogni di bambina sarei rimasta in casa loro fino a oltre 30 anni. Perché ho bisogno dei miei spazi, sono uno spirito solitario, amo il silenzio. Questa casa non è il mio regno. Ma se lo volessi, un regno tutto per me dico, mi costerebbe lo sproposito di almeno 600 euro (a voler essere ottimisti) al mese. Da dove li piglio? Rubo? Mi vendo gli organi? No, prima o poi finirebbero e io sarei punto e capo. Ci vorrebbe un lavoro! Ma grazie al sistema che i nostri adorati governanti hanno trovato a quanto pare non c e n’è l’ombra per noi comuni mortali. Dobbiamo essere flessibili! Beh forse io sarò limitata ma il cervello non riesce proprio a inventarselo, a crearlo dal nulla, sto maledetto lavoro. Forse non ho una mentalità imprenditoriale. E allora? Mi attacco, mi tengo i miei 5mila euro e faccio pagare ai miei lo scotto di non aver pensato loro a mettere su una qualche piccola impresa familiare, che potesse assorbire questa figlia disgraziata, rimanendo a casa con loro fino a età da destinarsi. E pregando ogni giorno perché siano eterni. Perché senza di loro a me non resterebbe che piangere. E prima o poi succederà.

E cosa ne sarà allora della generazione successiva? Dei figli di quelli che sono rimasti al mondo grazie alla presenza confortante di mami e papi? Figli di questa generazione di sfigati che non hanno mai avuto un lavoro, versato contributi, avuto la possibilità di lavorare nel presente per preservare il futuro? Chi pagherà gli studi ai giovani di domani, se un adulto oggi non riesce a mettere da parte i soldi per un affitto?

Quando i nostri benamati politici ci esortano alla flessibilità, a non idolatrare il posto fisso, a rinunciare al diritto alla casa di proprietà ci pensano mai che tra 20 anni i nostri figli saranno poveri, ignoranti e in mezzo a una strada? Se io dovessi decidere oggi, un figlio non lo farei mai. Ma 13 anni fa non ci pensavo proprio a queste cose, ero giovane, ingenua e pensavo che tutto sarebbe andato diversamente. Adesso lui è qui e vuole fare la rockstar ma non sa che probabilmente questo vorrà dire anni e anni di gavetta nelle bettole a suonare per una manciata di ubriaconi. Io la verità la conosco ma non gliela dico, perché quando suona la chitarra (regalata dal nonno) è troppo bello e bravo.

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19 risposte a “Generazione Precaria

  1. Molto bello. Sei consapevole, e per quanto triste sia quello che vivi questa consapevolezza ti illumina. Posso solo riferirti una frase da “La Peste” di Camus. Che cos’è l’onestà? E’ fare bene il proprio lavoro. Sembra una cosa piccola, minuscola; ed è invece l’unico eroismo che davvero conti.

  2. Io ho guadagnato di meno, molto di meno. E così da anni. Da un anno ho smesso di inviare CV, dopo 11 anni di risposte mai avuto (zero, 0) mi sono stufato.
    Ho iniziato a inviarli all’estero e ho avuto delle risposte, anche se negative ma hanno risposto.

    • Anche io ho guadagnato di meno! La cosa che mi sconvolge è che di fronte a un post come il mio tantissima gente risponda in stile “io guadagno di meno, di che ti lamenti” invece di sottolineare il fatto che è una cosa indecente!

  3. “Quando i nostri benamati politici ci esortano alla flessibilità, a non idolatrare il posto fisso, a rinunciare al diritto alla casa di proprietà ci pensano mai che tra 20 anni i nostri figli saranno poveri, ignoranti e in mezzo a una strada?”
    Ci pensano eccome. E lo sanno benissimo. Anzi, è proprio il loro obiettivo. Un popolo povero e ignorante si governa meglio, sono anni che stanno creando le condizioni per poter continuare indisturbati la loro “opera”.
    Vorrei avere delle risposte, Laura, ma anche io, che pure fino a qualche tempo fa non potevo lamentarmi, ultimamente vedo vacillare tutte le mie certezze. Tenere duro e non smettere di lottare, è tutto quello che posso, che possiamo fare.

  4. Sottoscrivo quasi tutto, però per esempio non è vero quello che dici riguardo il fatto che alle case editrici non servono gli editor e fanno lavori in un paio di settimane. O, perlomeno, non è così per TUTTE. Ce ne sono anche di attente e scrupolose, ma come per tutto quello che riguarda questo mondo, ci vuole pazienza, anche nel trovare le mosche bianche. Comunque a 32 anni non c’è ancora da disperarsi, di solito la gavetta editoriale finisce dopo i 40. Continua a tenere duro!

