Libri VS riviste ovvero dove va la cultura?

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Da 5 anni e più lavoro a contatto con i libri. Qualche idea me la son fatta e ho detto la mia in più di una occasione. Tra le mille difficoltà di questo universo (quello della piccola editoria indipendente soprattutto) non si può negare il suo ruolo, lento e continuo, nell’evoluzione dei modelli culturali e di linguaggio. Un ruolo che si evidenzia in tutte quelle piccole modificazioni nell’uso di punteggiatura, grammatica, particelle varie, pronomi che per chi fa narrativa sono ormai annoverate nella lingua corrente. Mentre ancora non vengono recepite dalla scuola italiana e non solo.
Se mio figlio, figlio di un editor e quindi indottrinato, tra le altre cose, all’orrore insopportabile delle d eufoniche, per caso se ne dimentica una in un tema viene corretto con la penna rossa. E come spiegare a un professore sessantottino che un bel compito non si misura in base a scontati accoppiamenti di sostantivi e aggettivi? Accoppiamenti promiscui e ai limiti della moralità visto che, in quest’ottica, gli aggettivi più sono e meglio è.
Insomma, la lingua che insegnano ai nostri figli è la stessa che insegnavano ai nostri genitori, anche se i primi sanno usare un ipad a tre minuti dall’accensione mentre i secondi ancora cercano il tasto on (e Dio solo sa se lo troveranno mai!)
Ok, vi chiederete che c’entra questo lungo preambolo con le riviste. Presto detto: da qualche mese la mia attività è variata e ho iniziato a lavorare per un’azienda che si occupa di questo: riviste. E ciò ha significato entrare in contatto con un mondo che solo in apparenza sembra vicino a quello dei libri. A livello concettuale si tratta comunque di editoria. A livello pratico sono due universi così distanti che lavorare per l’uno comporta tutta una serie di prese di coscienza non semplici per chi fino a quel momento si è occupato dell’altro. In entrambi i versi il passaggio da libri a riviste o da riviste a libri non è immediato come sembra.
Il mondo delle riviste è fermo a stili e impostazioni che risalgono agli anni ’80. Non c’è stato aggiornamento della lingua, si diffondono notizie, si parla di “cose” ma spesso mi viene da chiedere se si faccia davvero cultura. E per cultura intendo proprio quello che intendevo parlando dei libri, ossia impostare un medium che oltre che utile, piacevole o finalizzato a qualcosa sia anche specchio di un’evoluzione. Nel settore delle riviste specializzate c’è sicuramente la ricerca del trend. Se per ora vanno di moda i bijoux per cani da borsetta, usciranno riviste che ne parlano e staranno in piedi finché le mode del momento consentiranno di fare degli utili, poi si chiuderà quella e se ne aprirà un’altra sulle borsette in lana cotta, e così via. Quell’aspetto commerciale che nella piccola editoria cede spesso il posto alla passione e alla ricerca della qualità, nelle riviste si perde del tutto sotto il peso di complicatissime quadrature tra bilanci, tirature e copie vendute. Ovvio che non sto parlando delle piccole riviste cultural-letterarie messe in piedi da associazioni e gruppi di amici, spesso nei contenuti molto più curate e interessanti di quelle affidate alla grande distribuzione. Qui si parla di ciò che arriva in edicola e che, vuoi o non vuoi, arriva nelle case dell’italiano medio con molta più facilità di un libro. A casa di ogni nonno del nostro paese è più facile trovare una ricca collezione di dipiù tivvù piuttosto che una biblioteca ben fornita di libri. Quindi l’italiano medio che già vive di atrofizzazioni cerebrali indotte dalla tv, anche quando sfoglia un giornaletto si trova inconsapevolmente vittima di un mezzo di diletto/informazione che nulla apporterà alla sua personale evoluzione. Ancora peggio, chi fa le riviste le fa proprio tarandole sul target di un lettore cerebroleso. E allora, vai di puntini di sospensione, esclamazioni che vorrebbero donare un’aura di sorpresa pure alle banalità più scontate, aggettivi, colori sparafleshati e se i testi sono scritti come se venissero dal giornalino di una scuola media che ce frega anzi meglio così li capiscono pure i bambini.
Capirete il trauma per chi, come me, nella sua attività editoriale si è sempre battuta per la qualità a tutti i costi, la cura estrema del testo, la ricerca del nuovo di qualità o del vecchio da riscoprire e far conoscere a tutti. Ed è frustrante ritrovarmi a battere a casaccio sulla tastiera per conservare lo stile della pubblicazione fatto di !!! e … E soprattutto pensare che i miei superstrafavolossissimiielegantissimibellissimi agglomerati verbali in perfetto stile anni ’80 (il corrispettivo editoriale delle spalline e delle gonne a pieghe) finiranno in giro in decine di migliaia di copie quando un bel libro, uno che veramente valga la pena di avere, diffondere, conoscere ne venderà probabilmente poche centinaia.
Questo è quello che mi tocca sopportare. E lo sopporto stoicamente perché con i libri e la cultura (e gli ideali) non si paga l’affitto. Con i punti esclamativi sì!

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Una risposta a “Libri VS riviste ovvero dove va la cultura?

  1. Eh. Ma sei sicura che i tuoi datori di lavoro non leggano qui, sì?
    E che c’hai contro le “d” eufoniche? 🙂
    A parte scherzi, mi soffermo per due righe sul discorso scuola. Al di là del fatto che l’insegnamento dell’italiano è estremamente soggettivo, più di altre materie, e mai potrà essere oggettivo perché tra le altre mille cose l’insegnante medio quando va a correggere il tema si picca di giudicare anche le opinioni di chi scrive, oltre a forma correttezza e chiarezza. (Ricordo con orgoglio al liceo il commento della professoressa a un mio compito: “Hai scritto una massa di cavolate ma le hai scritte bene”). A parte questo, dicevo. L’evoluzione di cui parli è tracciata in maniera mooolto lasca e peregrina dalla Crusca, che ogni tanto si degna di emettere un nuovo confuso editto, oppure non lo fa ma si degna di rispondere sul suo sito. Chi insegna difficilmente può basarsi su un insieme di regole e convenzioni preciso e definito. Gli ultimi davvero esaurienti risalgono a un po’ di tempo fa (magari mi sbaglio, correggetemi). Da qui la difficoltà, in molti casi, nello stare al passo coi tempi con la valutazione degli elaborati evitando che diventi un esercizio TOTALMENTE soggettivo.

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