  5. Cara Laura, solo chi lo vive o chi lo ha vissuto può comprendere cosa significhi il senso di precarietà, che non è solo di tipo economico, ma anche esistenziale. Concordo con Kendalen che a qualcuno non importi davvero una società in cui sia il merito a emergere. Persone assopite, anestetizzate, rassegnate, ignoranti, senza passioni, sogni, desideri e, soprattutto, senza pensieri e idee sono più facili da “addomesticare”, da “controllare”…
    Ma io penso che contro tutto questo, contro il dominio del “Brutto”, si debba resistere, combattere. Strenuamente. Parlo di una resistenza nuova fondata sulla “Bellezza” (che, lo so, non dà da mangiare né, tantomeno, un cellulare nuovo…).
    Perché parlo di “Bellezza”? Un poeta a me caro, Tomaso Kemeny, afferma: “Un’opera bella ci indica come potrebbe essere il mondo, apre le vie all’utopia”. E tu lavori in questa direzione quando da editor cerchi di realizzare un’opera che sia degna di tale nome.
    Combattiamo allora per la Bellezza, come insegna il poeta, e forse potremo non solo auspicare o sognare, ma anche costruire un mondo nuovo. E questa non è retorica. Perché significa lottare per ciò che amiamo e in cui crediamo. Altrimenti non ci resterebbe che deporre le “penne”.

  6. Il risultato sarà di nuovo la polarizzazione sociale. Poveri e ricchi. Sono emigrata come tanti, a 28 anni e dopo laurea, stage e vari lavori. Di nuovo comincio da capo, in una cucina. Non penso a niente, non penso a quello che farò fra un anno. Non penso a chi sarò e nemmeno a chi ero. Ridicolo questo mondo dove bisogna pagare per lavorare.

  7. Cara Laura,
    non è che ci siamo conosciuti tanto per giustificare l’aggettivo che ho appena usato, è che mi riconosco nel tuo sfogo, anche se sono messo peggio. Mi hai fatto ricordare, emotivamente, “Superunnknowwn” dei Soungarden.

    Per la cronaca: come lavori di call center esistono anche le mansioni di back-office, verifica contratti, correttezza di dati in database… sempre meglio che stare nelle vendite! 😀

    Con quel po’ di raziocinio che mi è rimasto, posso notare solo che questa situazione è generalizzata, con eccezioni che sono però la
    conferma di una brutta regola.

    Che si può fare?
    Beh, viviamo anche in un sistema editoriale completamente distorto. Ma è normale che ci sia un cartello di gruppi editoriali come da noi, che oltretutto inglobano grandi distributori e grandi catene librarie?

    Non sarà forse per questo accrocchio che alla fin fine il mercato editoriale finisce asfissiato? Siamo tutti posizionati sul proprio grumo di sabbia, in questa spiagge del Paese Arcaico, in attesa di una promozione di mezzo centimetro, prima che sopraggiunga la marea…

    Io non so molte cose, ma vedo che l’editoria libraria in lingua inglese (quella che meglio conosco) riesce a fare economia di scala. Poi quei guadagni che fanno, li fanno perché un libro diventa film tv, fumetto, videogioco e quant’altro, non tanto e solo sulla sola vendita dei libri. E ok, sono i soliti angolofoni… ma una cosa simile ho visto farla anche in Polonia con le opere di Sapkowski!

    Huston, avremo forse un problema di sistema, in Italia?

    Dopotutto, guardiamo i nostri dirimpettai sceneggiatori per tv e cinema nostrani, cosa passa il convento?
    “Avemo da fa e commedie! Perchè er pubblico nostro quelle vole!” e questo è il cinema.
    “Avemo da fa vetrine, santi e carabipoliziotti, perché questo passa er convento” e questa è la tv.

    None!
    Abbiamo tre grossi bulli a tenerci sotto tutti, e sanno fare almeno i signori? Sanno fare vivaio, creare questa economia di scala? Fare girare l’economia della creatività? Ma manco per sogno! Sono i soliti padroncini italiani: con le pezze al sedere, ma almeno hanno i loro quattro/cinque sottoposti su cui sopra-stare. E son contenti così!

    Così la vedo io, per lo meno.
    Poi ok, talvolta il mio occhio destro s’innamora del sinistro e converge, ma succede solo qualche volta! Lol! 😀

    • Back Office?! Mi hai aperto un mondo! Un ufficio polveroso a scartoffiare nomi e numeri sarebbe persino meglio delle poste! Peccato che tutti gli annunci che ho trovato, per aggiungere qualche decina di CV inviati ai millemila già in viaggio, chiedano almeno due anni di esperienza! Ecco un altro nodo dolente… come faccio a fare esperienza se non mi date la possibilità di fare esperienza e se i settori in cui l’esperienza ce l’ho non offrono altro che un calcio nel c…?!
      Scusa, scusa Muspeling, non volevo essere polemica con te, il tuo era un intervento pertinente, siamo d’accordo su tante tantissime cose, su questo sistema che non va e su noi che non ci arrabbiamo e non ce la facciamo ma io quando parto non mi so più fermare. Grazie di essere passato!

      • Mah, io ho lavorato in call center, proprio facendo quelle mansioni, ma non tanto con scartoffie (in una delle esperienze toccò fare anche quello per una decina di giorni, ok, ma questa è l’elasticità richiesta da una grossa fazenda) quanto ad agire con gestionali di database, per grosse aziende. Ho usato qualche gestionale Vodafone e il Siebel, quando fui con altri su una commessa per l’Eni.

        Si tratta quindi sempre di lavorare dal computer, sei sempre “pilota di cuffia” e capita di dover chiamare gli utenti, non per vendere, ma per controlli. Danno un fisso, e di solito si entra al II livello del C.N.L delle Telecomunicazioni. Illo tempore (2011), si beccavano netti un po’ meno di 1000 euri con un full time, di conseguenza con i part time si scende sotto i 500.

        Certo, ti sembra di essere tornato a scuola: hai i compagni, i capi di istituto, la professoressa è la solita incompetente che non si sa che ci stia a fare lì… ok ok, è stata l’ultima esperienza così, la prima (part time) si lavorava tranquilli, per lo più.

        S’incontra tanta umanità, varia, spesso ventenni o più giovani, si conosco quei posti di lavoro spersi nelle desolazioni di periferia… sorta di Waste Land de noartri (e ne potremmo insegnare di cose a Eliot, noartri…) che insomma, sia che t’interessi scrivere letteratura mimetica, che fantastica, di materiale ne da, uh!

        Certo, c’è augurarsi di vivere attaccati a ‘sti posti. Io sono arrivato a fare due ore di viaggio, solo andata, per quel benedetto full time… e i contratti sono, beh, non badarci. Sono una finta. Li chiamano contratti per i poveri terrestri rimasti con la testa nel XIX secolo, e si rifiutano di accettare il fatto che il futuro ci ha portato in questo buco nero…

        Ma su dai! Positività!
        Diciamo che più in basso di così non si può andare, e sequestriamo Tutte le pale del paese… e forse potremo sperare che ora, ora comincia la risalita!

        Io, dopotutto, credo a Bertinotti. Sì, quello interpretato da Corrado Guzzanti! 😀

  8. Mi fa specie questo post perché io, al contrario di te, ho guadagnato molto di più di 5000 euro, lo scorso anno, facendo un lavoro part time, non specializzato (lavoravo in un call center, non di quelli a provvigione, ma con CCNL delle telecomunicazioni e con fisso garantito che parte dal II livello, quindi uno stipendio dignitoso se fai almeno 6 ore al giorno). Poi sono rimasta disoccupata e ho avuto la disoccupazione, con cui sto campando mentre cerco lavoro.
    Ecco, a me fa specie questo, dei racconti dei lavoratori del settore dell’editoria, e non solo. Anni fa ho lavorato anche come sceneggiatrice, e i livelli dei compensi stavano raggiungendo minimi impensabili, per un tipo di lavoro che, a volerlo fare bene, professionalmente, necessita di anni e anni di studio, di gavetta come la chiami tu, e pure io, spesso lavoro gratis perché stai imparando cose e nemmeno te lo sogni, di chiedere troppo. Ti va di lusso a ricevere un rimborso. Quando sei agli inizi. Solo che poi gli inizi passano. E lo stipendio sembra non arrivare mai. Ti paga meglio un qualunque posto di lavoro dipendente con condizioni che siano un minimo dignitose, pure se non è il lavoro per cui hai studiato anni e anni. Ecco, questo non va bene, francamente. Perché se è vero che c’è un numero di persone che vogliono lavorare nell’editoria che è decisamente superiore alle sue reali necessità, è anche vero che una persona competente dovrebbe valere tanto oro quanto pesa. Moltiplicato per infinito.
    E invece guadagna più un’operatrice call center part time che resta pure disoccupata, nell’anno fiscale.

  9. Pingback: Giorno 100 « Il diario della disoccupazione·

  10. Sono daccordo sul fatto che la maggior parte della nostra generazione (sono del 76) sopravviva grazie a piccoli, grandi e indispensabili aiuti delle generazioni precedenti (nonni e genitori). Il problema che ti poni è una tragica verità. Cosa faranno i nostri figli da grandi? Come potremo sostenerli anche economicamente quando a stento sopravviviamo noi? Questa è una domanda a cui non so rispondere, ma posso sperare che le cose migliorino. Sono un ottimista e spero che davvero le cose vadano meglio quando i nostri figli saranno adulti.

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